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Il potere del nome

 

Il modo in cui ci rappresentiamo la realtà ha un peso tanto grande da determinare sovente lo stesso realizzarsi di questa. La frase “siamo quel che pensiamo” non attiene a mere opinioni. Ma definisce fatti concreti, in ultima analisi anche il nostro stesso destino. Il concetto racchiuso in una determinata parola può avere una tale intima forza da decidere l’evoluzione materiale della situazione cui è riferita. Il fondamento della sofisticata arte della propaganda è proprio questo: fare in modo che la massa associ a questo o quel termine l’idea che più fa comodo. I fatti ne saranno la naturale conseguenza, in accordo al programma stabilito. Le parole, nella società globalizzata, sono uno strumento di potere molto più forte delle armi. Quello della salute è un terreno dove queste dinamiche si evidenziano in maniera molto spiccata. Ne abbiamo discusso riguardo il cancro, il cui solo remoto pensiero conduce automaticamente all’immagine della tomba. Ma tante altre sono le occasioni dove l’idea che si ha in testa di questa o quella malattia viene associata in via diretta all’eventualità delle conseguenze più nefaste. Un frutto felice della combinazione di menzogne e ignoranza, binomio obbligato della morte del progresso, del trionfo del mercato. Nel corso di tutta la mia attività ho potuto osservare la costanza con cui i pazienti che incontravo attendevano con terrore, come una condanna ai più gravi supplizi, la diagnosi che avrei fatto del loro disturbo. Indipendentemente dal grado di severità di questo – che gli era ovviamente ben noto, e spesso non era granché – gli scenari che erano pronti a prefigurarsi non appena avessi pronunciato il fatidico nome erano immancabilmente i più tetri. Mi è accaduto di rado col cancro, che non è stato il mio ramo specifico. Con gran frequenza con alcuni dei fenomeni di cui abitualmente mi occupo, quelli con l’etichetta dell’autoimmunità. Persone con forme lievissime di artrite reumatoide, con sintomi sporadici e quasi trascurabili, impallidivano al solo sentire la parola. Hai un bell’affannarti a spiegare, con gli argomenti più convincenti, che la definizione della malattia non ha niente a che vedere con la gravità di questa. Che porre una diagnosi serve esclusivamente a inquadrare a grandi linee il fenomeno, a capire il meccanismo fisiopatologico attraverso cui si esprime, in definitiva a aiutare il malato a conoscere meglio se stesso. Tutto vano: le idee preconcette – false quanto intimamente radicate – fanno premio su tutto, anche a costo di umiliare il buon senso. E’ questo il motivo per cui – al di là del fatto che vi è la diffusa tendenza a non farle, e quasi sempre a sbagliarle – ho un certo generale timore delle diagnosi. La diagnosi è uno strumento di conoscenza. Se non si ha confidenza con questa, se si vive di pregiudizi, delle idee ingannevolmente diffuse dalla propaganda, senza critica, senza riflessione, allora è meglio starne alla larga. Perché diventa strumento di terrorismo, e la paura è l’ultima cosa di cui si ha bisogno per guarire. Il pericolo maggiore che corre un malato, nel momento che si rivolge all’apparato della sanità – che sia ospedale, ambulatorio, servizio d’urgenza – non è tanto in quello che gli viene fatto. Ma assai di più in ciò che gli viene detto. Per carità, tutti in buona fede. Ma le funzioni biologiche sono influenzate prevalentemente dalle reazioni emotive. Basta una parola, un nome cui si è inclini a attribuire un significato spiacevole, per determinare una catena di effetti che darà un esito negativo alla malattia. Di fronte a un rischio del genere, come spesso dico ai pazienti, starsene a casa e gestire la cosa in altro modo è la scelta più saggia. La malattia serve a guarire, non a uccidere. Ma se la vediamo altrimenti, se subiamo le chiacchiere che ci allontanano dalla verità, se ci facciamo piegare dal terrorismo, i percorsi naturali ne saranno alterati in modo decisivo. Anche fatale.


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