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La regola del due più due

 

Di recente, parlando al telefono con un nuovo paziente, che mi aveva interpellato perché lo aiutassi a gestire un problema di salute (diagnosticato da altri come carcinoma pancreatico, dopo un iter diagnostico scaturito da un marcato, progressivo dimagramento), gli accennavo al mio punto di vista riguardo il curarsi. Gli spiegavo che il criterio alla base di ogni valutazione, e delle scelte conseguenti, è che in ogni caso due più due deve fare quattro. Il signore ha replicato che in medicina due più due non dà quasi mai quel risultato. Osservazione acuta e più che pertinente. Gli ho risposto che se per la medicina due più due non fa quattro, allora quella medicina è da buttare nella spazzatura. Si trattava di un contatto preliminare alla visita, dove cercavo di suggerire i presupposti perché l’interessato potesse valutare le cose in modo alternativo rispetto ai messaggi ricevuti nei reparti specialistici con cui aveva interagito. Perché non avesse sorprese, ho accennato alle mie idee colla massima franchezza possibile. Ma il punto che quel paziente ha sottolineato è di importanza davvero cruciale. Le storture di un percorso originato da certe posizioni ideologiche possono essere tali da condurre a conclusioni in aperto conflitto con la logica più elementare, sebbene quelle conclusioni siano perfettamente coerenti con le premesse, e ad un esame insufficientemente critico appaiano plausibili. Il discorso vale per molti settori delle attività umane. Ma in questa sede trattiamo di quello della salute. In realtà sono innumerevoli, in medicina, le letture dei fenomeni fisio e patologici perpetuate in base a concetti stereotipati – fissi e immutabili – che danno origine a scelte terapeutiche conseguenti in termini logici. Ma sovente in contrasto col più semplice buon senso. Pretendono che possa guarire ingoiando farmaci, senza spiegarti cosa devi mangiare, quanto devi bere, come devi muoverti. E senza dare un senso alla malattia. Tutto l’apparato ideologico sul cancro è emblematico in tal senso. Il paziente di cui dicevo ha visto esordire il calo ponderale che ha condotto alla nefasta diagnosi dopo la prescrizione di un farmaco – e l’incremento progressivo del dosaggio, vista l’assenza di effetto – per trattare un dismetabolismo glicidico di trascurabile entità, che poteva semplicemente essere ignorato senza speciali rischi. Ma non fia mai! I medici (gli “specialisti”) devono sempre proclamare una diagnosi, farci sopra ogni possibile terrorismo, e imporre farmaci che guai a non prenderli. Quello dato nella circostanza (un’autentica schifezza) riduce la risposta dei tessuti all’insulina, tanto da essere anche classificato come sostanza dimagrante. La sequenza dei fatti ne dimostra un più che probabile ruolo nella genesi del disturbo. Parlando di equilibri ormonali connessi alla glicemia, il fatto che il pancreas possa aver sviluppato una lesione come risposta all’alterazione indotta dalla “cura” è facilmente comprensibile. Agendo secondo buon senso, si sarebbe dovuto interrompere l’inutile avvelenamento, aspettandosi ragionevolmente che la ghiandola ripristinasse le condizioni normali, che quindi il “cancro” sparisse. Così due più due poteva dare quattro. Non è andata così, perché la gente si affida agli “esperti”, disposta a farsi uccidere piuttosto che metterne in dubbio l’onniscenza, e in nessun caso a ragionare con la propria testa. Mi auguro che quella persona se la cavi, seppure ogni circostanza deponga in senso opposto. Ma l’episodio è esemplare di un’attitudine universalmente – niente affatto casualmente – diffusa. Ogni sforzo del potere è rivolto a plasmare la mente di tutti gli esseri umani, dal momento che vengono al mondo, abituandoli a costruirsi le opinioni sulla scia di idee precostituite – frutto del pensiero di figure illuminate, la cui veridicità non può in nessun caso esser messa in discussione – piuttosto che usare gli strumenti che sarebbero naturali, cioè esperienza e buon senso, e nient’altro. La propaganda crea un artificiale bisogno di certezze, sfruttando oculatamente certe vulnerabilità connaturate a ogni individuo, per poi servirsene offrendo quelle che fanno gioco al sistema (e terrorizzando in tutti i modi chi provi a metterle in dubbio). Genera così una vera e propria paura di usare la ragione di fronte alle verità rivelate degli “eletti”, costruendo i presupposti per fare accettare qualunque messaggio, per assurdo che possa essere. Assuefà al rispetto incondizionato dell’autorità, al timor di Dio, anche se è un dio falso che più non si potrebbe, inducendo a uniformarsi senza riserve a tutto ciò che proviene dall'”alto”. Struttura l’intelletto di quelli che potrà poi usare come schiavi per tutta la loro esistenza. Ci vuol poco a capire che anche menti brillantissime, che so, Socrate, Tommaso d’Acquino, Mark Twain, tra tante verità sacrosante possano averne sparate anche di grosse. E’ normale, è umano, solo i morti non sbagliano. E come si può imparare se non si fanno errori? In un contesto del genere, in una condizione di ipnosi generalizzata che umilia lo spirito di tutti gli esseri umani, difficilmente due più due potrà dar quattro. E la gente continuerà a lavorare per le briciole che il re si degnerà di concederle. A studiare una realtà truccata per restare nell’ignoranza. A andare a farsi uccidere negli ospedali del mercato. Siamo tutti in teoria in grado di affrancarci da questo giogo. Tutti abbiamo il cervello e possiamo servircene a nostro vantaggio. Riuscirci non è affatto semplice. Ma saper onorare la perfezione con cui siamo stati creati, far valere la virtù che possediamo, è nostra esclusiva responsabilità.


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