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Diabete mellito

 

Tra i disturbi metabolici, il diabete mellito è quello diagnosticato con maggiore frequenza. Se ne distinguono convenzionalmente due forme, quella giovanile e quella dell’adulto. In ottica commerciale, appartiene alla categoria delle malattie da individuare quanto prima, quelle su cui si fanno le campagne di “prevenzione”. Intorno a questa condizione vi è infatti un mercato consolidato, con procedure standardizzate che garantiscono profitti regolari e di discreta entità. Chi è classificato come diabetico, oltre all’assunzione perenne di farmaci, è sottoposto a esami e visite periodici, programmati secondo una routine stereotipata, destinata a durare per sempre, visto che speranza di guarigione non datur. Il cliente ideale, quello con l’accredito della paga sul conto corrente, la rotella perfetta dell’ingranaggio. Aspetti socio-economici a parte, proviamo a capire qualcosa del fenomeno. Il glucoso è il materiale da cui la maggioranza delle cellule dell’organismo trae buona parte dell’energia necessaria alle funzioni vitali. Un complesso sistema ormonale ne regola la concentrazione nel sangue e l’utilizzo nei tessuti. Normalmente il tasso ematico di questo fondamentale metabolita è mantenuto costante in un range tra 75-80 e 110-115 mg/dl. Convenzionalmente, valori superiori a 120 mg/dl a digiuno sono ritenuti indicativi di uno stato diabetico. Il modo migliore per diagnosticarlo è il profilo glicemico quadriorario, ottenuto misurando i valori al mattino al risveglio, subito prima del pranzo, due ore dopo pranzo e prima di cena. La maggior parte dei Centri dedicati utilizza la cosiddetta curva da carico orale di glucoso, metodica insensata, in quanto estranea alla nostra fisiologia. Fatta la diagnosi, il malato riceve istantaneamente il solito messaggio terroristico (“te lo porterai fino alla tomba”, “dovrai per sempre affidarti a noi, che siamo gli unici a poterti salvare”), e subito dopo la doverosa prescrizione di farmaci. Per il tipo dell’adulto (tipo 2) vengono in prima battuta usati i c.d. ipoglicemizzanti orali, sostanze che gli stessi trattati di farmacologia e medicina interna ammettono non essere in grado di controllare l’evoluzione della malattia, né di prevenirne le complicanze. Ciononostante vengono prescritte regolarmente, spacciandole per il rimedio che assolutamente non sono, semplicemente perché hanno l’effetto di ridurre i valori del tasso glicemico, a un prezzo imprevedibile per la salute di chi le assume. Quando gli esiti in tal senso non sono sufficienti, anche nel tipo 2 viene utilizzata l’insulina, che rappresenta la scelta – unica e “obbligata” – per le forme giovanili (tipo1). L’origine di queste è concordemente attribuita a un deficit incretivo di tale ormone, conseguente a un danno anatomo-funzionale del pancreas, in genere di natura autoimmune, dove gli speciali tipi cellulari destinati allo scopo (cellule β, componenti delle c.d. isole di Langherans, agglomerati cellulari sparsi nel tessuto dell’organo, di cui rappresentano la componente deputata alle funzioni endocrine) sarebbero selettivamente e più o meno estesamente danneggiate dal processo infiammatorio, in genere attivantesi in forma acuta. La predisposizione genetica, riconoscibile nella frequentissima familiarità, è il fattore ritenuto responsabile più di altri nella genesi del disturbo. L’ideologia medica dominante considera irreversibile il danno pancreatico, e come al solito indica nel rimedio farmacologico l’unica soluzione praticabile. Tale interpretazione del fenomeno morboso, come sempre semplicistica e riduttiva, è trasmessa al malato come verità assoluta, azzerandone ad un tempo gli orizzonti dell’intelligenza e la speranza di una vera guarigione. Ignoranza e disperazione: i presupposti del perfetto business. Le insuline attualmente in commercio sono prodotte con tecniche di ricombinazione genetica, analoghe a quelle dei farmaci “biologici”. In assenza di trucchi occulti, nel loro genere sono, in teoria, anche un buon prodotto. Ma – come sappiamo – la soluzione per le malattie non sono mai i farmaci. Come da almeno un secolo accade nel mondo delle banche, le informazioni disponibili – oltre quelle direttamente funzionali al mercato – sono poca cosa. Per il diabete, non si va oltre l’idea di una terapia sostitutiva, che vicarii la funzione insufficiente con l’apporto esterno dell’ormone carente. E’ facile capire che gli aspetti del problema sono molto più complessi del semplice insulina si, insulina no: i meccanismi che regolano gli equilibri metabolici sono molteplici, e lavorano tutti in meravigliosa (direi magica) armonia. L’organismo ha capacità di modulazione e adattamento alle situazioni critiche in gran parte insondate. Pretendere di gestirle con la semplice sintesi di un prodotto farmaceutico è illogico, inadeguato e in definitiva utile solo in termini commerciali. Sarebbe molto più razionale studiare il modo di sfruttare le risorse naturali intrinseche, con l’obiettivo di favorire il ripristino dell’elemento carente, o l’instaurazione di un sistema efficace di compenso, basato sugli effetti delle altre increzioni ormonali. Che le cellule β non possano in qualche modo rigenerarsi è un dato tutto da dimostrare. Che l’organismo non sia in grado di attivare la produzione di sostanze con effetti simil-insulinici, o di rimodularsi per minimizzare le conseguenze della carenza è un altro aspetto che andrebbe accuratamente esplorato. La prima terapia che i manuali di medicina (il più accreditato è questo, immancabile nelle tasche dei medici di tutto il mondo) indicano per il diabete è l’attività fisica, la seconda è la cura dell’alimentazione, la terza i farmaci. Come si vede, anche nei luoghi della più stretta ortodossia ideologica, si fa riferimento ai fondamenti della cura della salute (in questo senso, non sembrano neanche così beceri!). Giacché, come al solito, non abbiamo sufficienti informazioni specifiche per definire un percorso di cura naturale per il diabete mellito, proviamo a farlo servendoci di quanto sappiamo sui meccanismi biologici. La prima cosa che deve fare chiunque, giovane o adulto, si veda diagnosticare la malattia è impegnarsi col massimo rigore a curare la propria salute. In questo modo, metterà in atto le terapie più importanti, movimento e adeguata assunzione di nutrienti. Sugli antidiabetici orali non c’è discussione: non vanno usati e basta. Se proprio – almeno all’inizio e limitatamente al tipo 1 – non si può astenersi dall’insulina, imparare da subito a gestirsi il trattamento, limitandone al massimo le dosi e non facendosi una malattia del numeretto della glicemia: può valer la pena di accettare valori un po’ maggiori degli standard indicati, se questo consente di usare meno farmaco, e di trovare rimedii alternativi nello stile di vita. Forse mai come in questo disturbo la consapevolezza del malato è importante per raggiungere l’obiettivo (che è sempre sentirsi bene, e nient’altro). Per ottenere il massimo da tale politica è indispensabile la fiducia nelle proprie risorse naturali, e l’abolizione di ogni sorta di paura. Che può significare non andare troppo spesso a farsi “controllare” dallo specialista, attività inutile se si sono acquisiti i giusti criteri, e pericolosa per i timori che la consulenza facilmente evoca. Un test di laboratorio semplice e efficace per verificare l’andamento medio del tasso glicemico è il dosaggio dell’emoglobina glicata, HbA1c. Può valer la pena effettuarlo, 3-4 volte l’anno. E’ altamente probabile che la natura metta a disposizione sostanze utili a migliorare l’efficienza del metabolismo glicidico. C’è chi dice che le foglie di stevia – pianta dalle vicende controverse, ora reclamizzata come dolcificante della Coca Cola Zero e di altri prodotti commerciali – siano in grado di correggere lo squilibrio glicemico, e addirittura aiutare a guarire dal diabete. Senza inoltrarci in cose che non sappiamo, siccome male non fa, il consiglio per tutti i diabetici è di assumerla con regolarità. Un aspetto del trattamento da non sottovalutare è la cura dell’ambiente microbico intestinale. L’enterobiota ha verosimilmente un ruolo chiave nell’efficienza dei meccanismi digestivi, e – direttamente con questi connessi – in quelli dell’immunorisposta e dell’omeostasi endocrina. Perciò, regolare apporto di probiotici (lattobacilli), sia officinali che preferibilmente naturali (tipo miso e kefir), e di prebiotici, cioè alimenti ricchi di fos, le fibre correlate al fruttoso, tipo miele, cipolle, banane, topinambur, cicoria, asparagi e altri. Per accrescere le nostre conoscenze sull’argomento diabete sarebbero specialmente gradite, nei commenti all’articolo, le testimonianze di chi ne è affetto.

Malattia infiammatoria intestinale

La malattia infiammatoria intestinale (IBD) è un disturbo viscerale tendenzialmente cronico, di origine autoimmune, legato a elementi antigenici della parete del tubo digerente. E’ inquadrata in due tipologie classiche, corrispondenti alle forme in cui più frequentemente è espressa: la malattia di Crohn e la rettocolite ulcerosa. Come tutte le condizioni autoimmuni, coesiste facilmente con altri fenomeni della stessa natura, soprattutto la spondiloartrite. La clinica peraltro evidenzia sovente segni di sofferenza intestinale, sostanzialmente asintomatica, in persone con manifestazioni reumatiche di altro tipo. E’ verosimile che la prevalenza dell’uno o dell’altro pattern sintomatologico dell’IBD dipenda da tratti individuali, non ben caratterizzabili. Nella forma del Crohn prevalgono i sintomi dolorosi, localizzati maggiormente nell’ultimo tratto del piccolo intestino, allo sbocco nel cieco. Si tratta di una zona del tubo digerente specialmente sensibile sul piano immunologico, tant’è che Dio vi ha messo un organo linfoide speciale, l’appendice vermiforme, per proteggerne la funzione (è quella che dà la nota “appendicite”, il pretesto preferito dai chirurgi per le loro routinarie mutilazioni). Nella colite ulcerosa la manifestazione predominante è la diarrea ematica. Anche in questa malattia l’attività diagnostica eccede abbondantemente le necessità del paziente. E’ raro che chi ne è affetto si scampi una o due coloscopie all’anno, sia che stia bene o che accusi fastidi. Oggi la valutazione anatomica si può fare con buona precisione con metodiche ecografiche, molto più rispettose della salute e della dignità del malato. Se ne abusa ugualmente. Ma almeno ti risparmiano il supplizio del diabolico tubo. La cura migliore di questo disturbo è non averne paura, bere abbondanti liquidi, assumere omega 3 e probiotici, mangiare cibi ricchi di fibre (ossia i vegetali), conoscere le proprie reazioni, evitando i fattori che l’esperienza insegna possano riacutizzarlo, senza paranoie. Insomma, la cura della salute. Può valer la pena, per i casi in cui sintomi specialmente intensi tolgano lucidità, e con essa la voglia di essere ottimisti, tenere in casa qualche fiala di desametazone da 8 mg, da somministrare intramuscolo se – al momento – proprio non si riesce a attingere a altre risorse. E’ meglio farne a meno. Ma ricorrere eccezionalmente al farmaco, con questi criterii, non è comunque un crimine.

Infezioni urinarie

Le infezioni urinarie sono in assoluto la prima motivazione per la prescrizione di antibiotici. Tale presunta esigenza nasce da due concetti dogmatici: le vie urinarie devono essere “sterili”, e l’infezione è l’aggressione dell’organismo da parte di un agente “ostile”. Uno scenario di guerra, col cattivo di turno che, non si sa bene perché, decide di farci del male, noi così tranquilli e innocenti. Leggere in questo modo una dinamica biologica è semplicistico e puerile. Ma fa comodo, perché dà l’illusione di avere compreso, e fornisce una giustificazione etica alla vendita del farmaco. Dopo oltre un secolo, siamo ancora legati a un’idea dei tempi di Pasteur, agli albori della microbiologia (ammesso che lui la vedesse così): l’ambiente è zeppo di germi patogeni, da cui stare alla larga, perché avendo la iella di incontrarne uno, la malattia è fatale. Un minimo di conoscenza dell’immunologia (campo di studi molto più recente di quello infettivologico), e un’idea di massima delle logiche fondamentali della biologia, dovrebbero sollecitare la medicina a cercare concetti più coerenti con quanto ci è dato di osservare. Tutti noi ogni giorno incontriamo di tutto. Anche germi, parassiti, virus. Distinguere quelli buoni e quelli cattivi è arbitrario e poco sensato. Normalmente conviviamo serenamente con ogni sorta di microorganismo. Tale convivenza è anzi verosimilmente necessaria, alla nostra vita e alla loro. In natura c’è un (mirabile) equilibrio tra le specie viventi, e tutte quelle che ci sono hanno pari diritto di esserci. La cosiddetta infezione è un segno della rottura di quell’equilibrio. Ma la causa non è certo la cattiveria di una delle parti. L’abnorme proliferazione di microrganismi si verifica quando una disfunzione dell’ospite ne crea i presupposti, il “terreno” propizio. Se il difetto – come frequente – è di prevalente ordine immunologico, è facile che vi siano manifestazioni reattive più intense e durature, secondo le caratteristiche dell’agente coinvolto. Ma i meccanismi di protezione naturali risolvono di norma la situazione, con molta maggiore efficienza di quanto può fare qualunque farmaco. Il senso della cura non è cercare il rimedio esterno speciale. Ma permettere a quei meccanismi di agire con la massima efficienza. Come sempre, curando la salute, non la malattia. Vedendola così, si capisce come tutta l’attività d’indagine che la medicina attua in queste situazioni, colture, antibiogrammi, ricerca di anticorpi, serva solo all’economia e non al paziente. Riguardo la sterilità urinaria, non mi risulta sia sancita in nessun passo della Bibbia. Con tutti i microrganismi che ospitiamo, un passaggio transitorio di qualche specie nelle vie urinarie ci può stare, senza che significhi nulla di che. Il rimedio migliore per le cistiti e flogosi urinarie è bere tanti liquidi, aiutando magari il corpo, e soprattutto lo spirito, con tisane di piante decongestionanti, tipo uva ursina e betulla. Utile in questi casi assumere anche probiotici: la sofferenza intestinale è una delle principali concause di quella urinaria. Ovviamente è sempre opportuno darsi una ragione del disturbo. Alcool e cibi piccanti possono essere un trigger. Nelle donne, rapporti intimi in stile conigli (o balene, visto che si accoppiano lanciando fuori dall’acqua le molte tonnellate che pesano) ostacolano la fisiologica emissione di secreti protettivi per le mucose, favorendone le reazioni infiammatorie. Da diversi anni non prescrivo più antibiotici per queste indicazioni (in verità, neanche per quasi tutte le altre). I pazienti guariscono prima, e molto più stabilmente.

Bronchite

Le infiammazioni delle vie aeree sono tra i disturbi in assoluto più comuni. In soggetti predisposti interessano le basse vie respiratorie, configurando i quadri di bronchite. In genere decorrono in forma acuta, durante gli episodi “influenzali”. In questi casi, la guarigione è rapida, soprattutto se non ci si complica la vita prendendo antibiotici. Molte persone esprimono la flogosi bronchiale, oltre che producendo catarro, con fenomeni ostruttivi, causati da contrazione delle fibre muscolari della parete dei bronchi periferici, definendo una condizione di bronchite asmatica. Questi pazienti hanno spesso una probabilità maggiore di sofferenza respiratoria, tendendo a volte a un decorso ricorrente-cronico (la cosiddetta BPCO, broncopneumopatia cronica ostruttiva). Uno stato persistente di broncocostrizione, dove l’aria inspirata resta in parte intrappolata negli alveoli, tende a determinare la progressiva perdita di elasticità del polmone, portando col tempo la gabbia toracica a uno stato cronico di anomala espansione. Questa condizione è definita enfisema polmonare. Disturbi asmatiformi si osservano con sempre maggiore frequenza nei bambini. In molti di questi casi si può chiaramente riconoscere, come fattore scatenante, la somministrazione di un vaccino. L’asma è uno dei fenomeni dove la componente emotiva è evidente in modo palese. La paura di non riuscire a respirare innesca un tipico loop, peggiorando l’intensità del broncospasmo e la percezione del sintomo. Chi soffre di questi problemi tende facilmente a cercare una migliore ventilazione respirando con la bocca. E’ un gravissimo errore, che può da solo costituire motivo di aggravamento e cronicizzazione della malattia. Asmatica o no, per superare la bronchite bisogna trattare bene l’apparato respiratorio. Anzitutto, introducendovi aria riscaldata, filtrata dalle polveri e umidificata, che è esattamente lo scopo per cui Dio ci ha dato il naso. E’ davvero difficile che il grado di dispnea sia tale, che faccia differenza respirare colla bocca o col naso. E’ per lo più una questione emotiva, che è obbligatorio imparare a gestire. Se il naso è ostruito – come può spesso accadere nelle condizioni respiratorie – basta spruzzarci acqua salata per sturarlo: semplice e efficace. Ma il modo più importante di trattare bene i bronchi è garantirgli la disponibilità di liquidi no limits. Le cellule dell’epitelio bronchiale entrano in contatto, a ogni respiro, con aria che non sempre è di vergini montagne (oggi praticamente mai, forse neanche in cima all’Everest). Per proteggerle dagli inquinanti il nostro progettista ci ha dotato di un sistema strepitoso, solo per il quale, non fosse per tutto il resto, dovremmo eternamente dirgli grazie. Ci ha dato le cilia vibratili. Possiamo immaginare l’albero bronchiale come un grande millepiedi, con tante diramazioni, le cui zampe si muovono instancabilmente nella stessa direzione. Questo moto perpetuo è il sistema di trasporto dei secreti mucosi delle cellule, che vi incorporano le tossine da espellere. Il film mucoso è drenato incessantemente in senso centripeto, fino all’orofaringe, per essere eliminato dall’apparato digerente, in modo automatico e senza che ce ne accorgiamo. L’epitelio bronchiale si ripulisce producendo muco. Se l’acqua che ha a disposizione è tanta, la depurazione sarà più completa, e il secreto più fluido e facile da trasportare per l’apparato ciliare. Se, al contrario, i liquidi scarseggiano, sarà catarro denso e ristagnante, sofferenza cellulare, reazione infiammatoria: in una parola, sarà bronchite. L’indicatore sul piano pratico è la tosse. Se si innesca il riflesso della tosse, significa che le secrezioni poco fluide tendono a accumularsi lungo l’albero bronchiale, rendendo insufficiente il drenaggio naturale. Significa che ci serve più acqua. Possiamo pensare che ogni colpo di tosse sia una sorta di promemoria, una sollecitazione a bere un bicchiere d’acqua. Una misura ragionevole può essere quattro litri quotidiani o giù di li. Chi è predisposto alla bronchite, semplicemente applicando questi criterii può progressivamente attenuare il suo grado di rischio, arrivando – con prudenza e ottimismo – a guarirne del tutto. Risorse esterne utili nelle fasi acute sono grandi spremute d’arancia (liquidi e vitamina C) e argento colloidale, un rimedio naturale efficace per la depurazione cellulare (ad esempio, alla concentrazione di 40 ppm, un cucchiaino – di plastica o di legno – tre volte al giorno, per due-tre settimane). Di farmaci si può, e si deve, fare a meno. Agli asmatici suggerisco di tenere in tasca, per la tranquillità, una bomboletta di spray con β2 agonista (tipo il classico Ventolin), pensando che – se adottano il buon senso – non avranno mai bisogno di usarla.

Reumatismi vasculitici

I reumatismi vasculitici sono disturbi autoimmuni dove il target antigenico è localizzato nella parete dei vasi sanguigni, per lo più di medio e piccolo calibro. Il più frequente è il Morbo di Sjögren, mentre quello più emblematico delle potenziali espressioni del fenomeno è il Lupus Eritematoso Sistemico. Rientrano in questo gruppo la Sclerosi Sistemica Progressiva, il M. di Behçet, l’orticaria cronica, varie forme di arterite, l’eritema nodoso, la dermatomiosite, la Malattia di Wegener, la Sindrome di Churg Strauss e altre condizioni più rare. Le manifestazioni possono differire nelle diverse forme, le più costanti sono artralgie, parestesie, lesioni cutanee di vario genere, talora sintomi neurologici di origine centrale e periferica, cefalea, vertigini, sintomi d’organo a carico di occhi, ghiandole salivari, polmoni, reni e organi ipocondriaci. Seppure l’eterogeneità dei disturbi possa disorientare, una volta compreso il meccanismo patogenetico è più facile interpretarli, e averne meno paura. In questo tipo di malattie, la cura della salute deve essere attuata con grande rigore, concentrandosi in particolare sugli aspetti che maggiormente aiutano l’apparato circolatorio: movimento regolare, alimentazione col minimo di grassi e sale, protezione dal freddo, protezione dei polmoni respirando col naso, idratazione generosa (nell’ordine di quattro litri al giorno). Se la schiena è ok, la bicicletta (o la cyclette) è una grande risorsa. In tutte le vasculiti, l’integrazione di acidi grassi omega 3 è obbligatoria. Gli occhi secchi vanno aiutati coi collirii lubrificanti, la salivazione stimolata masticando chewing-gum senza zucchero, gli organi in genere protetti con abbondante apporto di vitamine, da fonte naturale. Come vale in ogni caso, intraprendere un trattamento farmacologico cronico – anche fatto con criterio – è comunque un errore. Analogamente a quanto precisato per altri disturbi della stessa natura, può invece valer la pena, in caso di sintomi specialmente acuti, tenere in casa qualche fiala di desametazone da 8 mg, da somministrare intramuscolo se – al momento – proprio non si riesce a attingere a altre risorse. E’ meglio farne a meno. Ma ricorrere eccezionalmente al farmaco, con questi criterii, non è comunque un crimine.

Sclerosi multipla

La sclerosi multipla è un disturbo del sistema nervoso centrale, interessante le funzioni sia motorie che sensitive. E’ convenzionalmente classificato come un fenomeno a genesi autoimmune, dove l’infiammazione danneggerebbe le cellule del rivestimento mielinico dei neuroni, che andrebbero di conseguenza incontro a una progressiva perdita funzionale. Ci sono tuttavia motivi per ritenere che tale interpretazione sia insufficiente a giustificare molte evidenze sia cliniche che anatomiche. E’ una delle malattie che maggiormente spaventano i pazienti che se ne vedono appiccicare l’etichetta. La paura è quella di una paralisi progressiva, che sconvolge la vita del malato, mantenendone intatte le capacità cognitive. In senso strettamente immunologico sarebbe un esempio di risposta molto atipica, in quanto rivolta verso uno spettro antigenico assai più ampio di quanto documentabile in altre forme autoimmuni. Ci sono poi prove di una componente di pura natura circolatoria nella patogenesi del disturbo, che vieppiù mettono in dubbio il semplicismo della visione correntemente accettata. E’ verosimile che la definizione di sclerosi multipla sia attribuita a forme morbose di differente natura. Il meccanismo autoimmune è indirettamente comprovato dall’osservazione che numerosi pazienti, durante o dopo l’esordio dei disturbi neurologici, manifestano altre condizioni di sicura origine immunopatologica (reumatismi o altro). Di frequente la diagnosi di sclerosi multipla è erroneamente posta per malati con vasculite cerebrale, sebbene abbia visto casi dove le due malattie coesistevano. Manifestazioni tipiche sono paresi degli arti, parestesie, tremori, vertigini, diplopia, deficit visivi da sofferenza del nervo ottico. La diagnosi, come in tutti i casi, è clinica (visitando il paziente). Può valere la pena, una sola volta, fare una risonanza magnetica di encefalo e midollo. Ogni altra indagine è superflua. A parte la paura che genera, e le incertezze sui meccanismi fisiopatologici, la sclerosi multipla è una malattia come le altre. In quanto tale, può essere superata migliorando la cura della salute, e non perdendo l’ottimismo. Il miglior rimedio “esterno” che abbia sperimentato è la cannabis, precisamente il tipo “Bedrocan”, reperibile in (poche) farmacie di diversi paesi d’Europa (queste alcune in Italia). Le sostanze acquistabili sul mercato clandestino non sono idonee per un uso terapeutico. Si prepara così: in un pentolino contenente circa mezzo litro d’acqua fredda si sbriciolano con le dita più o meno 125 mg di erba, si aggiunge una nocciolina di burro (come mezzo polpastrello), si copre e si porta a ebollizione. Come il liquido bolle, si riduce il fuoco al minimo possibile per mantenere la temperatura senza perderne troppo in vapore. Dopo 30 minuti, si spegne il gas, si aggiungono due bustine di camomilla, o di altro infuso di gradimento (non tè normale, per la caffeina), dopo altri 5′ si filtra il preparato con un colino da tè, distribuendolo in tre tazze di pari contenuto, facendo attenzione, ché il liquido sarà ancora molto caldo. Ognuna di queste tazze, che convenzionalmente chiameremo un bicchiere, è la dose di riferimento. Suggerisco di iniziare la cura con un bicchiere al dì, da assumere in due tempi (es. dopo pranzo e prima di cena), o a sorsetti durante la giornata, terminando comunque entro le 19,30-20, almeno all’inizio. I bicchieri che avanzano si tengono in frigo per i giorni successivi, togliendoli per tempo prima del consumo quotidiano, senza ulteriori riscaldamenti. Per dolcificare l’infuso, consiglio miele o zucchero grezzo di canna. La dose giornaliera abituale va da uno a un bicchiere e mezzo. E’ opportuno un giorno di pausa settimanale. Se non dà problemi, il trattamento si protrae per 3-4 mesi continuativi, poi il paziente lo gestisce secondo buon senso. Costo medio di un mese di terapia: 30-40 euro.

Epatite

Epatite è il termine generico con cui si indicano condizioni infiammatorie del fegato, di differente origine. Il tratto biologico caratteristico del disturbo è, negli esami di laboratorio, l’aumento degli enzimi “transaminasi”, particolarmente di quello indicato come GPT o ALT, il più specifico dell’organo. Il movimento di transaminasi indica necrosi dell’epatocita, l’elemento cellulare investito delle principali funzioni metaboliche della ghiandola. Il fegato ha cospicue capacità rigenerative e di riserva funzionale, per cui metterlo in crisi non è facile. Stati infiammatorii protratti anni possono condurre al fenomeno degenerativo noto come cirrosi, che attraverso il sovvertimento strutturale dell’organo determina una perdita progressiva delle sue funzioni, presunta irreversibile. Perciò, prima si corregge il difetto e meglio è. La causa più comune di epatite è quella da squilibrio alimentare, per sovraccarico di alcool e grassi. La cirrosi post-etilica è una forma ancora frequente. Altre tipologie rilevanti sono quelle “virali”, autoimmuni e da sostanze tossiche (farmaci compresi). Parassiti come ameba e bilharzia possono creare sofferenza epatica. Le epatiti di natura virale plausibile sono quella da virus A, di origine alimentare e decorrente in forma acuta, fugace e autolimitante, da virus della mononucleosi, anche questa transitoria e di rapida risoluzione, e la forma da virus B, biologicamente contrassegnata dal c.d. “antigene Australia” (HBsAg), che invece può dar luogo a condizioni croniche. Il tipo diagnosticato con più frequenza è l’epatite C, un tempo chiamato “non A non B”, che è un disturbo dai tratti molto più incerti e oscuri di quanto si sia soliti pensare. L’elemento chiave sarebbe il virus C, HCV, un presunto agente infettivo trasmesso per contatto intimo coi fluidi biologici. Personalmente ho molti sensati motivi per dubitare che tale entità esista realmente, nel modo in cui la raccontano. La malattia invece esiste, seppure con meccanismo patogenetico ancora tutto da chiarire. E’ verosimile che anche qui il sistema immunitario abbia un ruolo più importante di quanto si crede. Le epatiti autoimmuni hanno caratteristiche abbastanza ben definite. Normalmente fanno parte di un disordine immunologico complesso, di cui la flogosi epatica è una delle componenti.
Quale che sia la causa, anche per l’epatite la cura più importante è quella della salute, badando in particolare all’alimentazione, con gli opportuni integratori. I cibi specialmente utili sono quelli che favoriscono la sintesi del glutatione, tripeptide che è un autentico toccasana per gli epatociti, e che apportano vitamina A. Dunque aglio, cipolla, asparagi, cavoli nelle diverse varietà, carote, zucche, papaia, avocado, anguria. Vale anche la pena di assumere tisane contenenti semi di cardo mariano. Esiste una specialità farmaceutica di glutatione (Tad o Tationil). Si può usare per un ciclo di trattamento intensivo, in ragione di una fiala da 600 mg per via intramuscolare, a giorni alterni per 2-3 settimane.

Ipertensione arteriosa

L’ipertensione arteriosa è un disturbo dai contorni molto più sfumati di quanto abitualmente si creda. Nella maggioranza dei casi non si può neanche considerare una malattia vera e propria, piuttosto una conseguenza di altre condizioni di diversa natura. Anche il nome è inappropriato, perché generico e fuorviante (cosa di cui le banche godono, perché sui concetti mal definiti si lucra alla grande). La pressione arteriosa è fisiologicamente quanto di più mutevole si possa immaginare. E’ una funzione basilare della capacità dell’organismo di adattarsi in tempi brevi a situazioni differenti. Si può dire che varii a ogni battito del cuore. Già questo rende difficile definire un concetto preciso di stato ipertensivo. Se facciamo una breve corsa, la pressione sistolica arriva facilmente a 200 mmHg e oltre, e la cosa è del tutto normale. Anzi, è necessaria, sennò non saremmo in grado di correre. Se si volesse chiarire le idee, anziché convenientemente confonderle, non si dovrebbe parlare di “ipertensione arteriosa”. Ma di “ipertensione arteriosa a riposo”. Così tutti capirebbero, e non ci sarebbe tanto torbido su cui sguazzare. Tant’è, saranno le mode, così paventate da Lorenzo Milani, quanto gradite dal popolo dei mercanti! Inoltre, anche sapendo di cosa si parla, l’ipertensione è – per la natura dell’oggetto – uno dei disturbi più difficili da diagnosticare. Tanto almeno quanta al contrario è la facilità con cui i pazienti se la vedono attribuire, dopo anche una sola, sommaria misurazione. Insomma, un grande pasticcio. Proviamo a fare un po’ di chiarezza. Se, per qualunque motivo, si sospetta di avere valori pressorii eccessivi, occorre anzitutto sincerarsene. E’ semplice. Ma richiede l’osservanza di determinati criterii, diversamente è solo una perdita di tempo. Le rilevazioni sono di esclusiva pertinenza del paziente, ogni altro soggetto è escluso a priori. La tecnica corretta è spiegata qui. Chi è troppo emotivo per fare misurazioni attendibili, è meglio che soprassieda, e si controlli una volta l’anno con un ecocardiogramma (rivela segni di stress cardiaco cronico da ipertensione).
Se si è riusciti a stabilire che in effetti i valori a riposo non sono quelli ottimali (diciamo max 80 mmHg per la minima, o diastolica; per quella massima, o sistolica, c’è più flessibilità), senza fare drammi conviene pensare a qualche correttivo. Fatto salvo tutto quanto illustrato sul significato della malattia, la cura dell’ipertensione coincide perfettamente coi principi di base di quella della salute: bere acqua, muoversi, mangiare saggiamente, col minimo di sale e di grassi. Se si è in sovrappeso, è il momento di eliminarlo. E’ anche il momento di darsi una calmata, perché il rialzio pressorio indica sempre tensione emotiva. Nella quasi totalità dei casi tutto questo è sufficiente a risolvere il problema. Se, in certi momenti, si sentisse il bisogno di un aiutino, non c’è di meglio del brodo d’aglio: due-tre bicchieri in una sola giornata di un decotto preparato facendo bollire per 20-30 minuti una testa d’aglio (opportunamente pelata) in genere regolarizzano la pressione per una settimana e più. Se vi serve anche una coperta di Linus per stare tranquilli, tenete a portata di mano il Nifedicor: 8-10 gocce, come estrema ratio, risolvono rapidamente ogni episodio di severa ipertensione. Ma in nessun caso iniziate un trattamento farmacologico cronico: non ce n’è motivo, e vi fareste solo del male.

Flogosi odontogene

Ha senso chiedersi come mai, rispetto alle altre specie animali, gli esseri umani sono tanto soggetti al deterioramento dei denti. Secondo un’amica, esperta del ramo, il fenomeno origina da una certa naturale suscettibilità anatomica del nostro apparato masticatorio, e soprattutto da problematiche di ordine immunologico. Ci sono persone che non curano particolarmente la propria igiene orale, e nonostante questo non vanno incontro a problemi di carie. Ma sono eccezioni: grazie alla maggior parte di noi, il lavoro per gli odontoiatri di sicuro non manca. Come per ogni disturbo, esiste una componente di rischio cariogeno variabile secondo gli individui: alcuni devono proteggersi con più impegno, altri con meno. Quello che ragionevolmente pesa più di tutto è l’alimentazione. I maggiori indiziati sono gli zuccheri semplici, di cui molti – per abitudine, gusto e cultura – fanno ampio uso. Si può pensare che i cibi dolci non siano in grande accordo con quella che dovrebbe essere la dieta ottimale per la nostra specie. Siccome è difficile rinunciare alle delizie di artisti della pasticceria come Massari e Biasetto, ci si deve mettere nelle condizioni di evitarne le conseguenze per i denti, rimuovendo ogni residuo con un appropriato lavaggio, dopo il godimento. Le capacità riparative dei denti sono verosimilmente limitate. Una volta instauratosi, il processo cariogeno tende a estendersi in superficie e in profondità, fino a compromettere – con tempi variabili – l’integrità dell’elemento. Il dolore è avvertito quando la malattia è già in uno stadio avanzato, e – per quanto sappiamo – a quel punto dobbiamo ricorrere al dentista, per salvare il salvabile. Sarebbe dunque meglio non arrivare a questa fase. Ma, quando accade, è giusto conoscere gli opportuni rimedi. Anche questa malattia – come tutte le altre – costituisce per il mercato un pretesto per vendere prodotti, più o meno sensati. Premetto che la profilassi delle manovre odontoiatriche è l’unica indicazione per cui ancora prescrivo antibiotici, seppure solo per due-tre giorni, non avendo ben sperimentato l’efficacia di alternative naturali. A parte tale circostanza, sono certo che per le flogosi odontogene – anche nell’avanzata fase dell’ascesso – si possa fare a meno dei farmaci. Di norma, in attesa dell’intervento dello specialista, per trattare l’infiammazione del dente e delle strutture peridentali si prescrivono FANS associati a antibiotico. A parte la tossicità, sempre cospicua, di queste sostanze, la loro efficacia è variabile, secondo soggetto e malattia. Se non si hanno alternative, è obbligatorio proteggersi per quanto possibile, con probiotici per l’intestino e almeno liquirizia per lo stomaco. In realtà l’alternativa c’è, a disposizione di tutti. Nell’esperienza mia personale e di tutti i pazienti che l’hanno usato, per l’infiammazione dei denti non c’è nulla di efficace quanto l’aglio. I componenti attivi del bulbo hanno un’attività antiinfiammatoria e regolarizzante che appare infinitamente più potente di ogni farmaco io abbia mai sperimentato. E’ sufficiente spellare uno spicchio – non troppo secco – e tenerlo in bocca (tra i denti o se possibile incastrandolo in qualche spazio) vicino all’elemento sofferente. In genere 30-40 minuti di permanenza continuata sono sufficienti per far regredire i sintomi, a volte anche per mesi. La cura è pressoché infallibile. L’inconveniente – che val senz’altro la pena accettare – è che il succo impregna le mucose, e per qualche ora non si scampa dall’avvertirne l’odore con una certa intensità. E’ consigliabile emettere la saliva, prodotta in abbondanza dallo stimolo del componente, piuttosto che deglutirla, soprattutto per chi ha difficoltà a digerirlo. Per l’igiene orale vale sempre la pena – in fase di acuzie e in condizioni normali – di usare il tea tree oil, come collutorio.

Reumatismi articolari

I dolori muscolo-scheletrici sono nell’esperienza di tutti. Il meccanismo che li genera, nella quasi totalità dei casi, è quello reumatico. Si tratta di stati infiammatorii, prevalentemente articolari, determinati da un’immunorisposta, definita patologica, in quanto rivolta contro antigeni “self”, appartenenti cioè al patrimonio del soggetto che l’esprime. I reumatismi articolari sono l’esempio più comune di ciò che si definisce “autommunità”. Interessano la colonna vertebrale o le estremità. Nel primo caso si parla di “spondiloartrite”, nel secondo di “artrite reumatoide”. Le due situazioni possono facilmente coesistere. Oltre al dolore cronico, che penalizza la qualità della vita, l’infiammazione protratta può – con maggiore o minore facilità a seconda dei soggetti – creare danni articolari persistenti, genericamente definiti “artrosi”. Le deformità degli stadi finali dell’artrite reumatoide ne sono un tipico esempio. L’aspetto più importante della cura della salute, per superare queste problematiche, è l’attività motoria. Si può affermare che il movimento sia la principale terapia delle artriti. Chi fa sport regolarmente non avrà mai disturbi serii di questo genere. L’esercizio più utile è quello svolto a corpo libero, che impegni il maggior numero possibile di distretti articolari. Nuoto, corsa, sci di fondo sono risorse eccellenti. Non potendo andare in piscina o sulle piste da neve, vanno benissimo la marcia coi bastoni (Nordic Walking, qui le informazioni), i salti con la corda, la ginnastica a corpo libero eseguita in casa, previo “riscaldamento” con 15-20 minuti di corsa, corda o cyclette (quest’ultima in generale da evitare se ci sono problemi di schiena). Se non si ha esperienza di queste cose, bisogna impararle, frequentando per breve tempo una palestra o cercando tutorials su internet. E’ il caso di dedicare all’attività fisica almeno un’ora al giorno. Nelle artriti della colonna è fondamentale saper gestire le fasi statiche. Se si è in piedi, mai stare fermi. Evitare di mantenere troppo al lungo la stessa posizione. Stare alla larga da poltrone e divani, usando sedie più spartane possibile, con la seduta in piano e l’appoggio della schiena alto. Quelle con sostegno lombare, genere “da ufficio”, sono deleterie. Soprattutto se si lavora alla scrivania, il posto migliore dove sedersi è uno sgabello ergonomico tipo “Stokke”, ora commercializzato col marchio “Varier”. Se l’originale è troppo caro, si trovano buone imitazioni sul web. Il materasso deve essere piuttosto rigido. Mai dormire supini (o peggio ancora proni), farlo sempre su un fianco. Molto importante: se si sta lungo tempo al computer, lo schermo deve essere più in alto della testa, facendo sì che il piano degli occhi corrisponda grosso modo al margine inferiore del monitor, e il collo risulti così in leggera estensione. Gli “aiutini” per i reumatismi possono essere i cibi con riconosciuta attività antiinfiammatoria (ananas, curcuma, zenzero), l’estratto idroalcoolico di ribes nero, i concentrati di erbe con idonee proprietà (esiste un prodotto della medicina ayurvedica, la Rumalaya, che si dice essere efficace. Purtroppo sembra sia reperibile solo in India. C’è un analogo occidentale, Rheumabi forte cps, acquistabile nelle nostre farmacie, che non è probabilmente la stessa cosa. Ma si può provare, una al giorno, un’ora prima di pranzo, per cicli di uno o due mesi). In attesa dei miglioramenti (rapidi, se ci si impegna) conviene tenersi i dolori, piuttosto che avvelenarsi di farmaci antiinfiammatori. Anche per questo scopo, l’ottimismo è un grande aiuto.

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