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Il peso del pensiero

 

Quando concordo con un paziente un percorso terapeutico, sottolineo sempre il concetto che – qualunque siano la malattia e la strada che si decida di intraprendere per superarla – la prima cosa che va curata è comunque la testa. Non s’intende che debba recarsi da un parrucchiere di grido, perché gli confezioni un’acconciatura mozzafiato: parlo – ovviamente – di idee. Ogni cura inizia da un progetto. Quello prodotto dalla maggioranza dei malati consiste nel delegarne la realizzazione e la responsabilità all’esperto di turno, nella speranza di poter guarire semplicemente eseguendo con più o meno scrupolo quanto da quello disposto. E’ una pura illusione, perché la salute non è delegabile, e ognuno risponde della propria, senza alibi o filtri. Perciò, se si vuole ottenere qualcosa di buono, si deve entrare nel problema e costruirsene una visione realistica. Questa preliminare attività di intelligenza ha un peso determinante per l’esito finale della terapia. Si potrebbe anzi dire che la guarigione dipenda completamente dall’idea che ci si è fatti della malattia. Non c’è nulla di strano in questo. Siamo naturalmente portati a guarire, ed è quello che di norma accade, non appena le cause del disturbo regrediscano o si attenuino. L’ostacolo maggiore a tale processo naturale è costituito proprio dall’attitudine mentale che possiamo assumere su quanto ci accade, con ogni implicazione razionale e soprattutto emotiva che questo sottende. In primo luogo la paura, presente d’istinto, e alimentata oltre misura da pregiudizi e terrorismo, flagello ubiquitario del mondo del mercato. Può essere una barriera insormontabile, e precludere qualunque possibilità di una soluzione positiva. Va rimossa, e solo la ragione può farlo. Riuscirci è tutt’altro che facile. Perché la paura ce la portiamo da casa, ce ne creano di ogni genere da che veniamo al mondo, ed è lì che cova, pronta a palesarsi alla minima difficoltà che dobbiamo incontrare. Prendendo per buono quanto ci raccontano, di fronte ad esempio a una diagnosi di cancro non sarà possibile non farsi attanagliare dall’idea di una probabile morte imminente. Non ve ne sarebbe motivo: il cancro è un fenomeno biologico come tanti altri, la sua possibile evoluzione non può essere diversa da quella di ogni altra manifestazione vitale. Se tendiamo naturalmente a guarire dall’influenza, non c’è ragione di credere che lo stesso non debba accadere con qualsiasi disturbo. Ma coltivare questa idea significa ammettere che ci imbottiscono di menzogne, che quella che consideriamo scienza è un bluff, che non possiamo fidarci di chi ci si presenta come esperto autorevole. Che dobbiamo fidarci solo di noi stessi, e di quel Dio che il nostro essere rappresenta. Uscire dall’ipnosi, liberare il pensiero non è facile. Il mercato ci circonda di cattivi consiglieri, e non ci offre alternative al credere a questi. Assegna diplomi, lauree e master, illudendo chi se ne fregia di aver acquisito la vera conoscenza. Un inganno globale, che impedisce ogni speranza di progresso. Ci ammaliamo, ci dicono che non possiamo guarire, e così avviene perché ce ne convincono. La verità è altrove. Ma non sappiamo raggiungerla, perché la mente è plagiata irreversibilmente dal disegno del potere. Al di là di quanto la mia esperienza sia in grado di offrirgli, raccomando sempre ai pazienti di ascoltarsi, di imparare a cogliere i segnali che l’organismo gli manda, di provare soluzioni personali: tra tante, è possibile che ne trovino di valide, e sarà una risorsa per loro e per altri. Quello che impariamo da noi stessi ha un valore speciale, ci arricchisce e ci dà sicurezze dal valore incomparabile. Ci fa scoprire chi possiamo essere, imparando a sfrutttare le potenzialità con cui siamo nati. L’esperienza è la nostra più grande ricchezza. Ma quale scuola si sognerebbe di insegnare agli allievi che noi siamo quello che pensiamo? La verità è strumento di libertà, e non trova posto nella scuola degli schiavi. Le reazioni dell’organismo dipendono al 100 % dal modo in cui interagiamo con l’ambiente che ci circonda, da pensieri e emozioni che la realtà evoca in noi. La malattia è una di queste reazioni: dobbiamo sempre metterla in relazione con le circostanze che ne hanno giustificato la presenza, individuarne le cause ed essere tranquilli solo per esserci riusciti. Accettarla senza alcun timore, perché è lì per aiutarci, non certo per farci del male. Far proprio questo semplice concetto, crederci senza dubbi o riserve, è il modo migliore per mettersi nelle condizioni di superarla, di riprendere a star bene, quando dovrà accadere. A volte faccio ricerche su Google, riguardo certi stati morbosi, anche per vedere come sono indicizzati gli articoli di questo sito. Quello che vedo è desolante: ogni risultato evoca terrore solo nel titolo, e tutti nel complesso alimentano la visione della malattia come un flagello, un’insidia perniciosa che obbliga alla ricerca dei più sofisticati ordigni in grado di combatterla, dove il dubbio di non farcela aleggia inesorabile. “Trovata una nuova arma contro l’epatite B”, “Dalla ricerca dell’Università X una nuova speranza per i malati di cancro”, “Dieci consigli per vincere l’artrite”, “Presto in commercio un vaccino contro i funghi”, e cose del genere. Un fatale scenario di guerra, proclamata come l’unica soluzione possibile. I trucchi del potere sono sempre gli stessi, da che abbiamo memoria. Il divide et impera è tra i più utilizzati, a quanto pare dagli albori della storia. Incredibilmente, la gente ci è sempre cascata, fossero le rivalità tra Atene e Sparta, o i Galli ai tempi di Cesare, o gli infedeli che profanavano la Terra Santa, e poi Guelfi contro Ghibellini, e così via fino ai tempi attuali, dove ancora fanno presa gli odii religiosi, con gli arabi – civiltà rispettabile quanto e più della nostra – additati come fanatici e terroristi, pronti a farsi esplodere per affermare non si sa cosa. Per non dire dei conflitti sociali, che in ogni sistema di convivenza hanno suscitato morti e rancori insensati. Per convincere gli esseri umani a farsi ammazzare, il potere ha creato l’idea di patria, nozione di per sé aberrante e avulsa da ogni logica, imponendola come valore supremo attraverso gli strumenti consueti dell’educazione, scuola in primis. La guerra è sempre una follia. Eppure se ne sono fatte e se ne continuano a fare, grazie a una sorta di assuefazione mentale che impedisce alle masse di ragionarci sopra. E’ follia anche pretendere di far guerra alla malattia, a “germi e batteri” che mettono in pericolo i nostri bambini (mentre le merendine fatte con gli ogm della Monsanto vanno benissimo!). Facciamo strage di microrganismi con gli antibiotici, e poi li riintroduciamo con l’Enterogermina “perché ci fanno bene”. Siamo sicuri che sia proprio sapiens sapiens? L’ignoranza è il vero puntello del potere: la promuove, e fa di tutto perché gli individui non imparino mai a ragionare con la propria testa. A quanto pare, ieri con l’Inquisizione, oggi grazie a tv e Facebook, ci riesce benissimo.

I nuovi veleni

 

Sebbene negli ultimi anni mi sia scarsamente aggiornato sulle nuove proposte dell’industria farmaceutica, ritenendolo un argomento di trascurabile interesse per quelli che considero gli scopi più genuini della pratica medica, mi è accaduto talora, per aiutare un paziente a curarsi, di dovermi documentare su taluna di queste molecole, da altri prescritte. Il metodo che adotto è visionare la relazione (“EPAR”, European public assessment report) presentata dal produttore all’EMA – l’ente dell’Unione Europea che autorizza la commercializzazione dei farmaci nei paesi membri – pubblicata nel sito di questo. Anche se si tratta di una sostanziale formalità, visto che nessuno è in grado o si prende la briga di verificare la veridicità di quanto dichiarato (ed è quindi un caso esemplare di controllato che è anche controllore di se stesso), considerato che in ogni modo chi lo fa se ne assume la responsabilità morale e legale, le informazioni fornite rivestono un certo valore per capirci qualcosa. Si tratta – in un oceano di chiacchiere scientifico-burocratesi – di riuscire a cogliere, sovente leggendo tra le righe e cercando di intuire le immancabili omissioni, quei pochi dati essenziali che permettono di farsi un’idea degli effetti, e soprattutto dei rischi del trattamento. Recentemente ho esaminato due sostanze di relativamente nuova introduzione, grosso modo appartenenti a una stessa categoria farmacologica, quella dei principi formulati per contrastare i meccanismi naturali dell’emostasi e della coagulazione: il ticagrelor (Brilique, antiaggregante piastrinico) e il rivaroxaban (Xarelto, anticoagulante). Senza troppo addentrarsi in dettagli tecnici, l’impressione che emerge leggendo o intuendo gli effetti tossici manifestati dai soggetti partecipanti alla sperimentazione clinica (uomini piuttosto che topi, peraltro anch’essi importanti) è che l’efficacia di queste sostanze di nuova generazione nell’ottenere lo scopo cercato sia in genere significativamente maggiore delle loro antesignane. Ma che vada di pari passo con un grado di nocività accresciuto in proporzione. La cosa è facilmente comprensibile, avendo un minimo di conoscenza di come funzionano i sistemi biologici. Se infatti ogni singola funzione di cellule e tessuti è correlata e lavora in armonia con tutte le altre presenti nell’organismo, modificarne l’attività in maniera tanto specifica, quanto le nuove molecole sono in grado di fare, non potrà che interferire con altrettanta precisione sulle altre, più o meno direttamente a quella legate. Il risultato finale – imprevedibile nei dettagli e variabile per ogni singolo soggetto – sarà necessariamente un’alterazione cospicua dei meccanismi vitali, una quantità di “effetti collaterali” a carico di ogni organo e apparato, facilmente gravi e anche mortali. Chi studia e mette a punto queste sostanze non ha come primo obiettivo quello di migliorare l’esito di una terapia, senza fare troppi danni. Ma di ottenere un prodotto propagandabile come efficacissimo per lo scopo voluto, e i cui effetti tossici siano minimizzabili quanto basta perché ne venga autorizzata la commercializzazione. Se poi l’utilizzo su larga scala dovesse produrre anche vere e proprie stragi – come a mio avviso già accade per le statine e varie altre porcherie di comune prescrizione – difficilmente la gente verrà a saperlo, perché gli strumenti della propaganda avranno buon gioco nell’attribuire il danno alla malattia o ad ogni fatalità di sorta. La conclusione che si può ragionevolmente trarre da queste osservazioni è che ogni nuovo prodotto messo in vendita dalle case farmaceutiche va considerato fonte di rischi sempre maggiori per chi se lo vede prescrivere. Questi – a fronte di tale oggettiva realtà – non sarà che un illuso se immagina che qualcuno possa metterlo in guardia. Il problema è che avrà molte probabilità di diventare un illuso morto.

Vivere la malattia

 

Ritorno su questo argomento, di importanza cruciale per la protezione del miglior stato possibile di salute. E’ un dato costante, quando intervisto un paziente con sintomi di recente insorgenza, su una stabile precedente condizione di generale benessere, il riscontro di un atteggiamento di rifiuto del disturbo, commisto a un grado variabile di paura e smarrimento, comunque palesi. E’ una reazione più che comprensibile: a nessuno piace star male, e veder scadere la propria qualità di vita, per di più senza avere la minima idea di quanto la cosa potrà durare, se peggiorerà, quali conseguenze implicherà. Ma – fatto salvo tutto questo – è una reazione sbagliata. Ed è la premessa di una sequenza di ulteriori errori, che necessariamente ne deriveranno. Se non si imbocca la strada giusta, arrivare a destinazione sarà quanto meno improbabile. Un paziente cinquantenne che ho visto recentissimamente mi ha riferito di essere sempre stato bene, obiettivamente meritandoselo con uno stile di vita apprezzabile in molti aspetti: alimentazione saggia, costante e intensa attività motoria, ruolo sociale gratificante (non so dire della sfera affettiva, appariva tuttavia sereno su quel lato). Anche il tratto familiare-genetico non sembrava indicare un particolare rischio di malattia. Con tutti questi favorevoli presupposti, mi ha riferito la comparsa nell’ultimo periodo di una sintomatologia completamente inedita, che l’ha allarmato non poco. Per darsene una ragione si è infilato nel tunnel degli equivoci (quello che più o meno – in congiunture analoghe – imboccano tutti). Ha inizialmente cercato lumi facendo alcune indagini suggerite da un amico, medico di laboratorio. Sulla traccia dei risultati ha interpellato uno specialista, competente per un aspetto marginale del disturbo, ottenendone una diagnosi errata, e un trattamento farmacologico inappropriato anche per quella diagnosi. Ha iniziato la terapia subito prima di consultarmi. Spiegare in modo convincente perché agire così sia sbagliato, nel tempo di una visita, per quanto lunga e accurata, è tutt’altro che semplice. Anche con argomentazioni sensate e condivisibili, si deve proporre una visione globale della salute, della malattia, della vita in termini biologici a chi, per quanto colto, non ha la minima idea di cosa si stia parlando. Questo buio assoluto riflette la totale mancanza di informazioni pertinenti sui fenomeni fondamentali del nostro esistere. E’ il risultato delle menzogne, dei depistaggi, delle omissioni che gli esseri umani patiscono durante i complessi percorsi di apprendimento che possono racchiudersi nel termine educazione. Ne abbiamo già parlato: scuola, famiglia, preti, modelli sociali non ci insegnano quello che c’è da sapere. Ma quello che lo schiavo deve sapere. Un mare di bugie. Se alla vittima di questa infamia offri in un istante tutte le verità che gli son state negate, non puoi pretendere che le riconosca e le faccia proprie con altrettanta rapidità. Dovrà rifletterci, elaborarle, costruire ipotesi praticabili per adeguarvi idee e comportamenti. Dovrà accettarle, e sarà traumatico, perché nulla è più difficile che vivere nella verità, per chi ha sempre vissuto nella nuvola delle menzogne. La verità rende liberi. Ma, anche conoscendola, quasi tutti scelgono la strada più comoda: preferiscono restare schiavi. Gli esseri umani richiedono più compassione di quanta la maggior parte di loro sia in grado di offrire. A ogni nuovo paziente devo tentare di ripulire la mente dalle idee convenzionali che l’hanno occupata da sempre. Prima di indicare un percorso terapeutico, devo spiegargli il senso della salute e quello della malattia, le cose cui è dedicato questo sito. Per illustrare con efficacia il significato di queste realtà, col paziente di cui parlo ho usato un’immagine che mi sembra pertinente, servendomi di un’espressione mutuata dal linguaggio tecnico-informatico. Gli ho detto che la malattia è una modalità operativa propria di ogni essere vivente. Un’opzione “speciale” (per citare il termine del Dott. Hamer), presente dalla nascita come tratto individuale geneticamente determinato, che si attiva in particolari circostanze per proteggere la sopravvivenza. Quando questa può essere minacciata da un qualsiasi elemento, l’organismo entra automaticamente in “modalità malattia”, così come un computer può lavorare in modalità provvisoria, o ad esempio in quella “emulazione”. Una modalità biologica, nient’altro che questo, una funzione programmata, necessaria al progetto generale della vita come noi la conosciamo. Qualcosa che ci protegge, e non certo un nemico da combattere come ci abituano a pensare. Il concetto è facile da capire. Ma difficile da assimilare. Perché richiede un cambiamento radicale nel modo di intendere il proprio essere. Perché i sintomi tolgono tranquillità e ostacolano la riflessione. Perché si devono ammettere fragilità impreviste che minano le precedenti certezze, e adattarvisi non è agevole. Di fronte a una situazione tanto stressante e impegnativa, la reazione che tutti hanno di rifiuto, di fuga, di ricerca di scorciatoie che d’incanto rimettano tutto a posto è più che comprensibile. Il problema di fondo è che la malattia è la tappa finale di un processo innescatosi in genere molto tempo prima, anche svariati anni. Spesso le radici del disturbo possono chiaramente riconoscersi nel vissuto dell’infanzia. Quando i sintomi obbligano a prendere atto della situazione si è sempre in forte ritardo. Anche se non è mai troppo tardi per scoprire un pezzo di se stessi, e impegnarsi a migliorare, farlo prima semplificherebbe non poco le cose.

Se cercar di scappare dalla malattia è sbagliato, il modo utile di gestirla – l’unico che abbia senso – è accettarla senza riserve. Per quanto spiacevoli, invalidanti, inquietanti possano essere i sintomi, ci si deve sforzare di non dargli troppo peso, e non smettere di pensare positivo. Ci sono tutti i motivi per sostenere questo atteggiamento. La malattia è una risposta irrazionale, un fenomeno che origina per lo più nella sfera emotiva. Nonostante questo – anzi, proprio per questo – per venirne a capo si deve usare al meglio il proprio raziocinio, e avere le idee ben chiare. Occorre possedere le giuste informazioni, e sapersene servire. Si devono maturare convinzioni differenti da quelle imposte dall’ideologia corrente, arrivare a esser certi che la malattia non è il problema. Ma la soluzione che la natura pone in atto. Che non è il nemico. Ma il nostro più fido alleato. Che non è il male. Ma il rimedio. Bisogna ricordarsi – soprattutto nei momenti più difficili – che, così come l’ammalare, la guarigione è un evento spontaneo: possiamo contarci, se prendiamo le cose dal verso giusto. Vederla così, esser capaci – quando si accusa un qualunque sintomo – di chiedersi “perché ne ho bisogno?”, “cosa non va nella mia vita da renderlo necessario?”, anziché “oddio, cosa mi sta succedendo?”, “non è che sta arrivando la fine di tutto?”, e via angosciandosi, non viene naturale a nessuno. Eppure, se si vuole guarire, è l’unico metodo appropriato. Cedere alla paura significa allontanarsi dalla soluzione. Perciò: tenersi il disturbo – per sgradevole che possa essere, per quanto possa persistere, e nonostante le preoccupazioni che istintivamente possa evocare – senza perdere la tranquillità. Viverlo, invece che cercare di combatterlo. In genere ogni fastidio è sopportabile. Ma più ci si pensa, più il disagio aumenta. Nella maggioranza dei casi i sintomi, dopo l’iniziale sfogo, tendono a attenuarsi da soli. I tempi della remissione variano secondo i casi: non si deve essere impazienti, e se la cosa dura più – anche molto più – di quanto ci si aspettava, questo non deve essere un motivo per perdere la fiducia. L’atteggiamento costruttivo è quello di pensare che se la malattia persiste vuol dire che ne abbiamo ancora bisogno. Come detto, occorre esser coscienti che l’organismo tende spontaneamente alla guarigione, perché Dio così ci ha fatto: se oggi non stiamo meglio, niente vieta che la cosa accada domani. E’ poi imperativo metterci del proprio, impegnandosi per correggere almeno gli errori più macroscopici del personale stile di vita, nel cibo, nell’acqua, nel movimento, nelle posture, nell’ambiente in cui si sta: facendo le cose giuste, è difficile che i risultati non arrivino. Ci si deve infine domandare cosa può averci reso più infelici del solito, e rimettersi in pace con se stessi. Per superare la malattia, di norma non servono rimedii speciali: sono sufficienti le risorse innate, quelle che ognuno di noi possiede. Il malato di cui parlavo sta praticando un piccolo trattamento farmacologico, opportuno per ridurre un rischio significativo connesso alla particolare forma morbosa. Sta bene, e confido che butterà le medicine in pochissimo tempo. Ha avuto la fortuna di esser fin dall’inizio instradato nella giusta direzione. Ha capito, ha recuperato la serenità, come è normale che accada si sta guadagnando la guarigione.

Rischi ambientali

Sebbene sia difficile immaginare un luogo più ospitale per la nostra specie del pianeta Terra, anche quando questo era allo stato naturale i pericoli per la sopravvivenza non mancavano. Conservare la vita è una sfida quotidiana per qualunque organismo biologico. Ma, fin qui, siamo all’interno del disegno della natura, e non vi sono anomalie. I pericoli ambientali di cui merita parlare sono quelli creati dall’uomo, come conseguenza delle profonde – si spera non irreversibili – alterazioni che è stato capace di produrre nella biosfera. Il problema, dovendosi difendere, è che chi devasta l’ambiente tende a non pubblicizzare la cosa. Di conseguenza le informazioni disponibili sono parziali e frammentarie, ed è impossibile farsi un’idea realistica della natura e dell’entità dei rischi. Bisogna andare a braccio, cercando di cogliere ogni indizio che possa darci un brandello di verità. Per quel poco che sappiamo, le insidie ambientali più importanti per l’uomo sono di natura sia fisica che chimica. Attengono alla prima fattispecie le radiazioni elettromagnetiche, alla seconda gli effetti dell’uso di combustibili fossili e radioattivi, gli OGM, i prodotti e le scorie dell’industria chimica (farmaci e diagnostici compresi), i chemtrails. Vista la diffusione globale delle sostanze inquinanti, evitarle è impossibile. Si tratta di averne nozione, e conviverci nel modo più indolore. Se vogliono avere un futuro, gli esseri umani devono togliere la testa dalla sabbia, impegnarsi – ognuno in prima persona, al meglio delle sue capacità – per contrastare una dinamica che altrimenti toglierà presto la salute, e la vita, a tutti. I responsabili del disastro sono gli stessi che controllano i mezzi d’informazione. Non aspettiamo che la verità ce la dicano i telegiornali: non accade, e non accadrà mai. Essendo solo un medico, non ho né la competenza, né la pretesa di trattare esaurientemente l’argomento ambiente. Mi limito perciò a qualche consiglio, come d’intento basato su buon senso e esperienza.

Non esistono dati precisi sui danni che le radiazioni elettromagnetiche possono creare ai sistemi biologici. E’ fuor di dubbio che l’esposizione oltre certi limiti è altamente nociva. I limti minimi sicuri non sono definiti, anche perché variano secondo la suscettibilità individuale. La scarsità di informazione suggerisce la maggior prudenza possibile. Dunque: i telefonini accesi dovrebbero stare a non meno di 40 cm dal corpo. Portandoli addosso conviene spegnerli. Per parlare, vivavoce o auricolare col filo (quello bluetooth fa cessare lo scopo). In casa, meglio usare il telefono col filo. Se proprio dev’essere cordless, tassativamente col vivavoce. Il computer è meglio connetterlo col cavo LAN. Se è indispensabile attivare il wi-fi, perché ci sono duecento smartphone da saziare, tenere almeno il router distante dalle persone, e spegnerlo di notte. Mai avvicinarsi troppo al microonde quando in funzione. Il bluetooth dell’auto è meglio del cellulare all’orecchio. Se un gestore di telefonia mobile vi offre bei soldi per piazzarvi un ripetitore sul tetto di casa, la risposta è: “no, grazie”. Evitate di vivere vicino a radiotrasmettitori, tralicci dell’alta tensione, radar di aeroporti. Il criterio è che l’intensità del campo magnetico decresce secondo il quadrato della distanza, per cui ci si può suppergiù regolare. Se ci si accorge di essere specialmente sensibili a questo tipo di stimoli, ci si devono dare principii rigorosi in proporzione. Esistono altre fonti rilevanti di radiazioni elettromagnetiche, inquietanti perché non ne sappiamo nulla, tipo quelle dei sistemi HAARP e MUOS. Per ora possiamo solo sperare che li tengano spenti.

Difendersi dai rischi chimici è in qualche modo più complicato, perché riguardano sostanze con cui necessariamente il nostro organismo entra in contatto, attraverso respiro, pelle e mucose. L’inquinamento di aria, acqua e commestibili, ovunque nel pianeta, è un dato incontestabile. Si tratta di vedere fin dove le difese di cui la natura ci ha ampiamente dotato possano neutralizzare i veleni. Riguardo a questo genere di rischi, ognuno può nel suo piccolo fare qualcosa per non peggiorare troppo la situazione. Si tratta di riflettere e riconoscersi responsabili di quello che si fa. Quando teniamo acceso il motore dell’auto più del necessario, o la usiamo per spostamenti che potremmo fare a piedi o con trasporti collettivi, quando accendiamo il condizionatore d’aria (dannoso il suo e quasi mai indispensabile), o le luci di casa dove non servono a nessuno, dovremmo pensare che non ci conviene, che stiamo danneggiando noi stessi e tutti gli altri. Per non avvelenarci troppo, l’acqua del rubinetto – salvo casi particolari – è decisamente preferibile a quella in bottiglia, i cibi freschi, stagionali e di origine locale sono meglio di quelli conservati e della grande distribuzione. Oltre che dai rifiuti tossici, i terreni sono – globalmente – alterati dalla ricaduta dei metalli pesanti e di chissà cos’altro sparsi continuamente nell’aria dai famigerati chemtrails. Finché non la smettono, anche su questo non c’è difesa. In ogni modo, a parte le implicazioni etiche, carne e pesce sono più pericolosi dei vegetali consumati direttamente (evitando, quando si può sapere, gli OGM), visti gli abominii delle tecniche di allevamento e la pattumiera in cui l’uomo ha trasformato i mari. Farmaci e esami diagnostici inutili (oltre il 99 % di quelli prescritti), oltre al danno individuale, inquinano la loro parte. Esistono in rete ampi ragguagli su queste problematiche. A patto di non cercarli nei siti istituzionali e degli organi di (dis)informazione di massa.

Alimentazione

Il mio professore di Anatomia Patologica diceva che l’uomo è il rivestimento del suo tubo digerente. Si può essere più o meno d’accordo con tale opinione. Ma è un fatto che l’alimentazione abbia un ruolo, nella nostra vita, che va oltre le mere necessità biologiche. Mangiare è una delle cose che ci danno il piacere di vivere, gratificando i sensi e confortando al contempo l’anima e il corpo. Nelle consuetudini alimentari entrano in gioco fattori complessi di ordine culturale, educativo, sensoriale, rituale, sociale, e probabilmente diversi altri. Il cibo ci fa riconoscere noi stessi, evoca ogni volta la memoria di un’intera esistenza, regala ottimismo per l’avvenire. E sovente ci fa del male. E’ fuor di dubbio che il mantenimento di un buon stato di salute passi anche attraverso questa fondamentale funzione. Ma cosa conviene mangiare? Nessuno ha mai stabilito, con ragionevole sicurezza, quale sia l’alimentazione più corretta per un essere umano. E’ un fatto che noi, come molte altre specie animali, possiamo trarre nutrimento da tutto quello che può essere classificato come edibile. Sul cibo se ne son sentite di tutti i colori: dai carnivori a oltranza, ai “mediterranei” (che non si sa bene cosa significhi), dal fruttarianismo mucofobo di Ehret al veganismo. Pur considerando piuttosto corretto l’atteggiamento alimentare dei vegani, il fondamentalismo di determinate posizioni etiche mi fa sempre venire in mente una scena di Improvvisamente l’estate scorsa, film tratto dalla pièce di Tennessee Williams. Più che mostrata è raccontata. Ma rende benissimo. L’inarrivabile Katharine Hepburn (doppiata in italiano da Andreina Pagnani):

 

Insomma, c’è margine di discussione riguardo a quello che è o non è etico. Tornando alla salute, va detto con chiarezza che non esiste un modello alimentare perfetto, valido per tutti. Le necessità nutrizionali differiscono da individuo a individuo, in base tra l’altro alle prerogative biologiche, all’età, allo stile di vita, al grado di attività fisica, ai parametri ambientali. Tutti questi sono fattori a loro volta variabili, secondo le situazioni della vita. Quel che è pertanto sensato definire sono criterii alimentari generali, da interpretare secondo le varie contingenze. Come sempre, è questione di informazione: ognuno, una volta che sa in base a cosa regolarsi, può individuare il regime a lui più idoneo. Stabilite le regole, va anche precisato che osservarle più o meno scrupolosamente dipende da come ci si sente. Una persona sana può permettersi più elasticità. Se ha problemi, ha tutto l’interesse a un maggior rigore. Tutto questo premesso, l’esperienza clinica indica chiaramente che lo stile alimentare che meglio si accorda colla salute degli esseri umani è quello vegetariano. I vegetali (verdure,ortaggi, legumi, frutta, cereali), freschi e – quando possibile – crudi, andrebbero visti come una priorità assoluta, come l’unico cibo davvero indispensabile. Tutto il resto (proteine animali, grassi, sale, spezie, edulcoranti) può essere considerato un optional, da gestire secondo le esigenze personali, mai abusandone. L’apporto calorico merita sempre considerazione. Ci si può regolare con la bilancia: è idoneo quello che mantiene stabile il peso corporeo. La maggior parte dei vegetali apporta poche calorie. Pasta, pane, riso e proteine incidono per circa 400 Kcal/ettogrammo, l’alcool per circa 700, il grasso per 900. In generale i carboidrati si assimilano più facilmente, alcool e grassi stressano molto di più i meccanismi digestivi. Anche se non è il caso di stare sempre col bilancino in mano, è importante avere una nozione abbastanza precisa di quanto cibo si assume. Si fa “a occhio”, avendo un minimo d’esperienza. E’ più difficile coi liquidi, perciò conviene misurare l’olio versandolo su un cucchiaio. Consumare più di 20 g di olio al giorno non è consigliabile per nessuno. Esiste una miriade di condimenti alternativi, che vale la pena adottare, secondo il proprio gusto. I dolcificanti più sani sono il miele e lo zucchero grezzo di canna. Di norma i cibi confezionati è meglio evitarli il più possibile. I surgelati crudi possono essere accettabili. Ma il fresco a chilometro zero è senz’altro meglio.

Idratazione

Gli argomenti a sostegno dell’opportunità di bere abbondanti liquidi sono numerosi e facilmente comprensibili. Ce li suggerisce anzitutto il buon senso. Sappiamo che la vita, come noi la conosciamo, richiede la presenza di acqua nell’ambiente. La cerchiamo su Marte, coi nostri poveri mezzi, per capire se lì può essersi sviluppata una qualche forma di organismo vivente. Le reazioni chimiche di tutte le nostre cellule si svolgono in soluzione acquosa. L’acqua dà conto di oltre la metà di tutta la massa del corpo. Si può sopravvivere settimane senza assumere cibo. Ma senz’acqua la morte arriva in pochi giorni. C’è poi l’esperienza clinica. I reni funzionano benissimo, e raramente vanno incontro a problemi, se i liquidi che filtrano sono sempre abbondanti. Al contrario, la disidratazione li danneggia irreversibilmente in tempi molto brevi. L’intestino fa molto meglio il suo lavoro se il soggetto beve copiosamente. Gli indici circolatorii si mantengono ottimali alle stesse condizioni. Chi ha facilità alle flogosi respiratorie, con un’abbondante idratazione può risolvere la maggior parte dei problemi, perché le cellule degli epiteli sono messe nelle condizioni di proteggersi, eliminando le tossine nel film mucoso. Il catarro molto fluido viene drenato senza nemmeno bisogno che si attivi il meccanismo della tosse. Per quanto geneticamente predisposta, una persona che beve molti liquidi non soffrirà mai di calcoli, di nessun organo. Un parametro biochimico fondamentale è la cosiddetta dose minima letale. Si può definire per qualsiasi materia possiamo assumere, dai farmaci alla lattuga. Anche se – speculativamente – si potrebbe cercare di determinare una dose letale per l’acqua, considerato che gli studi di fisiologia indicano che i reni possono eliminarne fino a 25 litri in un giorno senza gravi conseguenze, parliamo di quantità al di fuori della normale esperienza. In concreto l’acqua non ha una dose tossica. In teoria, potremmo berne venti litri al giorno senza alcun danno. In termini pratici, la quantità giusta da assumerne si può indicare solo a grandi linee, perché è un dato influenzato da molte variabili, tra cui i tratti individuali, quelli ambientali di macro e microclima (temperatura, umidità etc), la sudorazione legata all’attività fisica. Indicativamente, per un soggetto sedentario che vive in condizioni confortevoli, possiamo fissare un valore raccomandabile tra i tre e i quattro litri quotidiani. E’ una misura molto maggiore rispetto alle abitudini di quasi tutti. E’ scomoda perché implica frequenti minzioni. Gli spazi dove viviamo non sono predisposti per questo: in giro per la città, soddisfare lo stimolo diventa un problema. Questo accade perché la convivenza degli esseri umani non è organizzata sulla base dei loro bisogni vitali. Ma su convenzioni funzionali al mercato. Pensiamo alla pazzia che esprimono. Urinare – la cosa più naturale del mondo – diventa un atto riprovevole, contrario alla decenza. E’ solo l’abitudine che ci impedisce di vedere il grado di follia della vita che ci fanno fare. Ci si potrebbe chiedere: “se bere tanto è così importante, come mai non è per tutti istintivo?”. Probabilmente lo sarebbe – come molte altre cose della nostra natura – se appena al mondo il mercato non ci togliesse questo, come la maggior parte dei nostri istinti di specie.

Un viaggio in corriera

 

Stasera sono rientrato a casa con un pullman di linea. Un percorso di una quarantina di chilometri, compiuto a velocità ridotta e con molte soste, in poco più di un’ora. Appena salito ho salutato l’autista – persona amabile, e cortese come tutti i suoi colleghi – e seduto in attesa della partenza ho notato con sollievo che c’era lo stesso moderato caldo dell’esterno. Ma la pacchia è durata ben poco. Appena in viaggio, una ragazza un po’ grassoccia e dalle idee evidentemente chiare si è precipitata dal conducente, sollecitandolo a accendere il condizionatore d’aria. In pochi secondi un’intensa corrente, invero non particolarmente fredda, ha iniziato a diffondersi in tutta la cabina, attraverso ogni minima fessura dei pannelli sul soffitto. Aprire qualcuno dei piccoli finestrini sulla parte superiore dei cristalli avrebbe creato un clima più fresco, e certo più igienico. Ma non fia mai, guai a venir meno alle buone abitudini: se l’aria condizionata c’è, va usata e basta, perché non si deve rinunciare a nulla di ciò che offre la tecnologia! Ci rimette l’ambiente? Ci rimette la salute? E che roba è? Devo mica mettermi questi problemi, non ho il tempo di leggere e postare tutto quel che devo su Facebook, figuriamoci se posso dedicarne a queste fesserie! Impotente, ho tenuto sulle spalle il giacchetto, sperando di cavarmela senza troppi danni, sentendo già un certo fastidio a un orecchio. Dopo mezz’ora di viaggio, mi sono avvicinato all’autista per chiedergli di ridurre l’inutile vento. E ho realizzato di essere quasi afono, laddove lo stesso signore poteva testimoniare che alla stazione la mia voce era del tutto normale. Un fatto assolutamente imprevisto, per il quale mi sono anche scusato, con lui come con la paziente che mi ha telefonato subito dopo. Non mi preoccupo di certo per un po’ di irritazione del laringe. Ma si avvicina l’estate, e con lei la fregola di sparare a manetta i climatizzatori. Dovunque si trovino: in auto, a casa, nel luogo di lavoro. Quei gradi di temperatura in più della bella stagione paiono quasi a tutti insopportabili, come se il genere umano non l’avesse fatto per millenni. Ma è il progresso, quello grazie al quale la durata media della vita si è allungata. A questa storia credo come posso credere che gli asini volino. Il tipico argomento della propaganda, suggestivo quanto infondato. E anche se fosse, sicuramente l’aria condizionata sortisce l’effetto opposto. Non faccio che vedere gente con mal di schiena, mal di collo, cefalee, bronchiti, sinusiti, reumatismi varii in piena attività che, appena entrata in auto, spranga i finestrini e aziona il diabolico congegno, risoluta come se non ci fosse un domani. Chiariamo perciò la cosa: i condizionatori d’aria sono un disastro per la salute. Sono davvero poche le circostanze in cui il loro uso, anche oculato, sia giustificabile. Chi – come il sottoscritto – ne è stato un tempo scottato, conosce il pericolo e può meglio difendersi. Per gli altri, si tratta come sempre di avere le opportune informazioni, cosa come sappiamo niente affatto scontata. Ma chi legge è avvisato. Se uno ha un problema di salute in atto, nella stragrande maggioranza dei casi l’aria condizionata glielo peggiorerà. Se uno sta bene, quel benessere ne sarà abbreviato. Vita comoda e vita sana sono concetti che raramente s’incontrano, con buona pace dei venditori di poltrone e di climatizzatori. Non dico di aver augurato alla tizia dell’autobus la malattia del legionario. Ma mentirei se negassi che l’idea non mi abbia sfiorato.

Non solo vaccini

Tra le tante categorie di farmaci che ho regolarmente prescritto in passato – quando applicavo quanto mi era stato insegnato sanza alcun sospetto, con l’indifferenza propria dell’ideologia medica verso le leggi biologiche fondamentali – gli anticoagulanti iniettabili analoghi dell’eparina (c.d. “eparine a basso peso molecolare”) erano per me tra i prodotti più sicuri, utilizzabili a lungo, anche a dosaggi rilevanti. Sono le fiale-siringa da somministrare sottocute, note a tutti perché universalmente adottate per la profilassi delle trombosi post-chirurgiche. Li usavo in prevalenza nei pazienti con attività vasculitica, per contrastare gli effetti potenzialmente anche molto gravi di questa. A onor del vero, in tanti anni e tanti malati non ho mai riscontrato conseguenze o reazioni avverse degne di nota, ciò che mi aveva condotto a farmene l’idea di cui sopra. Recentemente ho potuto osservare fenomeni patologici inattesi in due pazienti, in seguito all’uso di questo tipo di sostanze. Il primo in ordine di tempo, cinque mesi fa, in un malato con broncopatia severa inveterata, complicata ultimamente – come spesso avviene in questa categoria di soggetti, in seguito all’assunzione cronica di broncodilatatori β2-agonisti – da uno stato di fibrillazione atriale cronica. Poco dopo l’inizio di una terapia con un eparinico tra i più gettonati, il paziente ha accusato l’insorgere di una dermopatia, con espressioni tipiche delle reazioni da farmaci dette Sindrome di Stevens-Johnson, con eritema, edema ingravescente e ritenzione di liquidi negli arti inferiori, persistita mesi e ardua da correggere. Nel secondo episodio una signora con precedenti di orticaria vasculitica – silente da anni – ha visto il repentino riemergere della malattia, in forma acuta, immediatamente dopo la prima dose di un medicamento della stessa categoria. Pur trattandosi di due soli casi, mi han fatto riflettere le spiccate analogie tra le reazioni manifestate, quando lo stesso genere di trattamenti – anche in malati molto più a rischio – non aveva mai prodotto effetti negativi di sorta fino a qualche anno fa. Il dubbio – visti i tempi a mio avviso più che legittimo – è che vi sia qualcosa di diverso nella soluzione iniettabile. Ragionando colla logica del due più due, ci si può chiedere: se l’aggressiva campagna di promozione dei vaccini cela l’intento di inoculare in tutta la popolazione un qualche elemento occulto – come, plausibilmente, circuiti elettronici miniaturizzati, i c.d. nanochips –, e se dunque lo scopo è la via di somministrazione, perché limitare il progetto a un solo tipo di farmaci, e non estenderlo invece a tutti quelli amministrati per via parenterale? Se esiste una tecnologia idonea in tal senso, è logico sfruttarla in ogni possibile occasione. Così come osservabile nelle reazioni vaccinali, la presenza di un componente estraneo, per giunta non biologico, spiegherebbe l’insorgere di immunorisposte aberranti, e le malattie che possono conseguirne. Da quando ho fatto questa riflessione, oltre alle remore sui farmaci in generale, ne ho più di una a prescrivere quelli che implicano un’assunzione diversa da quella orale. In un simile clima di oscurità, dove il sospetto è quasi un obbligo per cercare di allontanare i guai, è assai arduo offrire alle persone un giusto consiglio. Posso raccomandare a tutti, in termini generali, quanto meno di astenersi dall’iniezione di qualunque farmaco, se proprio non ve ne sia un motivo ragionevolmente fondato. Parlando di medicine, in fondo non c’è quasi mai.

La vergogna delle stazioni

 

Qualche anno fa, scendendo dal vaporino a San Marco in una breve gita a Venezia, fui sorpreso dal fatto che per usare le toilettes pubbliche vicino la fermata fosse richiesto l’esborso di ben due €. Un’altro servizio, poco più in là nella piazza, costava di meno, 1 €. Ma sempre c’era da pagare per poter fare pipì. Da cospicuo bevitore, come sono e raccomando a tutti, risolsi la cosa guadagnandomi il diritto a una minzione gratuita con un caffè al banco del Florian, luogo dove fa comunque piacere fare una puntata. Come già sottolineato nell’articolo sull’obbligo dell’idratazione, il sistema del mercato cerca di trarre lucro anche dalle più ovvie funzioni naturali, in spregio di ogni criterio etico. Venezia, si sa, prospera sul turismo, e in questa logica certi eccessi di avidità – pur ingiustificabili – si possono capire. Ma non è che la maggioranza delle altre città riflettano la preoccupazione di semplificare la vita a chi, in giro per le strade, necessiti di una toilette. Il problema si evidenzia in modo particolare quando si viaggia. Qui emergono contraddizioni non immediatamente spiegabili, se non con la follia imperante nel mondo del business. In ogni aeroporto si trovano servizi igienici grandi, curati e liberamente accessibili, in numero ampiamente sovradimensionato rispetto alle presumibili necessità di quanti vi circolano. La cosa indurrebbe a pensare che in fondo si vive in una società civile, organizzata rispettando i bisogni primari di chi ne è parte. Ma è sufficiente cambiare mezzo di trasporto per giungere a conclusioni opposte. Le stazioni ferroviarie delle grandi città accolgono quotidianamente un numero di viaggiatori che è facile stimare molte volte maggiore rispetto ai relativi aeroporti. Ma qui sembra di vivere in un altro universo. A Milano Centrale ci sono soltanto due toilettes – una delle quali decentratissima, lungo l’ultimo binario – a disposizione degli oltre trecentomila utenti in transito giornalmente. Sproporzione a parte, chi necessitasse di usufruirne ha l’obbligo di pagare 1 € per l’accesso. L’imperatore Vespasiano docet. E il concetto di civiltà è defunto senza riserve. Che razza di sistema è mai questo, dove la più elementare funzione di natura è soggetta al ricatto delle banche? Chi può averne concepito il meccanismo non dovrebbe sentirsi in dovere di sprofondare sotto terra per la vergogna di tanta meschinità? Che mostri è capace di fare il mercato, di capolavori fatti a immagine e somiglianza di Dio? A Roma Termini, quasi mezzo milione di viaggiatori quotidiani, ci sono tre servizi igienici. I due principali, alle estremità laterali del piano interrato, sono gestiti dalle ferrovie, con le stesse modalità e tariffe delle altre stazioni. Ce n’è un terzo, nella galleria al primo piano, gestito dall’esercente accanto, accessibile col risparmio di 30 centesimi (0,70 anché 1 €), addirittura gratis se si acquista una mozzarella. Tanto di cappello: la minzione privata è più conveniente di quella pubblica! A Napoli Centrale – dove talora càpito – sapendo già della tassa di 1 € per l’accesso all’unica toilette presente, e dovendo attendere un po’ prima di partire, pensai di ovviare alla gabella con un caffè in uno dei bar nel sottopiano. Quivi appresi dal cortese banconiere che – all’opposto di quanto prescritto dalla legge per i pubblici esercizi in tutto lo stato – vi è un espresso divieto dell’azienda ferroviaria di avere servizi igienici aperti al pubblico per tutte le attività commerciali all’interno della stazione. Come dire che basta sventolare un po’ di denaro e la forza della Legge svanisce. Che stranezza! Avendo in precedenza, e con sorpresa, constatato una situazione analoga nel bar della stazione di Cagliari, presumo che la disposizione viga eguale ovunque (quella del primo piano di Roma sarebbe una a suo modo virtuosa eccezione). Anche in questo terminal, quando una mattina attendevo un treno – secondo più voci – in cronico ritardo, e ebbi necessità di servirmi del wc, mi trovai di fronte alla solita pretesa di 1 €. Respintala per principio, risolsi nella circostanza la faccenda usando quello (vecchio stile, a scarico diretto sul binario) del trenino, pur ancora fermo al marciapiede, come mi parve più che appropriato. In sintesi, le cose stanno così: ovunque il mercato individui un’occasione di lucro, lo persegue in tutti i possibili modi, indifferente alla maggiore o minore decenza di questi. Dove – per necessità di varia sorta – affluiscono molte persone, ci sono sempre le migliori opportunità. I terminali dei trasporti viaggiatori sono in questo senso il Paese di Bengodi. E via ad affittare spazi e locali ai mercanti dei generi più diversi (Stazione Termini, felice esempio dell’architettura razionalista del ‘900, arrivandoci sembra di entrare in un centro commerciale), a imporre prezzi esorbitanti anche per un po’ d’acqua a chi, per varii motivi, non può allontanarsi per cercare un risparmio, a sfruttare persino le necessità fisiologiche degli individui per un congruo profitto. E’ l’ennesima riprova di quanto il sistema imperante abbia cura della vita, della dignità delle persone. A farci così sarà stato Dio, o la responsabilità è di quelli che in tutto il corso della Storia hanno preteso di parlare a suo nome?

Il fantasma della diagnosi

 

Parlando dell’approccio alla malattia, ho cercato di mettere a fuoco responsabilità e ruoli del paziente e degli eventuali consulenti, a cui si rivolga per fare chiarezza sui problemi che l’affliggono. Ho precisato che in genere il rapporto medico-paziente soffre di un’anomalia di fondo, per cui gli oneri della cura vengono attribuiti al primo, e il malato rifugge da ogni personale responsabilità, delegandola totalmente all’operato di quello. Questo vizio all’origine altera nella sostanza il percorso terapeutico, condizionandone in modo decisivo l’esito finale. Ho messo in chiaro che – contrariamente a tale generalizzata abitudine, e in accordo con quanto accade per tutte le altre specie viventi – l’attività della cura, con tutto quello che può implicare, è esclusiva pertinenza del diretto interessato. Sta a lui intendere le cause della malattia, cogliere tutti i fattori che influenzano i sintomi, accettare e vivere il disturbo, individuare una strada per poterlo superare, e percorrerla colla massima fiducia. Ribadisco: la malattia è un aspetto basilare della vita, un fenomeno affatto personale, come possono essere gusti, sentimenti, interessi, specifici talenti. Come tutte queste cose, è un tratto non delegabile a chicchessia.
Se l’intelligenza del disturbo e gli impegni per superarlo sono a carico del malato, l’indagine clinica e la definizione dello stesso in termini biologici (patogenesi e fisiopatologia) – gli aspetti cioè squisitamente “tecnici” – competono al medico, e a lui solo. E’ la parte dello studio della condizione morbosa che si definisce diagnosi. Lo specifico e precipuo compito del consulente è quello di capire quanto accade al paziente, e spiegarglielo con la massima chiarezza, così che quello sia in grado di esperire le appropriate soluzioni. Ed è qui che emerge l’anomalia. In tutta la mia attività professionale ho sempre accuratamente evitato – per ciascun malato che mi ha interpellato – di accogliere in modo acritico le eventuali conclusioni diagnostiche raggiunte da altri colleghi, scegliendo sempre un percorso autonomo, e nel caso solo alla fine confrontando la mia opinione con quelle altrui. Lo scopo è ovviamente quello di evitare il più possibile che il mio giudizio ne venga in qualche modo condizionato, come è normale possa accadere. In tutto questo non c’è nulla di strano: ognuno di noi ragiona con la sua testa, e lo stesso caso può evocare pareri differenti, in misura maggiore o minore. Il punto che voglio sottolineare è una tendenza, che appare essere diffusa e sempre più evidente col passare del tempo, per cui le persone che accusano un qualche disturbo, pur rivolgendosi allo specialista in teoria qualificato a darle, non ottengano le risposte pertinenti su quanto loro accade. In altri termini, senbra che al giorno d’oggi nessuno abbia voglia di proporre una diagnosi, giusta o sbagliata che sia. Vedo regolarmente pazienti con problemi di salute anche importanti, che mi portano referti raccolti interpellando più esperti, dove si prescrivono “accertamenti” di varia natura, e si propongono terapie di ogni sorta, senza il minimo accenno alla natura del disturbo, se non la pedissequa descrizione del sintomo, parafrasata in vari modi. Ho incontrato malati sottoposti a trattamenti anche rischiosi, sovente con esiti pessimi, che non avevano la minima idea del motivo della “cura”, e della logica che poteva ispirarla. Parliamo non di rado di atti chirurgici – dove facilmente viene asportato questo o quel pezzo, creando di necessità situazioni irreversibili – di cui non è stato a priori chiarito lo scopo. Nonostante gli sviluppi delle tecniche diagnostiche, ad esempio delle metodologie ultrasonografiche e di accuratissimi studi RMN, ho ad esempio constatato che è ancora in auge la laparatomia esplorativa, cioè aprire la pancia del paziente per vedere cosa si trova, procedura che dovrebbe ormai appartenere al remoto passato della medicina. Attitudini del genere sembrano nel migliore dei casi indicative di uno stato di confusione presente in molti clinici, che non sarebbero in grado di gestire in modo appropriato le risorse diagnostiche disponibili e le proprie competenze professionali, situazioni di cui il malato certo non beneficia. Mi è accaduto qualche mese fa di visitare una giovane signora che – fino a poco tempo prima in ottima salute – aveva espresso una sintomatologia addominale ingravescente, immediatamente dopo la perdita improvvisa del marito, per un infarto miocardico. In un iter diagnostico che l’aveva condotta molto lontano dalla sua città, nell’intento di chiarire un dubbio a mio avviso marginale, era stata operata solo per effettuare la biopsia di una piccola lesione retroperitoneale che suscitava ai clinici non so quali sospetti. L’indagine istologica non portò ad alcuna conclusione. La malattia era secondo me palese, e abbastanza banale, in base a una serie di riscontri facilmente disponibili senza compiere atti cruenti. Ho naturalmente comunicato la mia diagnosi all’interessata, pur consapevole che non le sarebbe stata probabilmente utile, visto il percorso che aveva deciso di intraprendere e il fatto che non era una mia paziente, trattandosi di una consulenza occasionale, a richiesta di una collega amica. Di tre anni fa è il caso di una ragazza, nuora di un paziente incontrata a casa di questo, reduce da un intervento ginecologico per via laparotomica, che era stato motivato da vaghi e lievi disturbi mestruali, e soprattutto da infertilità. In assenza di un’interpretazione coerente del quadro, nella foga di attuare comunque una “cura” (ovviamente non gratis), il chirurgo aveva asportato due piccoli fibromiomi e due presunte “cisti endometriosiche” (entità ricorrente nella pratica ginecologica, di significato in realtà del tutto oscuro), una in ogni ovaia. L’esito fu nullo in senso positivo (disturbi invariati e persistenza dell’infertilità). Ma la manovra produsse la formazione di una massa addominale grande come un melone, che ha richiesto in seguito un secondo atto chirurgico (fortunatamente compiuto in laparoscopia, da specialisti molto più avveduti). Fu diagnosticata come sierocele, e attribuita senza incertezze alle conseguenze del primo intervento. Tra queste l’operatore descrisse anche alterazioni anatomiche di entrambe le tube di Falloppio, che rendono assai remota la possibilità di una futura gravidanza. Come dire il massimo danno senza il minimo beneficio. Solo due tra i tanti possibili esempi di uno stile che appare sempre più diffuso nei luoghi di cura, la prescrizione dei trattamenti più disparati senza una chiara (talora senza alcuna) comprensione del problema accusato dal paziente. Un’attitudine che non può portare niente di buono al malato. Ma che di sicuro offre ogni genere di vantaggio al mercato – che sul business della salute fonda uno dei suoi capitoli in assoluto più redditizi – in termini di accertamenti superflui, di consulenze di tutti i tipi, di terapie avventate quanto remunerative. La medicina che a suo tempo molti come me scelsero di praticare ha ben poco da spartire con tutto questo. E’ un’attività spesso artigianale, fatta più di intelligenza degli esseri umani – e delle funzioni biologjche fondamentali – che di nozioni frutto di chissà quali complesse ricerche. Un lavoro da attuare con criteri rigorosi, primo fra tutti quello di una diagnosi sensata e plausibile. Forse troppo difficile ai più. Ma l’unico, in temini obiettivi, che abbia una sua ragion d’essere.

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