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La vergogna delle stazioni

 

Qualche anno fa, scendendo dal vaporino a San Marco in una breve gita a Venezia, fui sorpreso dal fatto che per usare le toilettes pubbliche vicino la fermata fosse richiesto l’esborso di ben due €. Un’altro servizio, poco più in là nella piazza, costava di meno, 1 €. Ma sempre c’era da pagare per poter fare pipì. Da cospicuo bevitore, come sono e raccomando a tutti, risolsi la cosa guadagnandomi il diritto a una minzione gratuita con un caffè al banco del Florian, luogo dove fa comunque piacere fare una puntata. Come già sottolineato nell’articolo sull’obbligo dell’idratazione, il sistema del mercato cerca di trarre lucro anche dalle più ovvie funzioni naturali, in spregio di ogni criterio etico. Venezia, si sa, prospera sul turismo, e in questa logica certi eccessi di avidità – pur ingiustificabili – si possono capire. Ma non è che la maggioranza delle altre città riflettano la preoccupazione di semplificare la vita a chi, in giro per le strade, necessiti di una toilette. Il problema si evidenzia in modo particolare quando si viaggia. Qui emergono contraddizioni non immediatamente spiegabili, se non con la follia imperante nel mondo del business. In ogni aeroporto si trovano servizi igienici grandi, curati e liberamente accessibili, in numero ampiamente sovradimensionato rispetto alle presumibili necessità di quanti vi circolano. La cosa indurrebbe a pensare che in fondo si vive in una società civile, organizzata rispettando i bisogni primari di chi ne è parte. Ma è sufficiente cambiare mezzo di trasporto per giungere a conclusioni opposte. Le stazioni ferroviarie delle grandi città accolgono quotidianamente un numero di viaggiatori che è facile stimare molte volte maggiore rispetto ai relativi aeroporti. Ma qui sembra di vivere in un altro universo. A Milano Centrale ci sono soltanto due toilettes – una delle quali decentratissima, lungo l’ultimo binario – a disposizione degli oltre trecentomila utenti in transito giornalmente. Sproporzione a parte, chi necessitasse di usufruirne ha l’obbligo di pagare 1 € per l’accesso. L’imperatore Vespasiano docet. E il concetto di civiltà è defunto senza riserve. Che razza di sistema è mai questo, dove la più elementare funzione di natura è soggetta al ricatto delle banche? Chi può averne concepito il meccanismo non dovrebbe sentirsi in dovere di sprofondare sotto terra per la vergogna di tanta meschinità? Che mostri è capace di fare il mercato, di capolavori fatti a immagine e somiglianza di Dio? A Roma Termini, quasi mezzo milione di viaggiatori quotidiani, ci sono tre servizi igienici. I due principali, alle estremità laterali del piano interrato, sono gestiti dalle ferrovie, con le stesse modalità e tariffe delle altre stazioni. Ce n’è un terzo, nella galleria al primo piano, gestito dall’esercente accanto, accessibile col risparmio di 30 centesimi (0,70 anché 1 €), addirittura gratis se si acquista una mozzarella. Tanto di cappello: la minzione privata è più conveniente di quella pubblica! A Napoli Centrale – dove talora càpito – sapendo già della tassa di 1 € per l’accesso all’unica toilette presente, e dovendo attendere un po’ prima di partire, pensai di ovviare alla gabella con un caffè in uno dei bar nel sottopiano. Quivi appresi dal cortese banconiere che – all’opposto di quanto prescritto dalla legge per i pubblici esercizi in tutto lo stato – vi è un espresso divieto dell’azienda ferroviaria di avere servizi igienici aperti al pubblico per tutte le attività commerciali all’interno della stazione. Come dire che basta sventolare un po’ di denaro e la forza della Legge svanisce. Che stranezza! Avendo in precedenza, e con sorpresa, constatato una situazione analoga nel bar della stazione di Cagliari, presumo che la disposizione viga eguale ovunque (quella del primo piano di Roma sarebbe una a suo modo virtuosa eccezione). Anche in questo terminal, quando una mattina attendevo un treno – secondo più voci – in cronico ritardo, e ebbi necessità di servirmi del wc, mi trovai di fronte alla solita pretesa di 1 €. Respintala per principio, risolsi nella circostanza la faccenda usando quello (vecchio stile, a scarico diretto sul binario) del trenino, pur ancora fermo al marciapiede, come mi parve più che appropriato. In sintesi, le cose stanno così: ovunque il mercato individui un’occasione di lucro, lo persegue in tutti i possibili modi, indifferente alla maggiore o minore decenza di questi. Dove – per necessità di varia sorta – affluiscono molte persone, ci sono sempre le migliori opportunità. I terminali dei trasporti viaggiatori sono in questo senso il Paese di Bengodi. E via ad affittare spazi e locali ai mercanti dei generi più diversi (Stazione Termini, felice esempio dell’architettura razionalista del ‘900, arrivandoci sembra di entrare in un centro commerciale), a imporre prezzi esorbitanti anche per un po’ d’acqua a chi, per varii motivi, non può allontanarsi per cercare un risparmio, a sfruttare persino le necessità fisiologiche degli individui per un congruo profitto. E’ l’ennesima riprova di quanto il sistema imperante abbia cura della vita, della dignità delle persone. A farci così sarà stato Dio, o la responsabilità è di quelli che in tutto il corso della Storia hanno preteso di parlare a suo nome?

Il fantasma della diagnosi

 

Parlando dell’approccio alla malattia, ho cercato di mettere a fuoco responsabilità e ruoli del paziente e degli eventuali consulenti, a cui si rivolga per fare chiarezza sui problemi che l’affliggono. Ho precisato che in genere il rapporto medico-paziente soffre di un’anomalia di fondo, per cui gli oneri della cura vengono attribuiti al primo, e il malato rifugge da ogni personale responsabilità, delegandola totalmente all’operato di quello. Questo vizio all’origine altera nella sostanza il percorso terapeutico, condizionandone in modo decisivo l’esito finale. Ho messo in chiaro che – contrariamente a tale generalizzata abitudine, e in accordo con quanto accade per tutte le altre specie viventi – l’attività della cura, con tutto quello che può implicare – è esclusiva pertinenza del diretto interessato. Sta a lui intendere le cause della malattia, cogliere tutti i fattori che influenzano i sintomi, accettare e vivere il disturbo, individuare una strada per poterlo superare, e percorrerla colla massima fiducia. Ribadisco: la malattia è un aspetto basilare della vita, un fenomeno affatto personale, come possono essere gusti, sentimenti, interessi, specifici talenti. Come tutte queste cose, è un tratto non delegabile a chicchessia.
Se l’intelligenza del disturbo e gli impegni per superarlo sono a carico del malato, l’indagine clinica e la definizione dello stesso in termini biologici (patogenesi e fisiopatologia) – gli aspetti cioè squisitamente “tecnici” – competono al medico, e a lui solo. E’ la parte dello studio della condizione morbosa che si definisce diagnosi. Lo specifico e precipuo compito del consulente è quello di capire quanto accade al paziente, e spiegarglielo con la massima chiarezza, così che quello sia in grado di esperire le appropriate soluzioni. Ed è qui che emerge l’anomalia. In tutta la mia attività professionale ho sempre accuratamente evitato – per ciascun malato che mi ha interpellato – di accogliere in modo acritico le eventuali conclusioni diagnostiche raggiunte da altri colleghi, scegliendo sempre un percorso autonomo, e nel caso solo alla fine confrontando la mia opinione con quelle altrui. Lo scopo è ovviamente quello di evitare il più possibile che il mio giudizio ne venga in qualche modo condizionato, come è normale possa accadere. In tutto questo non c’è nulla di strano: ognuno di noi ragiona con la sua testa, e lo stesso caso può evocare pareri differenti, in misura maggiore o minore. Il punto che voglio sottolineare è una tendenza, che appare essere diffusa e sempre più evidente col passare del tempo, per cui le persone che accusano un qualche disturbo, pur rivolgendosi allo specialista in teoria qualificato a darle, non ottengano le risposte pertinenti su quanto loro accade. In altri termini, senbra che al giorno d’oggi nessuno abbia voglia di proporre una diagnosi, giusta o sbagliata che sia. Vedo regolarmente pazienti con problemi di salute anche importanti, che mi portano referti raccolti interpellando più esperti, dove si prescrivono “accertamenti” di varia natura, e si propongono terapie di ogni sorta, senza il minimo accenno alla natura del disturbo, se non la pedissequa descrizione del sintomo, parafrasata in vari modi. Ho incontrato malati sottoposti a trattamenti anche rischiosi, sovente con esiti pessimi, che non avevano la minima idea del motivo della “cura”, e della logica che poteva ispirarla. Parliamo non di rado di atti chirurgici, dove facilmente viene asportato questo o quel pezzo, creando di necessità situazioni irreversibili, di cui non è stato a priori chiarito lo scopo. Nonostante gli sviluppi delle tecniche diagnostiche, ad esempio delle metodologie ultrasonografiche e di accuratissimi studi RMN, ho ad esempio constatato che è ancora in auge la laparatomia esplorativa, cioè aprire la pancia del paziente per vedere cosa si trova, procedura che dovrebbe ormai appartenere al remoto passato della medicina. Attitudini del genere sembrano nel migliore dei casi indicative di uno stato di confusione presente in molti clinici, che non sarebbero in grado di gestire in modo appropriato le risorse diagnostiche disponibili e le proprie competenze professionali, situazioni di cui il malato certo non beneficia. Mi è accaduto qualche mese fa di visitare una giovane signora che – fino a poco tempo prima in ottima salute – aveva espresso una sintomatologia addominale ingravescente, immediatamente dopo la perdita improvvisa del marito, per un infarto miocardico. In un iter diagnostico che l’aveva condotta molto lontano dalla sua città, nell’intento di chiarire un dubbio a mio avviso marginale, era stata operata solo per effettuare la biopsia di una piccola lesione retroperitoneale che suscitava ai clinici non so quali sospetti. L’indagine istologica non portò ad alcuna conclusione. La malattia era secondo me palese, e abbastanza banale, in base a una serie di riscontri facilmente disponibili senza compiere atti cruenti. Ho naturalmente comunicato la mia diagnosi all’interessata, pur consapevole che non le sarebbe stata probabilmente utile, visto il percorso che aveva deciso di intraprendere e il fatto che non era una mia paziente, trattandosi di una consulenza occasionale, a richiesta di una collega amica. Di tre anni fa è il caso di una ragazza, nuora di un paziente incontrata a casa di questo, reduce da un intervento ginecologico per via laparotomica, che era stato motivato da vaghi e lievi disturbi mestruali, e soprattutto da infertilità. In assenza di un’interpretazione coerente del quadro, nella foga di attuare comunque una “cura” (ovviamente non gratis), il chirurgo aveva asportato due piccoli fibromiomi e e due presunte “cisti endometriosiche” (entità ricorrente nella pratica ginecologica, di significato in realtà del tutto oscuro), una in ogni ovaia. L’esito fu nullo in senso positivo (disturbi invariati e persistenza dell’infertilità). Ma la manovra produsse la formazione di una massa addominale grande come un melone, che ha richiesto in seguito un secondo atto chirurgico (fortunatamente compiuto in laparoscopia, da specialisti molto più avveduti). Fu diagnosticata come sierocele, e attribuita senza incertezze alle conseguenze del primo intervento. Tra queste l’operatore descrisse anche alterazioni anatomiche di entrambe le tube di Falloppio, che rendono assai remota la possibilità di una futura gravidanza. Come dire il massimo danno senza il minimo beneficio. Solo due tra i tanti possibili esempi di uno stile che appare sempre più diffuso nei luoghi di cura, la prescrizione dei trattamenti più disparati senza una chiara (talora senza alcuna) comprensione del problema accusato dal paziente. Un’attitudine che non può portare niente di buono al malato. Ma che di sicuro offre ogni genere di vantaggio al mercato – che sul business della salute fonda uno dei suoi capitoli in assoluto più redditizi – in termini di accertamenti superflui, di consulenze di tutti i tipi, di terapie avventate quanto remunerative. La medicina che a suo tempo molti come me scelsero di praticare ha ben poco da spartire con tutto questo. E’ un’attività spesso artigianale, fatta più di intelligenza degli esseri umani – e delle funzioni biologjche fondamentali – che di nozioni frutto di chissà quali complesse ricerche. Un lavoro da attuare con criteri rigorosi, primo fra tutti quello di una diagnosi sensata e plausibile. Forse troppo difficile ai più. Ma l’unico, in temini obiettivi, che abbia una sua ragion d’essere.

Vaccinazioni coatte, un possibile pericolo per la sopravvivenza della specie umana

 

Come ho scritto nell’articolo sui vaccini, al di là del fondamentale ruolo storico che tale pratica ha rivestito per l’intelligenza dei meccanismi immunologici, il suo effettivo valore nella protezione della salute degli esseri umani è ancora tutto da chiarire. Non è facile, perché – come per ogni altro aspetto della nostra fisiologia – non sappiamo abbastanza per arrivare a conclusioni plausibili. Ogni azione terapeutica messa in campo dalla Medicina istituzionale implica margini di rischio per chi ne è oggetto. In effetti, una delle maggiori responsabilità del medico che la propone è proprio la valutazione del rapporto potenziali vantaggi-potenziali danni del trattamento, aspetto fondamentale del nostro agire. Trattandosi di fare un pronostico, i margini di incertezza sono ampi, e le risorse principali di una decisione oculata sono l’esperienza del clinico e le informazioni disponibili. Il primo punto è quello più ovvio: se l’hai già fatto, anche più di una volta, puoi farti un’idea dell’effetto che ci si può aspettare. Per quanto vasta, l’esperienza di un singolo operatore non potrà tuttavia consentire una stima adeguata delle possibili conseguenze della cura. Si tratta quindi, necessariamente, di fare riferimento alle esperienze degli altri, su problemi analoghi. Bisogna attingere ai dati riportati sullo specifico argomento. Non parliamo di telefonare a un collega e chiedergli degli effetti riscontrati sui suoi pazienti (cosa peraltro legittima e utile). Parliamo dei grandi numeri, di quel che si è osservato in centinaia e migliaia di casi simili, in ogni luogo del mondo dove si è applicata quella terapia. Parliamo di uno degli aspetti critici del mondo in cui viviamo, parliamo di informazione. Chi possiede un minimo di consapevolezza dei meccanismi che regolano le comunità umane sa perfettamente che tutto quello che viene offerto alla gente con l’etichetta di “informazione” non ha niente a che vedere coll’idea di conoscenza, come sembrerebbe naturale credere. L’informazione è solo e esclusivamente uno strumento del potere, il più efficace nel controllo e manipolazione delle menti delle masse, non a caso comunemente definito come quarto e quinto potere. Quella consapevolezza autorizza a considerare ogni notizia proveniente dagli organi istituzionalmente preposti a darle come sicura menzogna, con rare eccezioni, comunque non riconoscibili come tali nel trend complessivo. Si tratta purtroppo di un grado di coscienza che è appannaggio di pochissimi. La massa guarda i telegiornali con totale candore, senza nutrire alcun dubbio. Il condizionamento del nostro pensiero inizia fin dalla nascita, con i potenti strumenti della scuola, della tv, oggi anche di Internet. L’educazione è un lavoro a togliere, non a dare. Con la scusa di mostrarci cos’è il mondo, il potere fa di tutto per privarci delle più preziose risorse naturali, lo spirito critico, l’attitudine a percepire la realtà così come davvero si realizza. Il risultato è una massa di schiavi ipnotizzati, moltitudini di ebeti che ripetono i rituali stereotipati di modelli di vita che niente hanno a che vedere con ciò che realmente siamo. Viviamo in Matrix, all’interno di un’immagine del mondo del tutto fittizia. E mentre ci culliamo nell’illusione che chi ci comanda persegua il progresso e il bene di noi tutti, il potere fa continui passi avanti per raggiungere i suoi scopi: un controllo assoluto delle azioni di ogni essere umano, con l’opzione di eliminare tutti gli schiavi che non gli servono, nel modo più semplice e senza alcun rischio. Quella delle vaccinazioni subite senza sospetto può costituire una tappa essenziale nel raggiungimento di tale obiettivo. La mia esperienza professionale e della vita mi porta facilmente a delineare uno scenario corente con le ultime tendenze della storia, incarnate da fatti fondamentali come l’undici settembre, che ha dato ai burattinai la riprova di poter far bere alla gente le più grandi baggianate, senza dover temere reazioni significative. Sino ad ora, per poter ripulire il mondo dalle masse in eccesso era necessario il pretesto delle guerre, e l’onere di doverli ammazzare uno per uno. Gli sviluppi tecnologici degli ultimi anni, di cui non sappiamo assolutamente nulla, dovendoci esclusivamente limitare a ragionevoli ipotesi, sulla base di indizi emersi qua e là, possiamo immaginare rappresentino un salto di qualità nella direzione dello sterminio facilitato. Parliamo di nanotecnologie, della possibilità di realizzare dispositivi efficienti di ridottissime dimensioni, tali da poter essere inseriti negli organismi viventi in modo insensibile. Un segnale importante in questo senso è offerto dalla c.d. Sindrome di morgellons, fenomeno di cui si è parlato (poco) qualche anno fa, e che a mio avviso ha un contenuto estremamente inquietante. Si tratta di strutture filamentose in grado di moltiplicarsi nel corpo umano, dando luogo a un disturbo, manifestantesi a carico della pelle, caratterizzato da sintomi estremamente fastidiosi, e dall’emergenza spontanea dei filamenti in ogni parte della superficie cutanea. Analisi effettuate su questi elementi avrebbero fornito dati allarmanti. Si tratterebbe, in sostanza, del primo caso di un dispositivo artificiale capace di interagire colla materia biologica, per dar luogo a strutture miste, comandate dalla testa dell’organulo, consistente in una nanomacchina con funzione autonoma. Tale riscontro apre, per chi sa coglierne le implicazioni, scenari agghiaccianti: un vero e proprio attentato tecnologico alla vita, così come noi la conosciamo. I morgellons sono stati messi in relazione alle sostanze, affatto misteriose, liberate nei chemtrails, le scie chimiche, su cui da anni si dibatte, e sulla cui natura e scopi nessuno ha mai fatto chiarezza. Secondo questa lettura, la malattia potrebbe rappresentare un danno collaterale, non previsto, di strumenti creati per tutt’altri fini (qui un interessante articolo pubblicato qualche anno fa sull’argomento). I soloni dell’informazione “alternativa” sono impegnati in dottissimi dibattiti sulla malvagità di BigPharma e sui pericoli importati dai vaccini. Mentre i tali si arrabbiano e si scandalizzano delle angherie del potere, io vedo la faccenda in questi termini: se le corporations hanno attivato con tanto vigore i loro servi delle istituzioni, per far accettare l’obbligatorietà del trattamento per tutti i bambini, l’obiettivo non è quello di creare una popolazione piena di malati da vaccino. Questo mi sembra un aspetto marginale, che non giustificherebbe tanto impegno e l’onere di una crescente impopolarità. La vera posta in gioco, il vero scopo è a mio avviso un altro. La cosa che interessa realmente ai manovratori dell’iniziativa è soltanto la via, la modalità di somministrazione. Il nostro organismo ha protezioni naturali efficientissime. Ad esempio, introdurre un nanodispositivo per via orale sarebbe problematico, in quanto difficilmente resisterebbe all’esposizione all’ambiente acido dello stomaco, e relativamente pochi soggetti (magari tra quelli trattati cronicamente coi diabolici, perniciosi gastroprotettori) lo assimilerebbero ancora integro. Anche la via inalatoria, in forma di aerosol, seppure in teoria più valida allo scopo, darebbe risultati incerti, sia per la scarsa possibilità di una dispersione omogenea delle particelle (ammesso che ne siano realizzabili con le caratteristiche fisiche adeguate), sia perché anche l’apparato respiratorio ha i suoi meccanismi di difesa. La somministrazione parenterale, con una semplice puntura intramuscolare, è invece perfetta per l’obiettivo prefigurato: un percorso senza ostacoli dritto al torrente circolatorio. L’obbligo legale della vaccinazione consentirebbe agli interessati di disporre di una strada garantita, con cui introdurre nell’organismo di tutti i bambini le nanomacchine e i nanochip utili ai loro fini. Che potrebbero presumibilmente essere, nell’arco di poche generazioni, il controllo totale delle azioni di tutti gli esseri umani, con l’eventuale opzione di ucciderli con la semplice pressione di un tasto. Non possiamo sapere se allo stato esistano già tecnologie in grado di realizzare scenari del genere. Ma questa è la più verosimile tendenza. Saremo capaci di difenderci?

Il vizio dell’acqua e il senso della cammellata

E’ idea diffusa tra tutte le mamme che i bambini piccoli necessitino di un costante apporto di acqua, in quanto specialmente sensibili alla disidratazione. I pediatri diffondono questo messaggio, sul quale non c’è nulla da eccepire. Con la crescita, l’onere di bere liquidi è lasciato alla responsabilità del bimbo, che si sta rendendo indipendente nell’assolvere a un numero sempre maggiore di funzioni. Il piccolo scopre e impara a gustare bevande zuccherate dal gusto invogliante, e facilmente associa l’idea del bere solo a succhi, aranciate o Coca Cola, trascurando l’acqua che – com’è ovvio – non sa di nulla. Il messaggio dei pediatri gradualmente sfuma, diventando il trascurabile ricordo di un’età ormai trascorsa. L’acqua viene facilmente assimilata alle altre bevande “gratificanti”, e si prende l’abitudine di berla solo quando si avverte la sete, spesso come ripiego, in assenza di altri liquidi più attraenti. Molte persone non l’assumono se non a temperatura di frigorifero, perché così sembra più dissetante. Altri, all’opposto, la evitano d’inverno, non sopportandola perché “è troppo fredda”. Con ogni possibile variante individuale, bere acqua diventa una sorta di vizio, la mera soddisfazione di una voglia del momento. E’ un abbaglio cruciale: l’acqua è una necessità vitale, non un vizio. Vizio è accendersi una sigaretta e godere di ogni singola boccata, dopo essersi fatti uno schizzo di eroina. Vizio è bersi otto montenegri, inframmezzando ognuno con una striscia di coca. Vizio è chiudersi tre giorni in un bordello, consumando una scatola di sildenafil. Bere acqua non ha nulla a che vedere con cose del genere. E se può sorgere un tale malinteso, significa che siamo proprio educati a farci del male. Se pensiamo che l’abbondante idratazione sia indispensabile ai bambini, dove può sorgere l’idea che per gli adulti diventi una sorta di “optional”? Che coerenza, che senso ha una visione del genere? Come dire: da bambini dobbiamo curare la salute, crescendo siamo autorizzati a fregarcene. Una delle tante follie cui ci assuefà il mondo del mercato. Siccome poi, dalla deleteria abitudine a bere solo se spinti dalla sete, deriva una cospicua fetta di tutte le malattie umane, fare estrema chiarezza su questo punto, e ribadirne spesso il valore, diventa imperativo se si vuole parlare seriamente di curarsi. Perciò: assumere abbondante acqua è obbligatorio per tutto l’arco della vita. Non c’è alcuna sostanziale differenza tra la necessità che può averne un bambino, un adulto o un vecchio: tutti ne abbiamo bisogno allo stesso modo. Bevendo nella giusta misura, non si dovrebbe quasi mai avere sete. La sete è una sensazione tardiva (oltreché quanto mai soggettiva): quando la avvertiamo, vuol dire che non abbiamo bevuto abbastanza al momento che dovevamo farlo, cioè prima, cosa possibilmente da evitare. Qual’è la misura giusta quotidiana per l’acqua? Come per ogni funzione biologica, non ci si può costringere in criteri rigidi, vista la peculiarità dei tratti individuali (antropometria, alimentazione, specificità metaboliche) e variabili come macro e microclima e attività motoria globale. Per proporre un’idea di massima, l’indicazione che do in genere ai pazienti è di non scendere mai sotto i tre litri di liquidi quotidiani, nella stagione fredda. Se è di più è meglio. Ma già questa misura è ampiamente superiore alle abitudini di quasi tutti, e di norma la reazione dell’interlocutore è di stupore e incredulità. Quasi sempre, anche di scetticismo sul reale peso del messaggio. Per quanto io possa spiegare – nei differenti stati patologici – come il valore terapeutico del solo bere sia infinitamente maggiore di quello di qualsiasi farmaco, con tutte le varie argomentazioni pertinenti, l’intossicazione della mente che è appannaggio di tutti, insieme a una congrua dose di pigrizia, pratica e mentale, porta a rifiutare un simile concetto. Il pensiero, ad esempio, è: “come potrà mai la semplice acqua curare l’ipertensione arteriosa meglio del più recente sartanico (magari associato al fatale diuretico)?” E giù a avvelenarsi di porcherie, per il trionfo di Big Pharma. Qualcuno, per fortuna, ogni tanto capisce, e inizia a curarsi per davvero. Ma per ora la lotta è impari.

Definita grosso modo una quantità, come va bevuta l’acqua? La risposta più naturale sarebbe: “come a ognuno vien meglio”. Poiché lo spirito di iniziativa individuale è talento di sempre più raro riscontro, e quasi tutti sono abituati per ogni cosa a farsi condurre per mano dal Grande Fratello, qualche suggerimento non guasta. Una volta, a casa di una paziente, chiesi di poter bere acqua, essendo in ritardo sulla mia “tabella” quotidiana. Riempii un bicchiere tre o quattro volte, bevendoli di seguito in pochi istanti. La signora osservò: “dunque lei beve così, a cammellate”. In effetti, per praticità, mi sono abituato a bere dosi singole di circa un litro, quattro volte al giorno, più o meno negli stessi orari, avendo il bicchiere come misura di riferimento. E’ il modo personalmente più comodo, seppure – a pari quantità – ogni alternativa sia altrettanto valida. L’importante, qualsiasi regola si adotti, è avere una nozione abbastanza precisa del volume di liquidi assunto. “Cammellata” è efficace per definire il mio metodo. A rigore, come sostantivo, vorrebbe dire “gita in cammello”. Ma – salvo forse in Africa – questa nuova accezione mi sembra più proficua. Per tenere i conti, si può usare la bottiglia piuttosto che il bicchiere: l’importante, a fine giornata, è essere sicuri di aver bevuto quanto programmato. Riguardo quando bere, ogni momento è buono. L’unica regola è di farlo a stomaco vuoto, a congrua distanza (almeno mezz’ora) dall’inizio del pasto. Un altro aspetto che merita sottolineare: curando l’idratazione, ci si rende facilmente conto come i volumi necessari non si possano rispettare se il liquido è freddo. Dunque il principio è: l’acqua come terapia della salute si beve a temperatura ambiente, mai troppo lontana da quella corporea. Lo squilibrio termico importato agli organi da liquidi troppo freddi non è di certo salutare. Se ghiaccio dev’essere, riserviamolo al Mojito, quando ci capita di gustarlo, oppure per immergerci un Krug d’annata. Ma qui, evidentemente, stiamo parlando di cose diverse.

Lo spirito del leone

 

Come ho spesso avuto modo di precisare, la maggior parte di quello che so l’ho appresa dai pazienti. Non soltanto dalla partecipazione delle loro personali esperienze di vita. Ma anche dal confronto delle idee, dal frutto del dialogo. E’ il concetto di scuola, nel suo significato più alto: tutti insegnano a tutti, e ciascuno ha qualcosa di utile da condividere con gli altri. Nulla a che vedere con quella che abbiamo frequentato, con un maggiore o minor grado di noia, per comprarci un pezzo di carta in cambio della nostra anima. Quella che ci ha reso ciò che siamo: la scuola degli schiavi. Non tanto tempo fa, parlando al telefono con una paziente, alle prese con una forma reumatica non severissima, che però la affliggeva col peso di frequenti recidive, mi son reso conto che il motivo principale del non riuscire a venire stabilmente a capo del disturbo era la scarsa fiducia in se stessa. Un difetto di autostima – non di ordine personale, piuttosto in termini che definiremmo “biologici” – che l’induceva a sottovalutarsi e a vedere la guarigione come una prospettiva lontana, un traguardo troppo superiore alle sue forze. Un perfetto esempio degli effetti della scuola di cui sopra, che ci insegna tutto salvo ciò di cui avremmo bisogno, e dei messaggi umilianti con cui la propaganda ci bombarda senza tregua. Se il primo presupposto per superare la malattia è – come più volte sottolineato – l’ottimismo, questo non può innescarsi senza una motivazione plausibile che lo giustifichi. Darsela sarebbe in teoria semplice, se ciascuno di noi fosse educato a riconoscere e apprezzare le infinite risorse di cui la natura ci ha dotati, che si può dire costituiscano il fondamento di ogni espressione di quel mirabile fenomeno che chiamiamo vita. In realtà siamo educati a fare l’esatto opposto. Ci abituano a disprezzarci, a ritenere normale mettersi in conflitto coi nostri simili e con le altre specie, ci fanno credere importanti i pretesti che fornirebbero una base etica al togliere la vita a qualcun altro. Ci allontanano dall’unica, vera morale che dovrebbe ispirare i nostri comportamenti, quella della natura, portandoci a violarne i principi con le scuse più meschine. Ma che fanno presa, perché vengono da chi ci educa: genitori, scuola, preti. Il conflitto tra l’istinto – presente in ogni individuo – e le regole che gli impongono, non è soltanto fonte di disagio personale e ostacolo insormontabile al progresso della specie. E’ anche il punto d’origine della malattia. Ovviamente non ne abbiamo nell’immediato consapevolezza: possono trascorrere decenni prima che un conflitto interiore si esprima come disturbo organico. Ma, nel momento che accade, il solo modo per rimediare, per superare davvero il problema, è fare un percorso a ritroso, tornare a quando ne son nati i presupposti, riconoscere le cause effettive. Errare è umano e prerogativa di tutti. Ma va detto che molti degli errori che commettiamo nella nostra esistenza non sono farina esclusiva del nostro sacco. Che il sistema dove nasciamo e cresciamo è strutturato proprio per farci sbagliare strada, per portarci dove lui ci vuole (in sostanza, come sappiamo, a essere perfetti sudditi-consumatori-schiavi). Ancor prima che un fatto individuale, la malattia è un fenomeno culturale, economico, sociale. Come ben chiarito, un fenomeno etico. Per venirne a capo ci vuole il coraggio e l’umiltà di ammettere e accettare i propri errori, anche se sopra le idee sbagliate ci si è costruiti un’intera esistenza. Essere disposti a perdonarsi e ricominciare su altre basi. Essere disposti a cambiare: una delle cose in assoluto più difficili per tutti. Ma è un obbligo: per uscire dallo stato morboso altra via non datur. Potrei fare infiniti esempi di pazienti che mi hanno raccontato dei conflitti vissuti nell’infanzia, coi genitori, coi fratelli, coi modelli di vita che gli offrivano senza alternative. Le loro storie, quelle che li hanno fatti ciò che sono, quelle dell’infelicità che li accomuna alla maggioranza degli altri, quelle che li hanno portati ad ammalare. Situazioni senza sbocchi? Non necessariamente: per quanto pesantemente condizionati, tutti hanno un margine di libertà di scelta, per sperare in un futuro migliore. Che dire allora, quale messaggio può offrire il medico a un’umanità così frustrata? Alla paziente dissi che aveva tutti i motivi per mantenersi serena. Che poteva, doveva sentirsi forte, molto forte, molto più forte di come era abituata a pensarsi. Che il sintomo era un’inezia, un intoppo trascurabile, e il suo organismo possedeva tutte le risorse per neutralizzarlo in un attimo. Che doveva continuare sulla strada intrapresa, sostanzialmente adeguata ai bisogni della cura della salute, con la fiducia che le funzioni che tutti siamo in grado di attivare l’avrebbero facilmente condotta a uno stato di stabile benessere. Quello che le mancava era questa attitudine, la consapevolezza delle proprie capacità, lo spirito del leone. E’ probabile che gliel’abbia trasmesso. Perché mi ha ringraziato in modo sincero, e la sua situazione sembra sia in effetti migliorata.

Abbigliamento

Gli indumenti più igienici per gli esseri umani – così come vale per ogni altra specie – sono quelli con cui vengono al mondo, cioè nessuno. Indossare abiti di varia foggia può aver senso in condizioni climatiche sfavorevoli, dove conservare la temperatura corporea fisiologica è altrimenti arduo o impossibile. Le diverse culture hanno espresso stili di abbigliamento affatto differenti, non sempre in risposta a reali esigenze funzionali. I problemi possono sorgere quando le necessità delle mode travalicano quelle più elementari della salute. Il componente più delicato sono le calzature: le teniamo ai piedi ore e ore, costringendo a volte la parte più importante del nostro apparato locomotore in atteggiamenti tutt’altro che naturali. Le scarpe possono influenzare la statica di tutto il corpo, condizionando anche il benessere della colonna. E’ quindi il caso di sceglierle confortevoli, con un plantare che assecondi l’arco naturale del piede, e col minimo di rialzo calcaneare della suola. Le più pericolose sono quelle femminili col tacco alto: ho visto signore che avendole indossate per anni, anche per necessità professionali, e con un minimo di predisposizione, hanno subito alterazioni importanti delle strutture articolari delle ginocchia. Altra conseguenza di rilevo è l’alluce valgo, per il sovraccarico dell’avampiede. E’ classico quello delle danzatrici, per la scarpetta da punta. Ma si mette in conto prima: per essere Alessandra Ferri può anche valerne la pena. Delle altre parti del corpo, quelle più a rischio sono i visceri addominali e il tratto lombare, quando si utilizzano cinture troppo strette. Slip molto aderenti possono danneggiare col tempo i genitali maschili (i boxer sono molto più sani, non usarne proprio sarebbe ancora meglio). Il vestito più rispettoso del corpo è il thawb, il camicione fino alla caviglia portato dagli arabi: per noi non è la stessa cosa di un completo di Armani. Ma per la salute è davvero eccellente. Riguardo i tessuti, suggerisco di evitare tutti i “sintetici”, soprattutto se a contatto diretto con la cute. Cotone e lino sono le fibre migliori in tal senso. La lana pura è ok per il rivestimento esterno. Se si usa un cappello, non deve costringere i vasi cranici, né ostacolare la traspirazione.

Il senso della “prevenzione”

Prevenzione, nel senso convenzionalmente usato per le faccende di salute, è un termine odioso. E’ difficile che una sola parola concentri in sé un contenuto di inganno, arroganza, terrorismo e mistificazione di pari misura. E’ una perfetta sintesi di come le visioni più gratuite e arbitrarie dell’ideologia medica siano sbattute in faccia alla gente, con tutta la superbia e il disprezzo possibili, per colpirla dove è più sensibile, nel suo desiderio di vivere. E’ come il peccato originale, il “partorirai con dolore”. Ricorda allo schiavo che il suo stesso esistere è una colpa. Il messaggio è questo: la tua misera esistenza è piena di rischi. Tra questi, fatale e ineluttabile, la malattia. E’ un’insidia misteriosa e terribile, se vuoi salvarti – prima che sia troppo tardi – affidati a me, che so come proteggerti. Un proclama che è una sequenza di menzogne: la malattia è una risorsa biologica, non certo un pericolo. Si può benissimo starne lontano curando la salute. E’ un fenomeno spiegabilissimo, con cause precise e riconoscibili. Non ha una cronologia prestabilita, con momenti che si fa in tempo e punti di non ritorno. Chi ti incalza perché faccia “prevenzione” non possiede nessun valido strumento per proteggere la tua vita (ma ne ha molti per togliertela!). Offre una merce che in realtà non ha, che è esattamente la definizione di truffa. Quello che sanno dare è avvelenamento di farmaci e mutilazioni chirurgiche, le ultime cose di cui la salute ha bisogno. Il disturbo su cui maggiormente punta questa attività è il cancro, lo spauracchio per eccellenza. Ma del cancro, con tutte le chiacchiere e l’eterno “studiare” che ci si fa sopra, la medicina non sa un bel niente. Diffonde l’idea che va preso “in tempo”, per poterlo estirpare prima che invada l’organismo. Denominazioni e strategie di impronta militare (sembra che l’unica cosa che solleciti la fantasia degli esseri umani siano gli scenari di guerra!). In termini biologici, concetti del tutto privi di senso. Sono certo che il cancro sia molto meno pericoloso di chi pretende di curarlo.
Sgombrato il campo dalle menzogne della propaganda, possiamo capire cosa sia in realtà la “prevenzione”: un’attività di marketing, una ricerca continua di clienti, da sfruttare sottoponendoli a una sequenza senza fine di esami, visite, nel caso terapie di vario genere. Tutte cose di cui non hanno alcun bisogno, e che servono solo a ingrassare il mercato. Un meccanismo diabolico, il cui successo è garantito dall’oggetto su cui fa leva: la volontà di sopravvivere comune a tutti. Una persona consapevole del significato della malattia, e degli strumenti efficaci per tutelare il proprio benessere, non ha motivo di cadere in questa trappola. Perciò, quando vi propongono mammografie, Pap-test, lastre e ecografie di vario genere, MOC, dosaggi di PSA, ormoni e markers di qualsiasi sorta, a scopo di “prevenzione”, da qualunque fonte venga il messaggio rispondete tranquillamente: “non mi interessa”. Le aziende incasseranno meno soldi. Ma voi avrete protetto la vostra vita.

Esami diagnostici

Lo scopo principale degli esami diagnostici è fare esami diagnostici. Se qualcuno crede che le indagini cliniche (esami di laboratorio, ecografie, lastre, TAC, RMN etc.) siano necessarie per raggiungere una diagnosi, è del tutto fuori strada. E’ un’abitudine (deplorevole), come tutte le abitudini si mantiene perché lo fanno tutti, per tutelarsi in termini medico-legali (cioè burocratici), per scoprire chissà che cosa, per ogni motivo fuorché l’interesse del paziente. Che, per quanto ipnotizzato, a farli si stressa non poco (oltre a lasciarci qualche soldino). La diagnostica, secondo una mia personale stima, dà conto del 30-40 % di tutto il giro d’affari che ruota intorno alla salute. Per fare un raffronto, quello dei farmaci non è più del 10-15 %. Gli accertamenti in qualche modo utili ai malati sono più o meno l’1 % di quelli che si fanno. Tutto il resto è per le banche. Trent’anni di esperienza professionale mi portano al convincimento che le malattie, qualunque malattia, si diagnosticano con sufficiente precisione con un esame clinico, cioè i dati della storia del disturbo, quelli dei sintomi accusati dal paziente, quelli fondamentali ottenuti con una visita scrupolosa. Eventuali altre indagini possono al più servire per definire certi dettagli e per qualche marginale conferma. Ho visto l’assurdità di persone cui è stata fatta praticare la stessa risonanza magnetica due o tre volte in un mese. Tutti se la bevono e obbediscono, perché “l’ha richiesto lo specialista”. Altri perché non se li chiede nessuno. Un’esame che considero particolarmente abominevole è la TAC. C’è chi ne fa anche otto in un anno. Ignaro, o indifferente al fatto che una singola TAC amministra una dose di raggi X pari a 100-150 lastre del torace in un’unica seduta. Anche i meno informati sanno che le radiazioni ionizzanti sono tutt’altro che un toccasana per le nostre cellule, tant’è che l’esercizio della radiologia impone norme severe per la protezione degli addetti al settore. Le informazioni fornite da una TAC sono ottenibili con altre metodiche, molto più rispettose della salute dei pazienti. E in nessun caso il loro valore giustifica i rischi che fanno correre al malato. Si continua a fare TAC perché gli apparecchi ci sono, e vanno fatti fruttare. Quando quest’aberrazione verrà definitivamente accantonata sarà sempre troppo tardi.
Il pericolo maggiore degli esami non è comunque il danno diretto che comportano. La gente è convinta che le indagini cliniche siano più infallibili del Vangelo. Che ogni numeretto nei referti di laboratorio, che ogni macchia, ogni anomalia nella lastra o nella RMN abbia un significato esatto e incontrovertibile. Ovviamente non è così: ogni metodica diagnostica ha margini di incertezza e di errore anche cospicui, e gli esiti vanno sempre interpretati alla luce del quadro complessivo. Il grave rischio di cui parlavo è proprio qui, nel senso che si dà al reperto, nel reperto in sé. Ho visto moltissimi casi di persone morte semplicemente per aver fatto un esame clinico senza motivo, magari perché lo fa un amico o per pura curiosità. Facilmente quell’esame farà “scoprire” qualcosa – anche se non c’è nulla da scoprire -, e da quel qualcosa può partire un iter che rapidamente conduce alla tomba. In casi meno nefasti, potreste sentirvi annunciare che avete chissà quale disturbo, che siete malati, quando invece vi sentite benissimo. Chiamatelo malinteso, o come volete. Ma cose così accadono quotidianamente, ed è meglio essere avvisati. Quando vi prescrivono un’indagine, di qualunque tipo, non abbiate timore a farvi spiegare con precisione quali informazioni può fornire, e l’eventuale importanza di queste. Se la risposta non è convincente, astenetevene, ché non ci sarà mai troppo da perdere.

Vaccini

La metodica della vaccinazione occupa un posto importante nella storia della medicina. La sua applicazione – ad opera di Edward Jenner – ha offerto un modello sperimentale fondamentale per la conoscenza delle funzioni immunologiche. Il successivo ampio utilizzo di questa pratica, a fini profilattici e terapeutici, accettato senza riserve a livello accademico e istituzionale, ha tuttavia proposto diverse zone d’ombra, da cui trarre spunto per una doverosa discussione. Vediamo, anzitutto, i dati disponibili. Trattandosi di un business della dimensione di intere popolazioni, aspettarsi che vengano lasciate in giro troppe informazioni che possano guastarlo è quantomeno ingenuo. Quel che possiamo sapere è però sufficiente per costruirsi opinioni fondate. I punti salienti sono gli aspetti fisiologici e quelli merceologici. Chi si è interessato di problemi immunologici sa bene come l’esordio di tantissimi casi di malattia autoimmune coincida con episodi acuti infettivi. Sono situazioni dove l’immunorisposta sollecitata da antigeni dei microrganismi coinvolti funge da trigger per l’attivazione di una risposta patologica contro antigeni “self”. Se dunque, in soggetti predisposti, può bastare la reazione a uno stimolo naturale per evocare un disordine cronico, l’amministrazione di una carica antigenica tanto elevata – come è proprio della vaccinazione –, infinitamente superiore a quanto naturalmente possibile, possiamo aspettarci che produca immunorisposte imprevedibili, con esiti disastrosi per chi l’ha subita. E’ in effetti quello che accade a un certo numero di persone, che reagiscono manifestando severi disturbi di salute, che gli devastano la vita per sempre. Tutto questo per una singola dose di vaccino. Per la maggior parte degli altri vaccinati, per loro fortuna meno predisposti a effetti così nefasti, la faccenda non è comunque indolore. E’ comune, nella pratica clinica, il riscontro di fenomeni morbosi di varia natura, come disturbi respiratorii, cutanei, neurologici, in seguito alla somministrazione di vaccini. Ne sanno qualcosa i militari, spesso utilizzati come laboratorio per test massicci di questi prodotti, prima di essere impegnati nelle missioni di “pace” a tutti ben note. E’ davvero improbabile che uno stimolo antigenico tanto violento come quello di un vaccino decorra senza conseguenze apprezzabili.
L’altro aspetto rilevante è quello del veicolo. Le etichette dei diversi vaccini riportano, tra gli eccipienti, la presenza di metalli come mercurio e alluminio. I produttori dicono che non se ne può fare a meno. Ma che siano sostanze dannose per i sistemi biologici è fuori discussione. Se porcherie del genere sono dichiarate, è come minimo lecito il sospetto, vista l’aria che tira, che ce ne siano altre di cui ci tengono all’oscuro, tipo nanochip o altre diavolerie biotecnologiche, sicuramente non destinate al bene del paziente.
Riguardo la protezione che i vaccini dovrebbero fornire, che ce ne sia tanto bisogno è tutto da dimostrare. La propaganda ci racconta di malattie “estirpate” e di bambini salvati da morte certa. Fonti più indipendenti segnalano invece catastrofi conseguenti a campagne vaccinali. Un dato sicuro è che, con varie scuse, il vaccino antipolio orale (Sabin), è stato abbandonato nei paesi occidentali (“non ce n’è più bisogno”!). In merito a altri disturbi tanto paventati dai vaccinatori, se – come accertato – microrganismi come meningococco e clostridium tetani albergano a permanenza nell’orofaringe di numerosi individui perfettamente sani, così pericolosi non devono poi essere.
Alla luce di tutto questo, chiedete al vostro buon senso se sia il caso di infliggere i vaccini a a voi stessi e ai vostri bambini.

Farmaci

Se avessimo il bisogno di farmaci che ci raccontano, la nostra specie si sarebbe estinta già da molti secoli. Per chi ha fatto studi di medicina, dove l’unico concetto di terapia proposto per tutti i disturbi è quello del farmaco, prendere coscienza che esistono opzioni differenti, nell’ambito dei tanti rimedii offerti dalla natura, è fonte quantomeno di grande sorpresa. Se non ti insegnano altro, e pensi che la conoscenza costruita in secoli di studi sia tutta compendiata nel sapere accademico, la sola idea che possano esservi visioni alternative su quanto hai imparato, convinto che fuori di quello ci fosse solo ignoranza e superstizione, può disorientare al punto da portarti a rifiutare la cosa, senza il dubbio di doverci riflettere sopra. Diversamente, dovresti ammettere la possibilità che quanto hai appreso non sia una verità coerente. Ma solo un’ideologia. A nessuno piace sentirsi ingannato. Perciò, inconsapevolmente, si rimuove il pensiero. C’è un solo modo per trarsi d’impaccio: adottare il buon senso, la logica più rigorosa, e verificare con questi strumenti ogni informazione, prima di accettarla come veritiera. Se applichiamo questo metodo ai farmaci, che senso può avere il pensare che sostanze artificiali, estranee alla biochimica naturale degli organismi viventi, introdotte in quegli organismi, così complessi, così efficienti, così mirabilmente progettati, possano correggerne gli eventuali difetti? Chi le realizza dovrebbe quantomeno possedere le abilità del progettista, e sapere con esattezza tutto quanto della funzione che sta modificando. Altrimenti, non saremmo lontani dai ciarlatani che, dal loro carretto, vendevano elisir miracolosi ai villici dei borghi in tempi passati (oggi lo fanno in televisione, con osceni spot pubblicitari. Ma la sostanza non cambia). “Medico è colui che introduce sostanze che non conosce in un organismo che conosce ancora meno”. L’aforisma di Victor Hugo ha l’apparenza di una banale boutade. Ma il suo contenuto di verità merita più di una riflessione. Siamo così abituati, fin dalla nascita, a fidarci dei farmaci e prenderne per qualunque motivo, da non pensare nemmeno un’istante quanto quest’uso sia opinabile e contrario alla logica. Abbiamo la mente drogata, e così droghiamo anche il corpo. Un solo esempio dalla pratica. La causa più frequente dell’uso degli antibiotici sono le infezioni urinarie. Per anni, quando un paziente ne aveva qualche sintomo, o solo presunti segni negli esami, l’unica domanda che sapevo pormi era: “qual’è l’antibiotico giusto?”. Ma che fosse necessario era fuori discussione. Di fronte alle frequenti, più o meno presunte recidive, cercavo gli schemi di somministrazione più complicati, arrivando persino all’uso “preventivo” programmato. Quando ho iniziato a dubitare di quello che mi avevano insegnato, ho praticato soluzioni alternative. Sono anni che non prescrivo più antibiotici per questa indicazione (e per quasi tutte le altre). Ho revisionato lo stesso concetto di infezione (che in medicina non è cambiato dai tempi di Pasteur, nonostante un secolo di studi!). Ora consiglio molta acqua, probiotici e qualche tisana lenitiva. I pazienti guariscono meglio, e evitano i veleni. L’unico motivo per cui, in casi selezionati di altro tipo, ancora prescrivo farmaci, sono situazioni di malattia severamente evoluta, che le persone non sono in grado di gestire con le proprie risorse (in tutta la vita non gliel’ha insegnato nessuno), dove ritengo che l’ottimismo del malato vada meglio catalizzato col rimedio “magico”. Si deve anche tener presente che, essendo tutti diversi, una singola molecola, in un particolare individuo, può produrre effetti imprevedibili. Prendere un farmaco è sempre un salto nel buio, dove il rischio non vale mai la candela. Non ha senso, perché – come abbiamo visto – curarsi è comunque altra cosa. In conclusione, se vogliamo star bene e proteggere la salute, lasciare i farmaci nel cassetto è una regola tassativa.

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