Home » Cura della salute » Il fantasma della diagnosi

Il fantasma della diagnosi

 

Parlando dell’approccio alla malattia, ho cercato di mettere a fuoco responsabilità e ruoli del paziente e degli eventuali consulenti, a cui si rivolga per fare chiarezza sui problemi che l’affliggono. Ho precisato che in genere il rapporto medico-paziente soffre di un’anomalia di fondo, per cui gli oneri della cura vengono attribuiti al primo, e il malato rifugge da ogni personale responsabilità, delegandola totalmente all’operato di quello. Questo vizio all’origine altera nella sostanza il percorso terapeutico, condizionandone in modo decisivo l’esito finale. Ho messo in chiaro che – contrariamente a tale generalizzata abitudine, e in accordo con quanto accade per tutte le altre specie viventi – l’attività della cura, con tutto quello che può implicare – è esclusiva pertinenza del diretto interessato. Sta a lui intendere le cause della malattia, cogliere tutti i fattori che influenzano i sintomi, accettare e vivere il disturbo, individuare una strada per poterlo superare, e percorrerla colla massima fiducia. Ribadisco: la malattia è un aspetto basilare della vita, un fenomeno affatto personale, come possono essere gusti, sentimenti, interessi, specifici talenti. Come tutte queste cose, è un tratto non delegabile a chicchessia.
Se l’intelligenza del disturbo e gli impegni per superarlo sono a carico del malato, l’indagine clinica e la definizione dello stesso in termini biologici (patogenesi e fisiopatologia) – gli aspetti cioè squisitamente “tecnici” – competono al medico, e a lui solo. E’ la parte dello studio della condizione morbosa che si definisce diagnosi. Lo specifico e precipuo compito del consulente è quello di capire quanto accade al paziente, e spiegarglielo con la massima chiarezza, così che quello sia in grado di esperire le appropriate soluzioni. Ed è qui che emerge l’anomalia. In tutta la mia attività professionale ho sempre accuratamente evitato – per ciascun malato che mi ha interpellato – di accogliere in modo acritico le eventuali conclusioni diagnostiche raggiunte da altri colleghi, scegliendo sempre un percorso autonomo, e nel caso solo alla fine confrontando la mia opinione con quelle altrui. Lo scopo è ovviamente quello di evitare il più possibile che il mio giudizio ne venga in qualche modo condizionato, come è normale possa accadere. In tutto questo non c’è nulla di strano: ognuno di noi ragiona con la sua testa, e lo stesso caso può evocare pareri differenti, in misura maggiore o minore. Il punto che voglio sottolineare è una tendenza, che appare essere diffusa e sempre più evidente col passare del tempo, per cui le persone che accusano un qualche disturbo, pur rivolgendosi allo specialista in teoria qualificato a darle, non ottengano le risposte pertinenti su quanto loro accade. In altri termini, senbra che al giorno d’oggi nessuno abbia voglia di proporre una diagnosi, giusta o sbagliata che sia. Vedo regolarmente pazienti con problemi di salute anche importanti, che mi portano referti raccolti interpellando più esperti, dove si prescrivono “accertamenti” di varia natura, e si propongono terapie di ogni sorta, senza il minimo accenno alla natura del disturbo, se non la pedissequa descrizione del sintomo, parafrasata in vari modi. Ho incontrato malati sottoposti a trattamenti anche rischiosi, sovente con esiti pessimi, che non avevano la minima idea del motivo della “cura”, e della logica che poteva ispirarla. Parliamo non di rado di atti chirurgici, dove facilmente viene asportato questo o quel pezzo, creando di necessità situazioni irreversibili, di cui non è stato a priori chiarito lo scopo. Nonostante gli sviluppi delle tecniche diagnostiche, ad esempio delle metodologie ultrasonografiche e di accuratissimi studi RMN, ho ad esempio constatato che è ancora in auge la laparatomia esplorativa, cioè aprire la pancia del paziente per vedere cosa si trova, procedura che dovrebbe ormai appartenere al remoto passato della medicina. Attitudini del genere sembrano nel migliore dei casi indicative di uno stato di confusione presente in molti clinici, che non sarebbero in grado di gestire in modo appropriato le risorse diagnostiche disponibili e le proprie competenze professionali, situazioni di cui il malato certo non beneficia. Mi è accaduto qualche mese fa di visitare una giovane signora che – fino a poco tempo prima in ottima salute – aveva espresso una sintomatologia addominale ingravescente, immediatamente dopo la perdita improvvisa del marito, per un infarto miocardico. In un iter diagnostico che l’aveva condotta molto lontano dalla sua città, nell’intento di chiarire un dubbio a mio avviso marginale, era stata operata solo per effettuare la biopsia di una piccola lesione retroperitoneale che suscitava ai clinici non so quali sospetti. L’indagine istologica non portò ad alcuna conclusione. La malattia era secondo me palese, e abbastanza banale, in base a una serie di riscontri facilmente disponibili senza compiere atti cruenti. Ho naturalmente comunicato la mia diagnosi all’interessata, pur consapevole che non le sarebbe stata probabilmente utile, visto il percorso che aveva deciso di intraprendere e il fatto che non era una mia paziente, trattandosi di una consulenza occasionale, a richiesta di una collega amica. Di tre anni fa è il caso di una ragazza, nuora di un paziente incontrata a casa di questo, reduce da un intervento ginecologico per via laparotomica, che era stato motivato da vaghi e lievi disturbi mestruali, e soprattutto da infertilità. In assenza di un’interpretazione coerente del quadro, nella foga di attuare comunque una “cura” (ovviamente non gratis), il chirurgo aveva asportato due piccoli fibromiomi e e due presunte “cisti endometriosiche” (entità ricorrente nella pratica ginecologica, di significato in realtà del tutto oscuro), una in ogni ovaia. L’esito fu nullo in senso positivo (disturbi invariati e persistenza dell’infertilità). Ma la manovra produsse la formazione di una massa addominale grande come un melone, che ha richiesto in seguito un secondo atto chirurgico (fortunatamente compiuto in laparoscopia, da specialisti molto più avveduti). Fu diagnosticata come sierocele, e attribuita senza incertezze alle conseguenze del primo intervento. Tra queste l’operatore descrisse anche alterazioni anatomiche di entrambe le tube di Falloppio, che rendono assai remota la possibilità di una futura gravidanza. Come dire il massimo danno senza il minimo beneficio. Solo due tra i tanti possibili esempi di uno stile che appare sempre più diffuso nei luoghi di cura, la prescrizione dei trattamenti più disparati senza una chiara (talora senza alcuna) comprensione del problema accusato dal paziente. Un’attitudine che non può portare niente di buono al malato. Ma che di sicuro offre ogni genere di vantaggio al mercato – che sul business della salute fonda uno dei suoi capitoli in assoluto più redditizi – in termini di accertamenti superflui, di consulenze di tutti i tipi, di terapie avventate quanto remunerative. La medicina che a suo tempo molti come me scelsero di praticare ha ben poco da spartire con tutto questo. E’ un’attività spesso artigianale, fatta più di intelligenza degli esseri umani – e delle funzioni biologjche fondamentali – che di nozioni frutto di chissà quali complesse ricerche. Un lavoro da attuare con criteri rigorosi, primo fra tutti quello di una diagnosi sensata e plausibile. Forse troppo difficile ai più. Ma l’unico, in temini obiettivi, che abbia una sua ragion d’essere.


Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scroll Up 

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Leggi la pagina "Tutela della privacy"

Chiudi