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La sindrome del collare

collare

 

La sindrome del collare è un fenomeno dalla doppia valenza. Da un lato, è un disturbo di salute spesso invalidante, annoverabile nella categoria “iatrogena”. Dall’altro, è un fenomeno sociale, che palesa le gravi contraddizioni del sistema del mercato. Ha origine traumatica, nella maggior parte dei casi inizia con un incidente stradale, quasi sempre reale, non di rado simulato. Uno dei motivi per cui ci obbligano a spostarci con veicoli alimentati a combustibili fossili, precariamente sostenuti e indirizzati da sottili appoggi di gomma, su fondi stradali impossibili da tenere costantemente in ordine – dove, come con gli altri mezzi di trasporto, lo sviluppo tecnologico sembra essersi fermato a sessant’anni fa –, è proprio il lucroso mercato dei sinistri. Ci mangiano operatori sanitari, meccanici e carrozzieri, compagnie assicurative, società del ramo funerario: un autentico trionfo bancario! La Costa Concordia naufragata ha mosso un giro di soldi che stando a galla ci voleva un secolo. Quale che sia il mezzo coinvolto, lo strumento più spesso protagonista della vicenda morbosa è un semplice dispositivo dall’aria innocente, un cilindro in resina da pochi spiccioli: il collare. In genere, chi ha la prescrizione di un collare se lo deve pagare di tasca. Non è molto giusto: considerati i cospicui introiti garantiti da ogni singolo paziente che lo indossa, dovrebbero quantomeno regalarglielo. Funziona così: immaginiamo l’evenienza più comune, il tamponamento di un’auto. In proporzione alla velocità dei veicoli e ad altre variabili, sia l’investitore che l’investito subiscono un trauma per la repentina accelerazione, positiva o negativa. Air bag, cintura e poggiatesta di norma impediscono eccessive conseguenze. Ma le parti più libere, arti superiori e soprattutto collo, necessariamente ne soffrono. I sintomi del trauma cervicale – vertigini, dolore del tratto, senso di stordimento e spesso cefalea – sono piuttosto fastidiosi. Salvo lesioni maggiori, originano dalla reazione dei muscoli paravertebrali, che si irrigidiscono per proteggere la colonna, fissandola in una posizione innaturale, che evoca una serie di fenomeni riflessi, neurologici e vascolari, e la sintomatologia connessa. E’ un fenomeno acuto e prevedibile, che – in assenza di ulteriori traumi – si risolve in pochi giorni. Se non si riesce a sopportare il fastidio, qualche puntura di FANS (Oki, Orudis, Toradol e roba del genere) può essere di conforto. Fin qui, nessun grosso problema. I guai sorgono quando il medico (di fiducia, più spesso del pronto soccorso) prescrive il famigerato collare. Questo tutore ha la funzione di immobilizzare il collo, analogamente a un’ingessatura. Ha senso esclusivamente in caso di lesioni anatomiche rilevanti, come fratture o dislocazioni vertebrali, o distrazioni di qualche entità, eventi rarissimi, che occorreranno si e no nell’uno per cento dei pazienti, e che i radiogrammi evidenziano con chiarezza. In tutte le altre situazioni, l’utilizzo del collare non ha alcuna indicazione, e genera immancabilmente effetti nefasti. Costringere per settimane il collo in una posizione fissa e innaturale determina le stesse conseguenze descritte per il trauma, in misura più grave proporzionalmente alla durata dell’applicazione e a possibili, frequenti fattori favorenti, visto che per molti lo stato di partenza non è di per sé ottimale (la cura della salute, con la dovuta attività fisica, è prerogativa di una minoranza delle persone, e i terreni reumatici sono comunissimi). Per meglio chiarire, facendo portare un collare per due settimane a un atleta giovane e in piena forma, questo accuserà facilmente vertigini, stordimento e dolori per diversi giorni dopo averlo tolto, e il ritorno alla normalità potrà essere problematico. In molti casi, il semplice aver usato il tutore per venti giorni (lo standard prescrittivo per chi non ha danni evidenti) comporterà sintomi anche molto invalidanti, consulenze specialistiche, trattamenti farmacologici e fisioterapici che potranno protrarsi anche per anni. Tutto questo, non per effetto del trauma. Ma esclusivamente per la “cura”. Il mercato ne gongolerà, il malato un po’ meno. Qui si evidenzia la valenza sociale della sindrome. Lo stato di crescente impoverimento delle masse, voluto dai manovratori dell’economia per stringerne il controllo, fa sì che sempre più sudditi siano indotti a truffare le compagnie assicurative per racimolare un po’ di pane, denunciando – al minimo incidente – danni fisici inesistenti. Siccome ci mangiano tutti, troveranno aperta ogni porta. Ci sono carrozzieri specializzati in finti sinistri, con tanto di parco macchine dedicato. Nessun fisiatra manderà via un paziente che accusa certi sintomi. Le stesse assicurazioni pagheranno senza troppi problemi, perché più risarcimenti giustificano tariffe maggiorate, e la legge – guarda caso – è dalla loro parte. La sindrome del collare rappresenta al meglio il livello di perversione delle dinamiche sociali e il degrado morale dei sudditi-schiavi che il sistema del mercato produce. Il consiglio: sia che abbiate sintomi evidenti, sia che li amplifichiate per spremere denaro all’assicurazione, andate al pronto soccorso, racimolate tutti i pezzi di carta utili, fate perizie e consulenze, procuratevi un collare (e la pertinente fattura). Ma – salvo che i radiogrammi dimostrino reali lesioni – evitate di indossarlo, anche per breve tempo: le conseguenze che ne avreste sarebbero solo negative, e il danno per la salute rilevante in proporzione.

Infertilità

Come molte altre funzioni naturali, il desiderio di procreazione è ampiamente sfruttato dal mercato per garantirsi lauti guadagni. Il business della fecondazione assistita, nelle sue varie espressioni, è quanto mai florido. Ho incontrato molte persone disposte a scomodi viaggi all’estero (per le opzioni illegali nel proprio paese) e a sacrifici economici ingenti, pur di riuscire a avere un figlio. I risultati, nella stragrande maggioranza dei casi, sono stati nulli per la coppia, assai favorevoli per i venditori del servizio. Forzare la natura per ottenere uno scopo appartenente al suo ordine normale è una scelta sempre perdente. Quella corretta è comprenderne le ragioni, e agire in accordo con queste. La procreazione è un atto semplice e spontaneo, come testimoniato dall’ancora più lucroso mercato delle pratiche anticoncezionali, e degli omicidi precoci socialmente accettati come aborti volontari. Le difficoltà nascono quasi invariabilmente all’interno della coppia. E’ solo lì che vanno cercate le cause, e le possibili soluzioni. Se vi è una riserva di fondo che condiziona la spinta alla riproduzione, la natura ha mille strade per far sì che questa non si realizzi. Ho visto uomini evocare un’immunorisposta per distruggere le cellule germinali, o provocarsi orchiti per lo stesso scopo, coppie con rapporti tanto dolorosi da dissuadere dall’averli, donne con blocchi dell’ovulazione e amenorree perenni. L’origine di queste inconsce remore risiede nei condizionamenti delle convenzioni sociali, che portano a scelte forzate e innaturali, e nascono da esigenze di controllo delle masse, incarnate nei vari credi religiosi e politici e nelle logiche del mercato. Anche gli oneri economici del crescere e mantenere un figlio hanno una valenza significativa, come pure lo strappo esistenziale generato dalle responsabilità, materiali e morali, di una nuova presenza in famiglia. Lo stesso concetto di famiglia, modificatosi in accordo agli stili di vita imposti dai mutamenti dell’economia, è giunto a rappresentare un ostacolo alla voglia di concepimento. Come si vede, problemi politici, commerciali, ideologici: tutto, meno che di ordine biologico. Siccome ogni situazione può esser fatta fruttare, anziché aggiustare la società, si inventano prodotti da spacciare come soluzioni. E’ merce avariata all’origine. Ma la propaganda – all’umanità ipnotizzata – ha gioco facile a spacciarla per progresso. Le coppie che non vedono arrivare bambini, piuttosto che andare a cercare l'”esperto” (coi dollari nelle pupille) che gli risolva il problema, farebbero bene a guardare all’interno del rapporto e nell’animo dei due partner per trovare i veri perché. I problemi organici hanno in genere scarso rilievo. Spesso sono iatrogeni, prevalentemente femminili: le donne si sottopongono troppo spesso a interventi ginecologici, suggeriti con vari pretesti, tipo la fantomatica (e scarsamente intesa) endometriosi, o la policistosi ovarica. Il prezzo pagato per tali nefaste procedure è sovente la sterilità. Nell’ambito delle cose utili, cercare di curare meglio la salute non è mai sbagliato. Gli unici aiuti “speciali” leciti sono le piante con riconosciuto effetto sulla funzione riproduttiva. Ho prescritto in vari casi estratti di tribulus e di maca, si dicono validi anche la damiana, la muira puama e altri prodotti vegetali. L’efficacia di questi rimedi è variabile. Ma di sicuro non fanno male, e il costo è più che ragionevole.

Stipsi

A giudicare da quanto riferitomi dai pazienti, in sede di raccolta dei dati anamnestici, la maggioranza delle persone ha un intestino abbastanza regolare. Quella che lamenta fenomeni di stipsi più o meno accentuata è una parte relativamente esigua. Per chiarire a chi ce l’ha il senso di questo fastidio, penso non ci sia di meglio di questo aneddoto. Anni fa un paziente – a me molto vicino – fece la birichinata di crearsi una condizione di dipendenza da eroina, per fortuna durata poco tempo. Questa persona, durante tutta la sua vita, non aveva mai avuto un intestino regolare. In media evacuava ogni tre-quattro giorni, frequentemente gli intervalli erano molto più lunghi. Come descritto nei testi di farmacologia, e confermato da chi ne ha fatto l’esperienza diretta, l’eroina è una delle sostanze che maggiormente crea stipsi. Questo effetto è considerato pressoché costante in tutti i soggetti, a prescindere dai tratti individuali. La cosa interessante è che, durante gli otto mesi circa della sua farmacodipendenza, il mio paziente evacuò puntualmente, ogni mattina, come mai gli era accaduto in tutta la vita, e come purtroppo non avvenne più dopo lo svezzamento. Un paradosso. Ma interpretabile con buona verosimiglianza. La motilità viscerale, come quella del cuore, non è sotto il diretto controllo della volontà (si potrebbe arguirne che chi ci ha creato ritenesse certe funzioni troppo importanti per lasciarle nelle mani dell’uomo!). La vicenda che ho raccontato può essere plausibilmente letta come un esempio di adattamento dell’organismo a uno speciale stato di necessità. Essendo estremamente difficile attivare il processo evacuativo nel momento del pieno effetto del farmaco, cioè durante tutta la giornata, per proteggere gli equilibri fisiologici – già difficili per l’intossicazione cronica – la natura lo anticipava, attuandolo al risveglio, prima della prima dose. Il risultato era una regolarità perfetta, modulata su quella della droga. Con la giusta motivazione, le cose vanno di conseguenza! Questa storia è illuminante su cosa sia realmente la stipsi. Sostanzialmente, come un riflesso di attitudini profonde dell’animo. Senza addentrarci in letture freudiane, sul piano pratico possiamo ricavarne l’idea che questo fenomeno non sia mai un rischio importante per la salute di chi lo esprime. Semmai un indizio che non è del tutto in pace con se stesso e col mondo. A confortare le ansie di chi lo accusa in forma ostinata, soprattutto la paura di finire sotto i ferri chirurgici per un blocco intestinale, ci sono anche le osservazioni cliniche. Quando il ristagno di materiale fecale persiste oltre un certo tempo, questo va incontro a fenomeni putrefattivi, dando luogo a una massa morbida, che viene eliminata come “pseudo-diarrea”. Insomma, per quanto possiamo essere resistenti, prima o poi l’intestino trova il modo di liberarsi.
Pur non essendo un problema maggiore, la stipsi crea comunque disagio, e vale la pena di imparare a gestirla perché questo sia il minore possibile. La prima cosa è non farsene un problema: come vale per ogni disturbo, più ci si pensa e più si accentua. Un altro fattore che facilmente aggrava la situazione è la repressione dello stimolo. Avendo un ritmo alterato, l’intestino può evocare il riflesso dell’evacuazione in qualunque momento della giornata. Non sempre le contingenze sono favorevoli a soddisfarlo, perché magari si è in tram, o si corre in auto per un appuntamento importante. Non venendo comodo, e non essendo né così intenso né duraturo, lo stimolo viene ignorato. E’ un grave errore, perché magari non ricompare per giorni. Perciò, qualunque cosa si stia facendo, è conveniente darsi la regola di assecondarlo a ogni costo, come esigenza prioritaria. Ancora più grave è pretendere di dare al viscere la regolarità che non ha con mezzi artificiali: qualsiasi lassativo, per bocca o per clistere, è da bandire, perché non farà che aggravare il disturbo. L’intestino ha i suoi ritmi. Per anomali che siano, forzarli è sempre penalizzante. Altri fattori negativi sono indumenti che stringano l’addome, un’alimentazione povera di fibre, farmaci di qualunque tipo. Come sempre, curare la salute, con la giusta idratazione, regolare attività fisica e dieta razionale, è sicuramente la risorsa più efficace. Molti traggono beneficio dall’integrazione di omega 3, probiotici e tisane di erbe.

Reflusso gastro-esofageo e iperacidità

Il reflusso gastro-esofageo è un fenomeno che, entro certi limiti, va considerato fisiologico. A differenza del passaggio tra stomaco e duodeno, di norma “sigillato” da un apposito apparecchio valvolare (il piloro, uno strumento fantastico nell’armonia delle funzioni dell’organismo), quello tra l’esofago e il cardias (l’accesso superiore allo stomaco) non ha un analogo sistema di chiusura. Vi sono numerosi meccanismi, intrinseci e estrinseci al canale viscerale, che concorrono alla continenza gastrica in condizioni normali. Ma nessuno di questi costituisce una vera barriera al ritorno di materiale nell’esofago. Non è un errore di progettazione della macchina: per proteggerci in determinate circostanze, Dio ci ha assicurato la possibilità di un rapido svuotamento del viscere, attraverso il vomito, una risorsa che può letteralmente salvarci la vita. Per questo motivo, tutte le misure chirurgiche nel tempo escogitate per impedire il reflusso gastro-esofageo sono irrazionali e pericolose. Seppure questo fenomeno possa dar luogo a dolori anche intensi, e essere all’origine di stati infiammatori del faringe e delle vie respiratorie, non possiamo di per sé considerarlo una malattia. Tutti hanno sperimentato qualche volta la sensazione del rigurgito acido, come effetto di eccessi alimentari, di farmaci o di particolari stati d’animo. Ma sono i fastidi normali della vita, che regrediscono come son venuti. Può bastare qualche bicchiere d’acqua, una camomilla, un po’ di liquirizia, per alleviare il disagio. Sicuramente di reflusso puro e semplice non è mai morto nessuno.
Il fenomeno è naturalmente più facile in situazione di decubito. E’ perciò consigliabile evitare di andare a letto subito dopo mangiato, soprattutto se la digestione sarà laboriosa per il tipo di pasto o per altre circostanze del momento. Qui ci si deve aiutare col buon senso. Il farmaco più spesso prescritto per questo disturbo è l’inibitore della secrezione acida (c.d. “anti-H2” o “inibitore di pompa”). Più che modificare il reflusso, agisce riducendo l’acidità del contenuto refluito, e la sua capacità di irritare i tessuti. Non è certo la soluzione migliore: per alleviare quello che spesso è solo un fastidio, si modifica una funzione basilare dell’apparato digerente, cosa non certo scevra di conseguenze. Vengono poi prescritte altre molecole, del tutto inutili e più o meno tossiche, come l’alginato e il domperidone. Ma cercare soluzioni nei farmaci è comunque una scelta perdente. Molto più razionale, come in tutti i casi, è migliorare la cura della salute, in particolare l’attività fisica e l’igiene dell’alimentazione, evitando al contempo di fare un dramma di una cosa che comunque non lo è. Un valido aiuto naturale, testimoniato efficace da più di un paziente, è l’aglio. Uno spicchio – non troppo grande – ingerito intero con uno-due bicchieri d’acqua un’ora prima di cena, per 30-40 giorni di seguito, può allontanare il disagio per lungo tempo (a volte per sempre). Contrariamente a quanto si potrebbe credere, pare che alito e digestione non ne risentano. Un’altra risorsa naturale di sicuro valore è la cannabis. Fra tutte le sostanze conosciute – naturali o no – i cannabinoidi sono quelle più vocate a stimolare la motilità dell’apparato digerente. Facendone un uso oculato, può aver senso farvi ricorso, nel frattempo che i fattori scatenanti perdano importanza.

Non di rado il reflusso g.e. si associa a uno stato di effettiva iperacidità gastrica. Più pazienti hanno testimoniato di un grande beneficio sui sintomi derivanti da questa condizione, ottenuto assumendo probiotici. Tale esperienza, verificata in un numero di casi sufficiente a darle credito, dà adito a diverse interpretazioni. Un’ipotesi che trovo plausibile – considerati i meccanismi generali delle reazioni fisiologiche – è che l’incremento della secrezione acida derivi da un’alterazione dell’ambiente microbico intestinale, che per varie cause si orienti in un senso sfavorevole alle funzioni dell’organo, consentendo la crescita di microrganismi che le ostacolino. L’aumento della secrezione acida esprimerebbe un tentativo di limitare tale situazione, potenziando la capacità di sterilizzazione gastrica degli alimenti. Ripristinando un enterobiota più idoneo, attraverso l’assunzione di probiotici officinali, o – come trovo preferibile – di fermenti naturali tipo il miso o il kefir, verrebbe meno la necessità di tale eccesso di protezione, consentendo il ritorno alla normalità. Mi sembra una spiegazione più che ragionevole dell’efficacia di un simile approccio terapeutico, e in effetti è il primo trattamento che attualmente suggerisco a chi lamenta disturbi di questo genere. L’efficacia dei lattobacilli (probiotici) può essere aumentata con l’assunzione regolare dei c.d. prebiotici. Si tratta di fibre costituite da oligosaccaridi del gruppo del fruttoso, chiamati anche con l’acronimo fos, che costituirebbero il “cibo” ottimale dei bacilli “buoni”. Gli alimenti che ne conterrebbero in maggiore quantità sono cicoria, topinambur, banana, miele, aglio, cipolla, asparagi, carciofi. Vale dunque la pena assumerne con regolarità.

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