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I nuovi veleni

 

Sebbene negli ultimi anni mi sia scarsamente aggiornato sulle nuove proposte dell’industria farmaceutica, ritenendolo un argomento di trascurabile interesse per quelli che considero gli scopi più genuini della pratica medica, mi è accaduto talora, per aiutare un paziente a curarsi, di dovermi documentare su taluna di queste molecole, da altri prescritte. Il metodo che adotto è visionare la relazione (“EPAR”, European public assessment report) presentata dal produttore all’EMA – l’ente dell’Unione Europea che autorizza la commercializzazione dei farmaci nei paesi membri – pubblicata nel sito di questo. Anche se si tratta di una sostanziale formalità, visto che nessuno è in grado o si prende la briga di verificare la veridicità di quanto dichiarato (ed è quindi un caso esemplare di controllato che è anche controllore di se stesso), considerato che in ogni modo chi lo fa se ne assume la responsabilità morale e legale, le informazioni fornite rivestono un certo valore per capirci qualcosa. Si tratta – in un oceano di chiacchiere scientifico-burocratesi – di riuscire a cogliere, sovente leggendo tra le righe e cercando di intuire le immancabili omissioni, quei pochi dati essenziali che permettono di farsi un’idea degli effetti, e soprattutto dei rischi del trattamento. Recentemente ho esaminato due sostanze di relativamente nuova introduzione, grosso modo appartenenti a una stessa categoria farmacologica, quella dei principi formulati per contrastare i meccanismi naturali dell’emostasi e della coagulazione: il ticagrelor (Brilique, antiaggregante piastrinico) e il rivaroxaban (Xarelto, anticoagulante). Senza troppo addentrarsi in dettagli tecnici, l’impressione che emerge leggendo o intuendo gli effetti tossici manifestati dai soggetti partecipanti alla sperimentazione clinica (uomini piuttosto che topi, peraltro anch’essi importanti) è che l’efficacia di queste sostanze di nuova generazione nell’ottenere lo scopo cercato sia in genere significativamente maggiore delle loro antesignane. Ma che vada di pari passo con un grado di nocività accresciuto in proporzione. La cosa è facilmente comprensibile, avendo un minimo di conoscenza di come funzionano i sistemi biologici. Se infatti ogni singola funzione di cellule e tessuti è correlata e lavora in armonia con tutte le altre presenti nell’organismo, modificarne l’attività in maniera tanto specifica, quanto le nuove molecole sono in grado di fare, non potrà che interferire con altrettanta precisione sulle altre, più o meno direttamente a quella legate. Il risultato finale – imprevedibile nei dettagli e variabile per ogni singolo soggetto – sarà necessariamente un’alterazione cospicua dei meccanismi vitali, una quantità di “effetti collaterali” a carico di ogni organo e apparato, facilmente gravi e anche mortali. Chi studia e mette a punto queste sostanze non ha come primo obiettivo quello di migliorare l’esito di una terapia, senza fare troppi danni. Ma di ottenere un prodotto propagandabile come efficacissimo per lo scopo voluto, e i cui effetti tossici siano minimizzabili quanto basta perché ne venga autorizzata la commercializzazione. Se poi l’utilizzo su larga scala dovesse produrre anche vere e proprie stragi – come a mio avviso già accade per le statine e varie altre porcherie di comune prescrizione – difficilmente la gente verrà a saperlo, perché gli strumenti della propaganda avranno buon gioco nell’attribuire il danno alla malattia o ad ogni fatalità di sorta. La conclusione che si può ragionevolmente trarre da queste osservazioni è che ogni nuovo prodotto messo in vendita dalle case farmaceutiche va considerato fonte di rischi sempre maggiori per chi se lo vede prescrivere. Questi – a fronte di tale oggettiva realtà – non sarà che un illuso se immagina che qualcuno possa metterlo in guardia. Il problema è che avrà molte probabilità di diventare un illuso morto.


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