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La vergogna delle stazioni

 

Qualche anno fa, scendendo dal vaporino a San Marco in una breve gita a Venezia, fui sorpreso dal fatto che per usare le toilettes pubbliche vicino la fermata fosse richiesto l’esborso di ben due €. Un’altro servizio, poco più in là nella piazza, costava di meno, 1 €. Ma sempre c’era da pagare per poter fare pipì. Da cospicuo bevitore, come sono e raccomando a tutti, risolsi la cosa guadagnandomi il diritto a una minzione gratuita con un caffè al banco del Florian, luogo dove fa comunque piacere fare una puntata. Come già sottolineato nell’articolo sull’obbligo dell’idratazione, il sistema del mercato cerca di trarre lucro anche dalle più ovvie funzioni naturali, in spregio di ogni criterio etico. Venezia, si sa, prospera sul turismo, e in questa logica certi eccessi di avidità – pur ingiustificabili – si possono capire. Ma non è che la maggioranza delle altre città riflettano la preoccupazione di semplificare la vita a chi, in giro per le strade, necessiti di una toilette. Il problema si evidenzia in modo particolare quando si viaggia. Qui emergono contraddizioni non immediatamente spiegabili, se non con la follia imperante nel mondo del business. In ogni aeroporto si trovano servizi igienici grandi, curati e liberamente accessibili, in numero ampiamente sovradimensionato rispetto alle presumibili necessità di quanti vi circolano. La cosa indurrebbe a pensare che in fondo si vive in una società civile, organizzata rispettando i bisogni primari di chi ne è parte. Ma è sufficiente cambiare mezzo di trasporto per giungere a conclusioni opposte. Le stazioni ferroviarie delle grandi città accolgono quotidianamente un numero di viaggiatori che è facile stimare molte volte maggiore rispetto ai relativi aeroporti. Ma qui sembra di vivere in un altro universo. A Milano Centrale ci sono soltanto due toilettes – una delle quali decentratissima, lungo l’ultimo binario – a disposizione degli oltre trecentomila utenti in transito giornalmente. Sproporzione a parte, chi necessitasse di usufruirne ha l’obbligo di pagare 1 € per l’accesso. L’imperatore Vespasiano docet. E il concetto di civiltà è defunto senza riserve. Che razza di sistema è mai questo, dove la più elementare funzione di natura è soggetta al ricatto delle banche? Chi può averne concepito il meccanismo non dovrebbe sentirsi in dovere di sprofondare sotto terra per la vergogna di tanta meschinità? Che mostri è capace di fare il mercato, di capolavori fatti a immagine e somiglianza di Dio? A Roma Termini, quasi mezzo milione di viaggiatori quotidiani, ci sono tre servizi igienici. I due principali, alle estremità laterali del piano interrato, sono gestiti dalle ferrovie, con le stesse modalità e tariffe delle altre stazioni. Ce n’è un terzo, nella galleria al primo piano, gestito dall’esercente accanto, accessibile col risparmio di 30 centesimi (0,70 anché 1 €), addirittura gratis se si acquista una mozzarella. Tanto di cappello: la minzione privata è più conveniente di quella pubblica! A Napoli Centrale – dove talora càpito – sapendo già della tassa di 1 € per l’accesso all’unica toilette presente, e dovendo attendere un po’ prima di partire, pensai di ovviare alla gabella con un caffè in uno dei bar nel sottopiano. Quivi appresi dal cortese banconiere che – all’opposto di quanto prescritto dalla legge per i pubblici esercizi in tutto lo stato – vi è un espresso divieto dell’azienda ferroviaria di avere servizi igienici aperti al pubblico per tutte le attività commerciali all’interno della stazione. Come dire che basta sventolare un po’ di denaro e la forza della Legge svanisce. Che stranezza! Avendo in precedenza, e con sorpresa, constatato una situazione analoga nel bar della stazione di Cagliari, presumo che la disposizione viga eguale ovunque (quella del primo piano di Roma sarebbe una a suo modo virtuosa eccezione). Anche in questo terminal, quando una mattina attendevo un treno – secondo più voci – in cronico ritardo, e ebbi necessità di servirmi del wc, mi trovai di fronte alla solita pretesa di 1 €. Respintala per principio, risolsi nella circostanza la faccenda usando quello (vecchio stile, a scarico diretto sul binario) del trenino, pur ancora fermo al marciapiede, come mi parve più che appropriato. In sintesi, le cose stanno così: ovunque il mercato individui un’occasione di lucro, lo persegue in tutti i possibili modi, indifferente alla maggiore o minore decenza di questi. Dove – per necessità di varia sorta – affluiscono molte persone, ci sono sempre le migliori opportunità. I terminali dei trasporti viaggiatori sono in questo senso il Paese di Bengodi. E via ad affittare spazi e locali ai mercanti dei generi più diversi (Stazione Termini, felice esempio dell’architettura razionalista del ‘900, arrivandoci sembra di entrare in un centro commerciale), a imporre prezzi esorbitanti anche per un po’ d’acqua a chi, per varii motivi, non può allontanarsi per cercare un risparmio, a sfruttare persino le necessità fisiologiche degli individui per un congruo profitto. E’ l’ennesima riprova di quanto il sistema imperante abbia cura della vita, della dignità delle persone. A farci così sarà stato Dio, o la responsabilità è di quelli che in tutto il corso della Storia hanno preteso di parlare a suo nome?


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