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Farmaci

Se avessimo il bisogno di farmaci che ci raccontano, la nostra specie si sarebbe estinta già da molti secoli. Per chi ha fatto studi di medicina, dove l’unico concetto di terapia proposto per tutti i disturbi è quello del farmaco, prendere coscienza che esistono opzioni differenti, nell’ambito dei tanti rimedii offerti dalla natura, è fonte quantomeno di grande sorpresa. Se non ti insegnano altro, e pensi che la conoscenza costruita in secoli di studi sia tutta compendiata nel sapere accademico, la sola idea che possano esservi visioni alternative su quanto hai imparato, convinto che fuori di quello ci fosse solo ignoranza e superstizione, può disorientare al punto da portarti a rifiutare la cosa, senza il dubbio di doverci riflettere sopra. Diversamente, dovresti ammettere la possibilità che quanto hai appreso non sia una verità coerente. Ma solo un’ideologia. A nessuno piace sentirsi ingannato. Perciò, inconsapevolmente, si rimuove il pensiero. C’è un solo modo per trarsi d’impaccio: adottare il buon senso, la logica più rigorosa, e verificare con questi strumenti ogni informazione, prima di accettarla come veritiera. Se applichiamo questo metodo ai farmaci, che senso può avere il pensare che sostanze artificiali, estranee alla biochimica naturale degli organismi viventi, introdotte in quegli organismi, così complessi, così efficienti, così mirabilmente progettati, possano correggerne gli eventuali difetti? Chi le realizza dovrebbe quantomeno possedere le abilità del progettista, e sapere con esattezza tutto quanto della funzione che sta modificando. Altrimenti, non saremmo lontani dai ciarlatani che, dal loro carretto, vendevano elisir miracolosi ai villici dei borghi in tempi passati (oggi lo fanno in televisione, con osceni spot pubblicitari. Ma la sostanza non cambia). “Medico è colui che introduce sostanze che non conosce in un organismo che conosce ancora meno”. L’aforisma di Victor Hugo ha l’apparenza di una banale boutade. Ma il suo contenuto di verità merita più di una riflessione. Siamo così abituati, fin dalla nascita, a fidarci dei farmaci e prenderne per qualunque motivo, da non pensare nemmeno un’istante quanto quest’uso sia opinabile e contrario alla logica. Abbiamo la mente drogata, e così droghiamo anche il corpo. Un solo esempio dalla pratica. La causa più frequente dell’uso degli antibiotici sono le infezioni urinarie. Per anni, quando un paziente ne aveva qualche sintomo, o solo presunti segni negli esami, l’unica domanda che sapevo pormi era: “qual’è l’antibiotico giusto?”. Ma che fosse necessario era fuori discussione. Di fronte alle frequenti, più o meno presunte recidive, cercavo gli schemi di somministrazione più complicati, arrivando persino all’uso “preventivo” programmato. Quando ho iniziato a dubitare di quello che mi avevano insegnato, ho praticato soluzioni alternative. Sono anni che non prescrivo più antibiotici per questa indicazione (e per quasi tutte le altre). Ho revisionato lo stesso concetto di infezione (che in medicina non è cambiato dai tempi di Pasteur, nonostante un secolo di studi!). Ora consiglio molta acqua, probiotici e qualche tisana lenitiva. I pazienti guariscono meglio, e evitano i veleni. L’unico motivo per cui, in casi selezionati di altro tipo, ancora prescrivo farmaci, sono situazioni di malattia severamente evoluta, che le persone non sono in grado di gestire con le proprie risorse (in tutta la vita non gliel’ha insegnato nessuno), dove ritengo che l’ottimismo del malato vada meglio catalizzato col rimedio “magico”. Si deve anche tener presente che, essendo tutti diversi, una singola molecola, in un particolare individuo, può produrre effetti imprevedibili. Prendere un farmaco è sempre un salto nel buio, dove il rischio non vale mai la candela. Non ha senso, perché – come abbiamo visto – curarsi è comunque altra cosa. In conclusione, se vogliamo star bene e proteggere la salute, lasciare i farmaci nel cassetto è una regola tassativa.


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