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L’industria del menisco

 

Raccogliendo l’anamnesi di un nuovo paziente con problematiche articolari esordite con dolore, gonfiore e impotenza funzionale di un ginocchio (si tratta più spesso di casi di spondiloartrite, a volte diagnosticata come artrite reumatoide), in molte occasioni mi sono sentito riferire di interventi chirurgici in artroscopia, posti in essere a giorni dalla prima visita del malato, finalizzati all’asportazione di un menisco – puntualmente “fratturato” o “fissurato” in maggiore o minore misura allo studio RMN – prospettata come la soluzione ovvia e risolutiva del male. La spiegazione del disturbo fornita dal chirurgo è sempre vaga e generica (“forse ha fatto sforzi senza accorgersene”, “sono cose che capitano” e così via). La soluzione dell’intervento è proposta senza il minimo dubbio, e senza speciali approfondimenti diagnostici. Trattandosi di un fenomeno di natura reumatica, manifestatosi per cause e con meccanismi affatto differenti da quanto raccontato all’interessato, la cura non approda ovviamente a nulla, se non a un aggravamento della situazione di un’articolazione che, già compromessa dalla flogosi persistente, viene irreversibilmente alterata nella sua anatomia dall’atto chirurgico. Seppure avulsi da ogni senso logico, fatti del genere sono una routine nella pratica degli specialisti ortopedici, che – pur in buona fede – agiscono senza por tempo in mezzo seguendo una procedura stereotipata. Come ho chiarito in un recente articolo, la corretta prassi medica dovrebbe astenersi da qualunque ipotesi di terapia, se prima non si è giunti a una diagnosi precisa e coerente. Abbiamo visto come questa semplice e sacrosanta regola sia sempre più spesso disattesa, e come trattamenti inappropriati e dannosi vengano attuati con la più grande disinvoltura. Non è di sicuro questa la medicina di cui la gente ha bisogno. La questione principale è il punto di vista da cui si osserva il problema. La formazione specialistica – al giorno d’oggi l’unica offerta a chi studia Medicina – conduce a guardare la malattia con criterii attinenti esclusivamente alla particolare branca di competenza, ignorando gli altri possibili aspetti del disturbo. La complessità dei fenomeni biologici suggerirebbe, al contrario, un approccio più prudente e meno riduttivo. La chirurgia ortopedica si interessa da sempre delle problematiche inerenti il ginocchio. Tutti hanno sentito parlare di ricostruzione dei ligamenti crociati e di meniscectomie. La motivazione sorge di norma da eventi traumatici, che ledono uno o più componenti di quest’importante struttura articolare. Le tecniche d’intervento si sono sempre più affinate, e oggi sono attuate per via endoscopica nella maggioranza dei casi. Seppure meno invasivo di quello “a cielo aperto”, questo approccio implica in ogni modo un traumatismo dei tessuti, certamente non gradito alla parte che ne è oggetto. Parlando di chirurgia, non può comprensibilmente essere altrimenti. Che il beneficio che ne può derivare sia maggiore del danno prodotto è cosa che andrebbe valutata con molta più attenzione di quanto in generale non si faccia. Lo scopo di buona parte di tutta la chirurgia praticata – in qualsiasi branca specialistica – è di asportare qualcosa. Il presupposto di qualunque concetto medico dovrebbe al contrario essere quello che ogni parte di un organismo vivente, se c’è, è perché deve esserci. Portarlo via è comunque una mutilazione, e c’è molto da rifletterci su, prima di agire. I menischi sono strutture fibro-cartilaginee che, in un’articolazione voluminosa e continuamente sollecitata come il ginocchio, consentono di ottimizzare la distribuzione dei carichi e effettuare il movimento nel modo migliore possibile in ogni circostanza, comportandosi anche come una sorta di cuscinetto, che assorbe i piccoli traumi. Sono due, interno e esterno. Asportarne uno, come una volta routine per i calciatori – specialmente soggetti a infortuni degli arti inferiori – comporta inesorabilmente fenomeni infiammatori e degenerativi a carattere cronico, i cui effetti si evidenziano vieppiù col tempo. Oggi una maggiore saggezza ha portato a atteggiamenti più conservativi, privilegiando tecniche di rimozione parziale e – laddove proponibile – di ricostruzione della parte lesionata. Ma l’idea che l’organismo ha potenzialità naturali di adattamento e di autocura in larga misura inesplorate, e che lo scopo primo dovrebbe essere quello di favorire queste, piuttosto che voler sempre agire sostituendosi a Dio, non è mai quella centrale nella visione dei medici. Ci sono in questa presupposti assunti come dogmi indubitabili, quello ad esempio che il menisco, non contenendo vasi sanguigni, non può esprimere i processi riparativi osservabili in altri organi e tessuti. Sarà proprio, sempre vero? Siamo poi sicuri che le ginocchia di persone sane, senza disturbi di sorta, sottoposte a risonanza magnetica mostrerebbero sempre menischi perfetti, senza quelle “lesioni” che costituiscono la categorica motivazione per l’uso del bisturi? Le distinte situazioni anomale riscontrabili sono molteplici, e non si può eccessivamente generalizzare. Può ad esempio accadere che un frammento di menisco fratturato sia libero di muoversi nel cavo articolare, restando asintomatico finché determinati fattori non lo portino in una posizione tale da incastrarsi tra i capi ossei in movimento e cagionarne così il blocco repentino, inopinato e doloroso. L’exeresi chirurgica potrebbe in questo caso ipotizzarsi per eliminare il corpo mobile. Ma – almeno in certi casi – potremmo pensare che la reazione dei tessuti possa col tempo bloccare la scheggia in modo da non creare troppi problemi a seguire, rendendo inutile ogni atto aggressivo. Gli elementi da valutare sono perciò tanti, anche nelle condizioni post-traumatiche, dove la sala operatoria può teoricamente esser presa in considerazione, e richiederebbero una conoscenza dei meccanismi fisiologici molto più approfondita di quella che possediamo. Ma la prudenza è sempre una regola d’oro (oltre che un obbligo deontologico per chi esercita la professione medica).

Le considerazioni di cui sopra valgono in tutti i casi. Ma lo spunto principale di questo articolo fa riferimento a stati morbosi insorti spontaneamente, a quelle forme di gonartrite (di gran lunga in verità le più comuni) manifestantisi in assenza di eventi traumatici chiaramente individuabili. Qui non ci sono discussioni: il bisturi non è nemmeno lontanamente pensabile, e lo specialista ortopedico non andrebbe neppure interpellato. In genere non è così, e la consulenza richiesta al soggetto sbagliato porta sovente a conseguenze disastrose. Mi è capitato talvolta di sentirmi riferire dal malato che l’ortopedico l’aveva indirizzato dal collega internista o reumatologo, affermando chiaramente come il disturbo non fosse di sua competenza. Ma sono fatti eccezionali. Per lo più, tutti pretendono di mettervi mano, e si ritengono in grado di proporre terapie efficaci. Ribadisco che non c’è minimamente da dubitare della buona fede di questi medici. Ma il messaggio che offrono ai pazienti comporta come minimo un malinteso che può protrarsi anni, e far si che la diagnosi appropriata giunga molto tardivamente. Perciò – in termini pratici – se prendete un colpo al ginocchio, aspettatevi che gonfiore, dolore e limitazione funzionale esprimano i naturali processi riparativi che l’organismo esperisce. Non abbiate fretta di cercare consigli e rimedi speciali, e non pensate che il problema sia particolarmente grave prima che si sia rivelato tale. Servitevi del buon senso per recuperare la condizione normale, per fare risonanze magnetiche c’è sempre tempo. Ma se gli stessi sintomi compaiono senza un evidente elemento causale, non abbiate dubbi: si tratta chiaramente di un reumatismo, e se proprio vi serve un parere esperto, cercatelo dall’internista reumatologo, e da nessun altro. Fatta la diagnosi, curarvi con profitto sarà sempre esclusivo compito vostro. Fatelo senza avvelenarvi a vita di farmaci, ché non sono mai la vera strada.

Menopausa

Pur di costruirci un business, il mercato spaccia volentieri situazioni normali della vita per seri problemi di salute. Tanto, basta possedere i telegiornali per far credere alla gente qualunque cosa. Se in un notiziario di prima serata il mezzobusto di turno annunciasse che in Tasmania è stato avvistato un asino volante, son certo che la maggior parte degli spettatori presterebbe fede alla cosa. Con le tecnologie che ci sono, mostarci in un realistico filmato il quadrupede che si libra nell’aria sarebbe un gioco da ragazzi. Siccome in Tasmania a verificare non ci va nessuno, la conclusione sarebbe: “chi l’avrebbe mai detto, anche gli asini volano!”, e vai a incantarsi col prossimo servizio sui fanatici arabi autoesplodenti. La menopausa è un cambiamento importante nella vita di una donna. E’ la perdita definitiva di un’essenziale funzione biologica. Anche se è un evento programmato e atteso, come ogni cambiamento – soprattutto se permanente – impone un processo di adattamento alla nuova condizione, e una rivalutazione di se stesse, un bilancio della vita che è stata e di quella che sarà. L’obbligo di accettarla, anche se magari malvolentieri, dovrebbe mettere al riparo dai conflitti, e farla vivere abbastanza serenamente. Ma se la cosa è fonte di rimpianto, di recriminazioni su come ci si è condotte, di rabbia o rancore verso di sé o verso qualcun altro, la menopausa – come sovente in effetti è dato osservare – può diventare causa di malattia. Questa è l’unica implicazione rilevante per la salute di un fenomeno che, peraltro, è fisiologico e del tutto indolore. I sintomi che più spesso conducono le pazienti dallo specialista, nel periodo che il ciclo mestruale mostra segnali prodromici dell’imminente cessazione del periodo fertile, sono le menometrorragie, flussi insolitamente abbondanti, talora “emorragici”, per i quali vengono evidenziate – nelle diagnosi – presunte anomalie anatomiche, in genere miomi (“fibromi”) o alterazioni endometriali tipo “polipi”. La fatale conseguenza è immancabilmente l’intervento chirurgico, di isterectomia totale (“tanto non ti serve più”), ancor peggio con anche annessiectomia (asportazione delle ovaie, “così non ti viene il cancro”). Queste pratiche, diffusissime ovunque, sono ingiustificate e aberranti. Appartengono alla categoria delle mutilazioni, che dà conto di un buon 90 % di tutte le attività svolte dalla chirurgia. I disturbi funzionali della premenopausa sono dovuti, in qualche misura, alle modificazioni fisiologiche delle increzioni ormonali. Ma si può assumere che le implicazioni affettive del momento ne accentuino l’intensità, al punto da spingere la donna tra le braccia dei chirurgi ginecologi. Asportare organi non è mai la soluzione migliore. Ma è la più collaudata, ed è quella che insegnano ai medici. Siccome è impossibile che Dio abbia destinato le femmine umane al dissanguamento o all’accettazione di pratiche di macelleria per porvi rimedio, è verosimile che la fine della fertilità possa gestirsi percorrendo strade più naturali e sensate. La prima – come sempre – è di accettare quanto accade senza fare drammi: se si ha paura dell’emorragia, e ce la si aspetta, fatalmente avverrà, e sarà cospicua. Un’attitudine al contrario serena verso il fenomeno sarà, nella maggioranza dei casi, sufficiente a tenerlo in limiti ragionevoli. Un ottimo aiuto esterno, in queste situazioni, è la tintura madre di agnocasto: 40 gocce al giorno, tutte le mattine, due ore dopo colazione, sono un potente regolatore naturale degli equilibri ormonali, e quasi sempre ridimensionano i disturbi (e l’ansia conseguente). Ci sono, all’occorrenza, altri rimedii analoghi cui ricorrere, se il primo non bastasse. L’altro fastidio comunemente lamentato, all’esordio del climaterio, sono le “vampate”, sensazioni repentine di calore, del viso o altre parti del corpo, di variabile durata, talora insistenti e associate a senso di malessere generale. Si tratta di un epifenomeno della mutata increzione estrogenica, in genere transitorio, autolimitante e sopportabilissimo. I c.d. fitormoni, derivati da soia, luppolo, tè verde o altre piante, sono in genere efficaci per risolvere il problema. Diversamente, il già citato agnocasto sarà al riguardo conclusivo. Esistono in numerose strutture sanitarie, pubbliche e private, centri clinici specificamente destinati alla “cura” della menopausa. Somministrano chirurgia, farmaci a base di deleteri ormoni artificiali, presunti rimedi per l’osteoporosi. Il consiglio – a tutte le donne – è di starne accuratamente alla larga: sono una delle più bieche espressioni del business, non hanno nulla di utile da proporgli, e possono essere un grave pericolo per la loro salute.

Fibromialgia

Accade sempre più spesso, negli ultimi tempi, che i pazienti con dolori articolari e tendinei si sentano porre la diagnosi di fibromialgia, a volte corredata di tanto di opuscolo illustrativo, stile mostra d’arte o catalogo commerciale. Il problema di questo disturbo è che non possiede nessuna delle prerogative (meccanismo patogenetico, epidemiologia, semeiologia, caratteristiche istopatologiche) necessarie per un inquadramento nosografico coerente. In altri termini, fibromialgia è solo una parola, che non corrisponde a nessuna condizione morbosa definita, descrivendo tutt’al più un sintomo, come quello che ha mal di testa e si sente diagnosticare la cefalea. Per dirla ancora più chiaramente, la malattia fibromialgia non esiste. Abbiamo ogni nozione e ogni esperienza per interpretare genesi e espressioni dei fastidi mio-articolari in modo razionale e appropriato, senza necessità di ricorrere a categorie di pura fantasia come questa, utili solo a confondere le idee. Come già discusso a proposito di altre false condizioni, tipo artrosi o AIDS, i concetti vaghi e mal definiti non sono lì per caso. Al contrario, portano il massimo vantaggio a un sistema che può lucrarvi sopra, con ricoveri, diagnostica e terapie fisiche e chimiche senza fine. Il sogno di ogni mercante: un cliente garantito, fedele, all’eterna ricerca del prodotto “giusto” che non troverà mai, perché non può esserci. Mi capita abbastanza frequentemente di vedere pazienti più o meno seriamente convinti di soffrire di fibromialgia. Il riscontro, puntuale e immancabile, è quello di un tipico quadro reumatico, in una delle sue diverse forme. E’ una diagnosi facile. La cosa più difficile è spiegare al malato che gli hanno raccontato un sacco di fesserie, e la maggior parte di quanto ha fatto di conseguenza è stato a vantaggio di altri. Ammesso che ci creda, avrà la spiacevole percezione di essere stato preso in giro, e non lo consolerà il pensiero che chi l’ha fatto fosse (come in genere è) in perfetta buona fede, anche lui vittima – pur privilegiata – di un meccanismo che prospera sulla menzogna.

Diverticoli intestinali

I diverticoli intestinali sono estroflessioni della mucosa (più raramente anche della tonaca muscolare) del viscere, che ne attraversano la parete, sviluppandosi a formare piccole “tasche” all’esterno di quella. Interessano prevalentemente il colon, soprattutto il tratto discendente e il sigma, dove in genere se ne osserva il maggior numero. Possono considerarsi un fenomeno parafisiologico, nel senso che – escludendo i bambini sotto i dieci anni – è molto difficile trovare un individuo che non ne abbia almeno qualcuno. Sono un po’ come le rughe del viso, il segno che l’intestino ha vissuto e lavorato, e non costituiscono in alcun modo un problema per la salute di chi li esprime. Su questa particolarità anatomica si sono costruite – tanto per cambiare – una serie di leggende, di idee false e fuorvianti, che alimentano timori infondati nella mente delle persone, e impediscono un’interpretazione realistica dei disturbi viscerali che eventualmente possono accusare. Questi malintesi possono riassumersi in due concetti: malattia diverticolare e diverticolite acuta. La prima è una totale invenzione, una condizione inesistente con la cui etichetta vengono classificate situazioni funzionali di differente natura. Secondo questa visione, i diverticoli sarebbero all’origine di uno stato di cronico disagio, fatto di dolori più o meno intensi e frequenti, di meteorismo, di alterazioni dell’alvo. E’ una lettura insensata, in termini sia fisiopatologici che clinici. Per quanto numerose, queste piccole anomalie anatomiche non possono influire sulla funzione intestinale complessiva, al punto da generare una qualche sorta di sintomatologia. Se la parete si infiamma, la causa va di certo ricercata altrove. Lo dimostra l’esperienza, ed è in linea col buon senso, se si ha una minima nozione di quelle che possono essere le reazioni degli organi ai diversi stimoli. Il problema, a parte non capire nulla di quanto accade, è che per questa presunta condizione vengono prescritti trattamenti farmacologici cronici. Il più gettonato è quello con antibiotici ciclici, in particolare il Normix (rifaximina), parente povero (= inutile) della rifampicina, farmaco “di scelta” per meningiti e TBC, e molecola – in un’ottica di ortodossia medica convenzionale – decisamente più seria e efficace. A molti pazienti viene inflitta una “cura” che prevede sine die l’assunzione di una compressa al giorno di questa schifezza per 7-15 giorni ogni mese, per “prevenire” l’infiammazione dei diverticoli, preservandone una presunta “sterilità”. Una summa di concetti aberranti, contrari ai più elementari criteri di coerenza biologica. L’effetto reale è la periodica devastazione dell’ambiente intestinale, con la strage programmata di tutta la flora batterica, essenziale per la fisiologia dell’organo. La semplice terapia è sufficiente a perpetuare i disturbi in eterno! Al contrario della malattia diverticolare, la diverticolite acuta è una condizione realmente esistente. Ma per fortuna rarissima. Si tratta di una flogosi di un elemento diverticolare, con espressioni acute o acutissime, simile nell’anatomia patologica e nelle manifestazioni alla nota appendicite. Come questa, è considerata una situazione di pertinenza chirurgica, e trattata con dosi massicce di antibiotici. Dà luogo a febbre alta, dolori intensi (in genere in fossa iliaca Sn), stipsi. Può essere razionalmente gestita in modo più cauto e rispettoso della fisiologia dell’organismo, con alimentazione, idratazione e integratori utili. Si risolve di norma senza bisogno del bisturi, molto più facilmente se non se ne ha paura.
Al di là delle predisposizioni individuali, la presenza di molti diverticoli può essere letta come l’effetto di un cronico malfunzionamento del viscere. Il rimedio è non vederla come un problema in sé. Ma come un indicatore della necessità di trattare con più attenzione e rispetto il nostro intestino: curando la salute, mangiando cibi ricchi di fibre e vitamine, evitando i farmaci, assumendo regolarmente molti liquidi, omega 3 e probiotici. A queste condizioni, ci si può dimenticare anche l’esistenza della parola “diverticoli”.

AIDS

L’AIDS ha un posto fondamentale nel mio personale percorso di intelligenza dei fenomeni biologici, dell’ipnosi delle masse e del ruolo della medicina. Posso quasi dire di essergli affezionato. Se non ci fosse stato l’AIDS probabilmente questo sito non esisterebbe. Qualche anno fa, dovendo seguire un paziente – ereditato dal mio maestro – con diagnosi di LES e di portatore di infezione da HIV, dovetti documentarmi su quest’ultima condizione, che non era il mio pane quotidiano (è “territorio” degli infettivologi). Fin da quando fu annunciata, negli anni ottanta, avevo nutrito molte perplessità su questa malattia, comparsa all’improvviso nelle cronache, e negli scenari della medicina, come un misterioso flagello che colpiva la nostra specie peccatrice. Le modalità dell’esordio erano già un’anomalia: più che un fenomeno naturale, sembrava qualcosa di costruito ad arte, una manovra politica. Le malattie vere, come le conosciamo, evolvono secondo tutt’altri modelli. Le informazioni diffuse a seguire, sui tratti clinici del disturbo e sulla frenetica attività di ricerca intrapresa nei centri di tutto il pianeta, non hanno mai chiarito del tutto di cosa in realtà si trattasse. Il Prof. Montagnier, Nobel per la medicina per aver scoperto l’agente responsabile del male, illustrando le sue ricerche precisò chiaramente che la presenza del virus HIV non era condizione nè necessaria, né sufficiente perché un malato sviluppasse l’AIDS. Che potrebbe suonare come: “scusateci per questa colossale presa in giro” (siccome non è un idiota, e deve essersi reso conto di come è stato usato, le sue successive affermazioni confermano questa lettura). Nel frattempo le persone con quella diagnosi morivano a migliaia, prima gli eroinomani e i maschi gay, poi chiunque. Per come l’hanno raccontata, la malattia consisterebbe nell’attacco ai linfociti T da parte dell’HIV – il cattivo di turno – con la conseguente progressiva compromissione delle funzioni immunologiche, che aprirebbe la strada a stati infettivi più o meno banali, che diventerebbero causa di morte. Un quadro come minimo agghiacciante. Ma biologicamente assai improbabile. Furono subito sfoderate le armi farmacologiche più potenti disponibili, in primis l’AZT (azidotimidina o zidovudina), una molecola creata molti anni prima per curare il cancro, e mai neanche proposta in terapia per un inaccettabile grado di tossicità. Estratta dal cassetto vent’anni dopo, divenne l’arma principe contro l’HIV. Usare come cura un proiettile nel cranio del malato non avrebbe fatto molta differenza. Ma sono quisquilie: l’importante è dichiarare che c’è un trattamento (e venderlo a caro prezzo), e poi sono solo froci e drogati, non sarà una grave perdita. Valutare questi aspetti non è una semplice questione politica. Serve a capire, a avvicinarsi alla verità: a manovre così fumose corrispondono sempre retroscena assai loschi. Fossero la malattia o i farmaci, per un certo periodo – a quanto hanno raccontato – i malati avrebbero continuato a morire come mosche. Poi, progressivamente, il disturbo sembrò farsi meno cattivo: la convivenza col presunto virus in apparenza consentiva un più lungo periodo di benessere, vennero riportati casi di guarigione “spontanea”. E’ possibile che tale miglioramento della situazione fosse dovuto all’uso di terapie meno tossiche, via via introdotte a sostituire la micidiale AZT. Sul fronte prettamente virologico, diversi ricercatori hanno mosso critiche ben argomentate sui metodi usati per isolare l’HIV, e su quelli per diagnosticarne la presenza nei pazienti. Il numero, il merito e la coerenza delle obiezioni, oltre alle riserve di fondo sulla materia in sé, obiettivamente ardua da esaminare con le attuali nozioni e tecnologie, portano a dubitare più che ragionevolmente che un virus HIV sia mai esistito. L’osservazione clinica conferma appieno queste perplessità. Insomma, un gigantesco pasticcio. Trovai a suo tempo validi riscontri nelle informazioni contenute in questo ottimo documentario in lingua spagnola. Il mio paziente mi disse di aver trascorso, dopo avere iniziato a assumere i farmaci prescrittigli dagli infettivologi, un inverno disastroso tra raffreddori, bronchiti e malesseri vari, quando l’anno prima nello stesso periodo era stato benissimo. I sintomi si accordavano con quanto riferito da persone sottoposte allo stesso genere di trattamenti. Ritenendo di avere acquisito sufficienti elementi di giudizio, gli suggerii di interrompere subito la terapia antivirale, e i contatti con chi gliel’aveva prescritta. Ero a quel punto certo che AIDS e HIV erano una montatura, e che il consiglio migliore per il paziente fosse di dimenticarsi la diagnosi e tutto quello che ne era conseguito (cosa che ha fatto, e che gli ha permesso di conservare fin qui un ottimo benessere, visto che anche quello autoimmune era un mini-disturbo). Io ho aperto gli occhi. Ho imparato a cercare con profitto altre chiavi di lettura dei fatti biologici. Ho visto finalmente con chiarezza quante falsità mi avevano propinato come “scienza”. Ho capito che gli esseri umani sono fatti vivere in una nuvola di menzogne. E il preciso ruolo che la medicina (non i medici, che non ne hanno alcun sospetto) gioca in questa infamia.

Osteoporosi

Seppure inferiore a quello dell’artrosi, il giro d’affari che ruota intorno a questa anomalia non è comunque da poco. Come l’artrosi, l’osteoporosi non è una malattia. Ma un fenomeno anatomico, lo stato di un tessuto (quello osseo) in una sua fase funzionale. E’ un concetto che attiene più al campo della patologia generale che a quello dello studio delle specifiche malattie (la “patologia speciale”). Si riferisce, in maniera generica, alla diminuzione del contenuto osseo del calcio. E’ questo uno dei principali aspetti istologici dell’infiammazione, quando interessa strutture vicino all’osso, come tipicamente accade nelle artriti, che ne sono la causa più frequente. L’osteoporosi è del tutto asintomatica. Se qualcuno si lamenta perché gli procura dolori, significa che non ha idea di quello che realmente è il suo problema. L’unica conseguenza diretta che può dare è la frattura del distretto interessato. Le più comuni sono quelle vertebrali, come tardiva conseguenza di spondiloartriti durate molti anni, di norma in persone di una certa età. Ma anche un bambino può non eccezionalmente manifestare l’osteoporosi: è sufficiente un’immobilizzazione protratta, ad esempio l’ingessatura di un arto in seguito a una frattura traumatica, perché la massa ossea si riduca alla metà di quella dell’arto controlaterale sano. L’esempio chiarisce bene quali stimoli agiscano sul trofismo dell’osso, variandone il tono calcico: l’infiammazione e l’immobilità lo riducono, il movimento e il carico lo incrementano. Tutti i discorsi che girano sulle condizioni a rischio di osteoporosi, in primis menopausa e senilità, sono completamente campati in aria. Una donna in menopausa che si tiene in esercizio avrà la stessa massa ossea di quando era mestruata. Lo stesso vale per gli anziani, che si fratturano il femore perché si muovono poco o nulla. Un ottantenne che pratica regolarmente sport non correrà rischi del genere.

Il discorso sull’osteoporosi potrebbe finire qui. Va però rimarcato come l’informazione scorretta diffusa da varie fonti, purtroppo anche da certi medici, crei nella maggioranza delle persone un’idea del fenomeno del tutto distorta. E questa apre la strada al mercato. Che lucra – oltre che sul malinteso della natura di certi sintomi, e sulla paura insensata che crea in persone sane – inducendo la gente a fare esami inutili, e convincendola a usare farmaci che non curano nulla. Finché è calcio e vitamina D poco male. Ma circolano purtroppo sostanze “terapeutiche” per l’osteoporosi, ovviamente di nessuna efficacia, che hanno un potenziale tossico non da poco. Sono quelle molecole che magicamente aumenterebbero la massa ossea, come i difosfonati o cose ancora più sinistre che stanno escogitando, tipo anticorpi monoclonali specifici. C’è chi ha avuto le ossa della faccia devastate, come effetto collaterale di porcherie del genere. Questo per non parlare delle assurde prescrizioni alle donne di ormoni, a presunto scopo “sostitutivo”. Sul piano diagnostico c’è la MOC (mineralometria ossea computerizzata). Il nome è altisonante, l’oggetto è spazzatura. Questa metodica, universalmente utilizzata, ha un valore clinico pari a zero (oltre a un’attendibilità discutibile). Misurare la densità ossea – ammesso che sia possibile, vista la variabilità individuale e l’arbitrarietà dei parametri utilizzati – è un esercizio fine a se stesso. Nel migliore dei casi, può dare informazioni ovvie, già desumibili dal quadro obiettivo. Curiosamente, è rarissimo che una MOC presenti una situazione di normalità. Chissà perché, ogni paziente che la fa si vede restituire un referto di perdita di massa ossea, più o meno severa e con variabile rischio di frattura (è una costante, sarà la taratura degli apparecchi?). In conclusione, niente di quello che si muove intorno al concetto di osteoporosi può giovare alla salute delle persone. Imposture del genere, se si tiene a star bene, vanno solo ignorate.

Artrosi

Quella di artrosi è una delle diagnosi che i pazienti si sentono proporre con maggiore frequenza. Il punto è che non si tratta di una malattia, e per questo diagnosticarla non serve a capire nulla. Artrosi è un termine estremamente generico, che indica ogni condizione anatomica di anomalia articolare, di qualunque genere e natura. In senso più restrittivo (e più utile) viene usato per rappresentare quadri di compromissione dello spazio articolare, in un’ottica chirurgica. Artrosi non è una diagnosi, perché non definisce un processo morboso. Ma eventualmente ne descrive le conseguenze. Qualsiasi alterazione articolare può appropriatamente essere definita come artrosi, dall’ernia del disco alla displasia congenita dell’anca. E’ una parola che può stare in un referto radiologico (nei quali, in realtà, ricorre anche troppo) o in un testo di anatomia. Ma nella bocca di un clinico, o nella mente di un malato, non ci fa proprio niente. L’abuso di questo termine inutile ha ovviamente precise spiegazioni. Da un lato, è un fatto di impostazione culturale. I medici hanno per secoli assistito all’evoluzione dei reumatismi nei pazienti, descrivendone ogni differente espressione con estrema accuratezza, senza però riuscire a capirne l’origine. Questo è accaduto solo in tempi relativamente recenti, quando si è stati in grado di studiare le funzioni del sistema immunitario e gli elementi cellulari che ne sono parte, e quindi di leggere con chiarezza il meccanismo patogenetico della flogosi reumatica. Da quelle epoche remote i medici hanno tuttavia ereditato una certa riluttanza a sbilanciarsi in questo tipo di diagnosi, per cui spesso si nascondono dietro l’artrosi (tanto i pazienti non ne capiscono niente, non sono abituati a fare domande, e se la bevono comunque!). Ma l’incongruenza non è vana. Una diagnosi insufficiente implica la necessità di continue indagini, di trattamenti, di consulenze. Un’attività senza termine, dove il malato si convince che il suo disturbo abbia chissà quale misteriosa origine, e che ogni sforzo vada fatto per chiarire l’arcano, con la speranza di trovare alla fine il rimedio miracoloso. Chi nel frattempo trae vantaggio da questo tipo di situazione, con l’iterazione di lastre, risonanze, infami TAC, ecografie, analisi del sangue, MOC e compagnia cantante, guarda caso sono sempre gli stessi soggetti, diciamo – per render l’idea – le banche. In disturbi come i reumatismi, le diagnosi non fatte fanno girare l’economia molto di più di quelle appropriate. Gli unici a rimetterci, tanto per cambiare, sono i malati. Ma questo per il mercato è irrilevante.
La malattia, reale e diagnosticabile, che produce l’artrosi è quasi sempre l’artrite, nelle sue diverse forme. Anche i processi riparativi conseguenti a un trauma articolare esitano con frequenza in artrosi, di differente grado. Vi sono poi le condizioni malformative congenite, come il piede torto o la displasia dell’anca. Con buona pace dei reumatologi nostalgici, l’artrosi “primitiva”, l’artrosi come malattia, proprio non esiste.

Ipercolesterolemia

Il colesterolo è una molecola che occupa un ruolo cardine nelle funzioni metaboliche degli organismi animali. E’ il substrato chimico per la sintesi di intere famiglie di ormoni, ed è un costituente essenziale delle membrane cellulari. E’ sintetizzato nel fegato e diffuso nel torrente circolatorio, per le necessità funzionali di organi e tessuti. Insomma, un pezzo importante di quel meraviglioso, complesso apparato che è la biochimica. Studi condotti a partire dagli anni 1960 hanno cercato di stabilire una correlazione tra il tasso di colesterolemia e il fenomeno degenerativo delle arterie noto come aterosclerosi. Il presunto razionale era l’osservazione che la placca ateromasica – in una fase della sua evoluzione – tende a accumulare colesterolo al suo interno. Come dire che, siccome nei cadaveri si formano i vermi, questi sono stati una causa della morte. Abbiamo visto (Parachute study) cosa sono gli studi “scientifici”, che possono dimostrare tutto e il contrario di tutto. Scegliendo quelli “giusti”, si decise che esistevano le prove di una relazione diretta tra i due fenomeni, e che un’elevata colesterolemia era un importante fattore di rischio cardiovascolare. L’esperienza clinica dimostra quello che già il buon senso suggerirebbe, che cioè quella relazione non esiste affatto. Studi più recenti (e disinteressati) hanno – sempre in accordo col buon senso – individuato in una condizione infiammatoria protratta l’elemento scatenante del danno arterioso. Ma nel frattempo l’idea del pericolo-colesterolo si era già consolidata, e in medicina, una volta che tutti pensano la stessa cosa, proporre visioni alternative è quasi impossibile: l’ipotesi diventa legge, un dogma inviolabile, e chi ne dubita è un eretico. Il colpo di grazia al buon senso arrivò più tardi, col business dei vari prodotti “dietetici”, e soprattutto con quello dei farmaci ipocolesterolizzanti, le note statine. Queste sostanze, inibendo la funzione di un enzima essenziale alla sintesi del colesterolo (HMG-CoA reduttasi), effettivamente ne riducono non poco i tassi ematici. Ma un enzima essenziale per la sintesi del colesterolo è un enzima essenziale alle funzioni vitali dell’organismo. Il risultato è che le statine hanno il frequente effetto collaterale della morte improvvisa di chi le assume, per arresto cardiaco, in quanto il tessuto muscolare è quello più sensibile al danno del farmaco, e il cuore – come tutti sanno – è un muscolo. E queste morti – molto più numerose di quanto ci vengano a raccontare – senza alcun motivo, visto che il colesterolo alto non è un rischio di nulla. Le statine rappresentano un grave pericolo per milioni di persone che ignare le assumono. In Italia sono la terza categoria di farmaci più prescritta, dopo gli antiipertensivi e gli altrettanto famigerati (ma meno letali) inibitori di pompa, prima degli antibiotici. L’assicurazione pubblica spende ogni anno, per questi micidiali veleni, oltre 600 milioni di euro.

Riportando i piedi per terra: tutto quello che raccontano sui pericoli del colesterolo è falso. Personalmente ho seguito malati che – per condizioni particolari – avevano valori costantemente intorno a 1000 mg %, e le loro arterie erano perfette. I pazienti non dovrebbero nemmeno conoscerne il nome. Per i medici, è un indicatore metabolico significativo, che può dire dello stile di vita della persona, e delle sue caratteristiche organiche. Ma niente di più. L’unico rischio reale di un’elevata colesterolemia è, in soggetti predisposti, una maggiore probabilità di calcoli della colecisti, che si azzera semplicemente curando la salute, cioè bevendo acqua. Il resto è solo mercato.

 

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