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Mali di stagione

 

Qualche giorno fa mi ha contattato un paziente – giovane sano e robusto, senza particolari problemi di salute – chiedendomi ogni quanto tempo si dovesse prendere la Tachipirina 1000 per contrastare la febbre. Gli ho risposto che in nessun passo delle Sacre Scritture è sancito l’obbligo di assumere paracetamolo o roba simile per tale scopo, e che si tratta di veleni potenzialmente anche letali, che per di più non hanno alcun significato terapeutico, avendo il solo possibile effetto di ridurre l’intensità del sintomo per breve tempo. Svolgendosi il dialogo per sms (sic!), il ragazzo ha replicato che aveva 39 gradi di temperatura, ed era preoccupato per non sapere cosa fare se fosse ulteriormente cresciuta. Gli ho quindi detto che l’unica cosa davvero preoccupante era la sua preoccupazione per una fesseria come quella, e gli ho suggerito di adottare comportamenti sensati. Anzitutto, metter da parte il termometro, ché sapere se la febbre è a 38,7 o 39, 4 non serve a niente, se non a alimentare l’ansia che uno si porta da casa. Poi infischiarsene del malessere: la sindrome influenzale è una reazione banale e del tutto benigna, che assume importanza solo se noi gliela diamo, e per principio non bisognerebbe nemmeno farci caso. Se si è fiacchi, potendo si sta a letto, se non si ha fame non si mangia, nel caso si beve qualche tisana dolcificata col miele, perché l’acqua anche in questo caso è la cura più importante. Una pezza bagnata o una borsa del ghiaccio sulla fronte possono alleviare non poco il disagio. La pazienza fa il resto, e non ci sono altre cure da attuare. Guardando l’abominevole sequenza di pubblicità televisive emergenti come funghi in questo periodo, che spingono questo o quel farmaco, inutile e certamente tossico in misura più o meno grande, non riesco a non essere nauseato dal cinismo del mercato, che sfrutta i fastidi di stagione per fare un lucro e diffondere terrorismo, approfittando al meglio dell’ignoranza delle masse, che lui stesso ha creato con le menzogne della sua vile propaganda. Propongono inutilissimi fluifificanti, velenosissimi sedativi come oppiacei e antiistaminici, antipiretici che solo il termine è una follia. Se poi a ammalare sono i bambini, ansia e conseguente avvelenamento crescono esponenzialmente. Ai soggetti “a rischio” (più o meno tutti, pur di vendere) impongono i vaccini, come già spiegato deleteri in ogni caso. Pochi scampano il canonico ciclo di antibiotico, che può garantire mesi di disturbi, e quasi nessuno ha la lucidità di declinare. Quando si comincia a star bene, ricostituenti e integratori, utili solo a chi li vende. Possibile che siamo tutti tanto ipnotizzati da non cogliere l’essenza di falsità, l’insensatezza di tutto questo? Così in basso le banche hanno condotto lo spirito degli esseri umani? Per piacere, non fatevi usare, non svendete la vostra salute nel nome del business. Non fidatevi delle chiacchiere: anche se ha la parvenza di un discorso serio, di fonte autorevole, quello che vi fanno sentire è solo propaganda. Non sarà mai nel vostro interesse. E, prima o poi, finirà con l’uccidervi.

Il senso della misura

 

Uno dei più grandi equivoci che la medicina alimenta, e la gente automaticamente accredita, è che i parametri biologici possano essere misurati con assoluta precisione, e soprattutto che i risultati delle diverse misurazioni rappresentino indici indiscutibili dello stato di salute di chi ne è oggetto. Un minimo di considerazione delle funzioni in discussione permette di capire facilmente che si tratta di un concetto totalmente infondato, e gravemente fuorviante. La caratteristica fondamentale dei meccanismi che presiedono al mantenimento della vita, cellulari, tissutali, organici, è la flessibilità, la capacità di adattamento, manifestantesi nella perenne variazione dell’attività di ognuna di quelle funzioni. Questa modulazione è indispensabile per mantenerne l’armonia globale, consentendo agli innumerevoli, diversi componenti di agire in maniera ottimale. La logica, diretta conseguenza è che i fenomeni biologici non sono misurabili con i criteri con cui ad esempio pesiamo un chilo di pane o quantifichiamo l’ingombro di un mobile. Se controlliamo la pressione arteriosa di uno stesso soggetto per dieci volte di seguito senza soluzione di continuo, otterremo dieci valori probabilmente simili. Ma mai esattamente identici l’uno all’altro. La stessa cosa accadrà su campioni seriati di sangue, valutando il tasso glicemico o qualunque altro indicatore di laboratorio (ad esempio, l’innocuo quanto famigerato colesterolo). L’idea, insomma, è che la materia vivente richiede metodologie di valutazione specifiche, che – seppure in genere attuate con le stesse unità di misura – differiscono sostanzialmente da quelle utilizzate per la maggioranza dei fenomeni fisici. Siccome l’uomo è perennemente in cerca di certezze e di messaggi rassicuranti, accettare questo senso di imprevedibilità degli eventi biologici gli risulta facilmente ostico. Per un’impostazione mentale, piuttosto che per un’effettiva capacità destabilizzante del messaggio. In fondo, se la vita funziona così, non avremmo che da prenderne atto, e goderla per quanto possibile. Ma sarebbe troppo bello: sul pianeta Terra le regole le decide il mercato, non la natura. Figuriamoci se il mercato può accettare serenamente che gli esseri umani facciano qualcosa secondo quel che sono, piuttosto che secondo quanto gli è imposto di essere! Non fia mai. E giù con ogni sorta di menzogne, mistificazioni, ambiguità, orchestrate per sollecitare le debolezze che lui stesso ha in gran parte generato. “Tutto è misurabile e dev’essere misurato” (ovviamente, mai aggratis!), “i tuoi referti hanno tanti valori fuori range, bisogna fare accertamenti” (magari uno sta benissimo, e l’anomalia sta nel fatto che l’intervallo della normalità è stato fissato dal laboratorio in maniera arbitraria, cosa che accade molto più spesso di quanto potrebbe credersi). La cosa che la gente controlla più frequentemente è la temperatura corporea: tutti hanno in casa un termometro, e se ne servono tempestivamente, appena abbiano sentore di non stare benissimo. Il rialzo termico è una reazione normale dell’organismo, in risposta a un’infinità di stimoli differenti. In genere di quantificarlo non ce ne sarebbe bisogno, perché uno la febbre la percepisce, e precisarne accuratamente il valore non è granché utile. Il punto è che in moltissimi casi si crea una nevrosi del termometro, per cui lo si usa dieci volte al giorno, attribuendo ai valori riscontrati i significati più disparati, quasi mai quello vero. L’anomalia – anche se piccola e irrilevante – diventa la scusa per risvegliare ogni sorta di ansia sulla propria salute, che ci si porta dietro da sempre. Diviene così impossibile dare un senso coerente al fenomeno, che è l’unica cosa che andrebbe fatta. Il secondo parametro più misurato è la pressione arteriosa. Quasi tutti hanno in casa uno sfigmomanometro elettronico, praticamente nessuno sa come servirsene. Anche in questo caso la rilevazione costituisce il pretesto per alimentare tutte le possibili inquietudini, mancando il giusto atteggiamento emotivo, e le più elementari informazioni sul valore da ascrivere al dato (quelle necessarie sono qui). Un indice che i più trascurano, ed è forse l’unico realmente utile, è il peso corporeo. Sarebbe buona norma verificarlo una volta la settimana, la mattina al risveglio, perché può riflettere abbastanza fedelmente lo stato di salute individuale: semplice e proficuo. La corretta interpretazione del valore richiederebbe un livello di conoscenza dei fenomeni biologici, generali e personali, che pochi possiedono. Tuttavia può valerne la pena, perché è comunque significativo. Quando illustro a un paziente il suo problema, con grande frequenza quello mi chiede se sia il caso di fare “accertamenti”, di laboratorio o di altro tipo. La risposta è quasi sempre no, e la spiegazione è che quelle indagini non potrebbero offrire informazioni rilevanti. Al contrario, rappresenterebbero un pericolo anche molto serio, perché i dati ottenuti – pur gravati da un margine d’errore non valutabile – potrebbero facilmente indicare situazioni patologiche del tutto inesistenti. Ma tali da generare preoccupazioni d’ogni sorta. D’altronde, perché i medici sembrano non saper far altro che richiedere esami? Certo per tradizione. Anche per una certa forma mentis. Ma soprattutto perché sono sempre a caccia di spunti per trovare una malattia, che ci sia o no, e non conoscono (non gliel’hanno insegnato) un’altra strada. Lo fanno in assoluta buona fede, per lo più inconsapevoli del fatto che stanno facendo un servizio al mercato, non certo al malato. A volte certe indagini sono opportune e raccomandabili. Ma sono casi eccezionali, la norma è che vanno evitate. L’unico vero motivo per cui se ne fanno tante è che rendono un’enormità, sia in termini economici diretti, rappresentando la maggiore voce di spesa tra tutte quelle della sanità (più di tre volte quelle dei farmaci, per dare un’idea), sia in prospettiva, perché sono il mezzo per trovare malati (non importa se reali o inventati) su cui lucrare, magari a vita. Come al solito, le banche ci tengono lontani dalla verità. La salute si protegge con modalità semplici, perché nasciamo già perfetti per questo scopo. Conservare e approfondire le nostre conoscenze sulla fisiologia degli esseri viventi è senz’altro utile. Ma servirsene in modo appropriato, fare un particolare tipo di esame – anche supersofisticato – solo quando serve, sarebbe antieconomico. La medicina, quella vera, quella utile alle persone, è un’attività eminentemente pratica, fatta di tante nozioni, di esperienza, di manualità e senso d’osservazione di chi la esercita. Di umiltà, ovviamente. Ne avete visto in giro qualche traccia?

Il tempo delle streghe

 

Storiografia e racconti popolari ci dicono che per svariati secoli gli esseri umani hanno creduto all’esistenza di persone schiave del demonio, che attuavano pratiche di stregoneria per gli scopi più malvagi. Ci raccontano – ed è più che verosimile – che tali soggetti, una volta smascherati, sono stati in gran numero uccisi, con l’atrocità del rogo. Analoga sorte sembra sia stata riservata a figure autorevoli di pensatori, che nel tempo osavano mettere in discussione le sacre verità, per lo più sostenute dalle istituzioni religiose. Giordano Bruno ne è l’esempio più celebre. Ammessa la veridicità di tutte queste storie, siamo abituati a vederle come il frutto di epoche remote, di secoli bui, e a sentirle come qualcosa di molto lontano dai tempi attuali, che ci hanno insegnato a ritenere di civiltà e progresso. E’ un punto di vista che in realtà richiede estrema cautela. Se, ad esempio, guardiamo alle efferatezze perpetrate dal potere, coi più varii pretesti, quelle che vengono commesse oggi non hanno niente di diverso dalle infamie del passato, se non eventualmente l’ordine di grandezza, assai più vasto grazie agli strumenti ora disponibili. Il pomposo ribadire degli organi di propaganda, a ogni piè sospinto, la sacralità dei diritti di tutti esseri umani è solo fumo negli occhi, pura demagogia. Nel mondo del mercato le singole persone non hanno – come tali – alcun diritto: ogni schiavo può essere impunemente sacrificato in ogni momento, senza dover render conto a nessuno. Il concetto di legalità – sbandierato di continuo per manipolare le masse – non è che un esercizio teorico: l’unica legge reale è che il potere può fare quel che vuole, schiacciando ogni principio di etica naturale perché l’unico suo scopo è di conservarsi, e il suo stesso esistere non ha niente di naturale. Per un singolo indemoniato arso vivo nelle epoche “buie”, oggi una sola bomba intelligente, o un cannone a microonde – strumenti utilizzati quotidianamente nei vari scenari di guerra messi in piedi con diverse menzogne qui e là nel pianeta – è in grado di produrre effetti altrettanto osceni, su ben altra scala. Questi i dati di fatto. Riguardo l’accettazione sociale di tali abominii, la loro giustificazione etica da parte delle masse, l’atteggiamento della gente che nelle piazze assisteva con l’animo in pace allo show dei loro simili assassinati nel supplizio delle fiamme è sostanzialmente identico a quello di chi oggi, nello spazio virtuale dei telegiornali, apprende che questo o quel malvagio terrorista, reo di ogni peggior nefandezza contro il superiore mondo occidentale, è stato tolto di mezzo dopo un’accesa sparatoria dai nostri eroici crociati. In entrambi i casi gli spettatori ammettono la necessità morale degli omicidi, come una sorta di legittima difesa delle persone perbene verso un pericolo effettivo e grave. Dov’è allora la differenza tra le due situazioni, tra la diabolica ignoranza di chi allora credeva alle streghe e l’ipotetica consapevolezza di chi – nei tempi odierni di luminoso progresso – crede all’esistenza delle oscure entità che ci minaccerebbero per puro fanatismo? Non c’è affatto. Un tempo come oggi, chi è ignorante non sa di esserlo, e chi è consapevole della propria ignoranza è molto più avanti sulla via della conoscenza. Purtroppo, sia presumibilmente nel passato che sicuramente ai giorni nostri, è una via che la gente è molto lungi dal percorrere. In teoria, per migliorare le cose non ci vorrebbe poi molto. Basterebbe riuscire ad affrancarsi un minimo dal condizionamento della propaganda, a ragionare con la propria testa. Il contadino del Medio Evo, succube del potere mediato dalle istituzioni ecclesiastiche, col semplice uso del buon senso poteva benissimo capire che la donna bruciata sul rogo non aveva nulla di diverso dalla propria moglie o sorella, e che si trattava di una crudele rappresentazione teatrale per alimentare la paura negli spettatori. Allo stesso modo, il cittadino occidentale del mondo post-industriale, dotato di laurea e di presunta rispettabilità sociale, ha tutti gli strumenti intellettuali per comprendere che un fanatismo così radicato da autorizzare l’uccisione di tanti innocenti e di se stessi non può essere una cosa tanto comune tra gli esseri umani di qualsiasi razza o credo religioso, come vorrebbero in tutti i modi fargli credere, e che il terrorismo globale è solo una messinscena attuata da quello stesso potere, mediato dai telegiornali. Non è facile uscire dall’ipnosi, ci vuole molto coraggio e una volontà adeguatamente motivata. Bisogna riuscire a mettersi in gioco, a smontare le convinzioni che strutturano la nostra visione del mondo, con tutto lo smarrimento che può derivarne.
Vale la pena compiere uno sforzo così grande per uscire da Matrix? E’ una libera scelta. Ma, se la posta in gioco è la sopravvivenza, l’evitare di essere schiacciati e uccisi prematuramente, quasi tutti sono disposti a attuarlo. Perché ipnotizzati è una cosa, imbecilli è un’altra. Pensiamo a come dicono che ci curano, quando esprimiamo una malattia. Una parte rilevante dei criterii fondanti della medicina non sono che ferrivecchi ideologici – stile dittatura del proletariato, seppure infinitamente più rozzi – che il percorso della conoscenza avrebbe spazzato via molti anni fa. Sennonché fanno comodo: rendono denaro, alimentano una falsa credibilità, servono a uccidere, che è uno degli scopi primari del potere. Assistiamo a obiettive follie, come l’avvelenamento dei malati con i chemioterapici, l’uso indiscriminato – e del tutto controproducente – di farmaci come antibiotici, antidolorifici, antipiretici, anti ogni accidente che volete. In uno scenario di guerra che nulla ha a che vedere coi meccanismi biologici, improntati a equilibrio e armonia. Ma molto coi trucchi del potere, che inventa conflitti da che mondo e mondo. Divide et impera. E tutti da secoli continuano a cascarci. Ci fanno credere che la conoscenza medica fa continui progressi, che scoperte rilevanti per la nostra salute vengono fatte quasi quotidianamente. Ma – nei fatti – dove si vedono i benefici che sarebbe normale attendersi? Propaganda, aria fritta. La verità è che ci avvelenano sempre di più, sia direttamente, coi farmaci e il cibo-spazzatura, sia indirettamente, devastando l’ambiente da cui traiamo vita e nutrimento. Si impegnano in aggressive campagne di sensibilizzazione delle masse, diffondendo ridicoli concetti sull’immunità di specie, per far accettare abominii come le vaccinazioni indiscriminate di tutti i bambini, che servono in realtà a garantirsi l’introduzione in ogni individuo dei nano-ordigni che già hanno o che stanno approntando. Promuovono la “prevenzione” per scoprire ogni sorta di malattia – di norma inesistente o di scarso rilievo – per avere clienti a vita nel migliore dei casi, per uccidere prematuramente nel peggiore. In tutto questo agire, la cosa che viene rigorosamente censurata è la verità. Un oceano di menzogne, dove cercano di farci navigare dalla nascita alla fine dei nostri giorni. Questo è il tempo che viviamo: cosa c’è di sbagliato a chiamarlo il tempo delle streghe?

Lo spirito del leone

 

Come ho spesso avuto modo di precisare, la maggior parte di quello che so l’ho appresa dai pazienti. Non soltanto dalla partecipazione delle loro personali esperienze di vita. Ma anche dal confronto delle idee, dal frutto del dialogo. E’ il concetto di scuola, nel suo significato più alto: tutti insegnano a tutti, e ciascuno ha qualcosa di utile da condividere con gli altri. Nulla a che vedere con quella che abbiamo frequentato, con un maggiore o minor grado di noia, per comprarci un pezzo di carta in cambio della nostra anima. Quella che ci ha reso ciò che siamo: la scuola degli schiavi. Non tanto tempo fa, parlando al telefono con una paziente, alle prese con una forma reumatica non severissima, che però la affliggeva col peso di frequenti recidive, mi son reso conto che il motivo principale del non riuscire a venire stabilmente a capo del disturbo era la scarsa fiducia in se stessa. Un difetto di autostima – non di ordine personale, piuttosto in termini che definiremmo “biologici” – che l’induceva a sottovalutarsi e a vedere la guarigione come una prospettiva lontana, un traguardo troppo superiore alle sue forze. Un perfetto esempio degli effetti della scuola di cui sopra, che ci insegna tutto salvo ciò di cui avremmo bisogno, e dei messaggi umilianti con cui la propaganda ci bombarda senza tregua. Se il primo presupposto per superare la malattia è – come più volte sottolineato – l’ottimismo, questo non può innescarsi senza una motivazione plausibile che lo giustifichi. Darsela sarebbe in teoria semplice, se ciascuno di noi fosse educato a riconoscere e apprezzare le infinite risorse di cui la natura ci ha dotati, che si può dire costituiscano il fondamento di ogni espressione di quel mirabile fenomeno che chiamiamo vita. In realtà siamo educati a fare l’esatto opposto. Ci abituano a disprezzarci, a ritenere normale mettersi in conflitto coi nostri simili e con le altre specie, ci fanno credere importanti i pretesti che fornirebbero una base etica al togliere la vita a qualcun altro. Ci allontanano dall’unica, vera morale che dovrebbe ispirare i nostri comportamenti, quella della natura, portandoci a violarne i principi con le scuse più meschine. Ma che fanno presa, perché vengono da chi ci educa: genitori, scuola, preti. Il conflitto tra l’istinto – presente in ogni individuo – e le regole che gli impongono, non è soltanto fonte di disagio personale e ostacolo insormontabile al progresso della specie. E’ anche il punto d’origine della malattia. Ovviamente non ne abbiamo nell’immediato consapevolezza: possono trascorrere decenni prima che un conflitto interiore si esprima come disturbo organico. Ma, nel momento che accade, il solo modo per rimediare, per superare davvero il problema, è fare un percorso a ritroso, tornare a quando ne son nati i presupposti, riconoscere le cause effettive. Errare è umano e prerogativa di tutti. Ma va detto che molti degli errori che commettiamo nella nostra esistenza non sono farina esclusiva del nostro sacco. Che il sistema dove nasciamo e cresciamo è strutturato proprio per farci sbagliare strada, per portarci dove lui ci vuole (in sostanza, come sappiamo, a essere perfetti sudditi-consumatori-schiavi). Ancor prima che un fatto individuale, la malattia è un fenomeno culturale, economico, sociale. Come ben chiarito, un fenomeno etico. Per venirne a capo ci vuole il coraggio e l’umiltà di ammettere e accettare i propri errori, anche se sopra le idee sbagliate ci si è costruiti un’intera esistenza. Essere disposti a perdonarsi e ricominciare su altre basi. Essere disposti a cambiare: una delle cose in assoluto più difficili per tutti. Ma è un obbligo: per uscire dallo stato morboso altra via non datur. Potrei fare infiniti esempi di pazienti che mi hanno raccontato dei conflitti vissuti nell’infanzia, coi genitori, coi fratelli, coi modelli di vita che gli offrivano senza alternative. Le loro storie, quelle che li hanno fatti ciò che sono, quelle dell’infelicità che li accomuna alla maggioranza degli altri, quelle che li hanno portati ad ammalare. Situazioni senza sbocchi? Non necessariamente: per quanto pesantemente condizionati, tutti hanno un margine di libertà di scelta, per sperare in un futuro migliore. Che dire allora, quale messaggio può offrire il medico a un’umanità così frustrata? Alla paziente dissi che aveva tutti i motivi per mantenersi serena. Che poteva, doveva sentirsi forte, molto forte, molto più forte di come era abituata a pensarsi. Che il sintomo era un’inezia, un intoppo trascurabile, e il suo organismo possedeva tutte le risorse per neutralizzarlo in un attimo. Che doveva continuare sulla strada intrapresa, sostanzialmente adeguata ai bisogni della cura della salute, con la fiducia che le funzioni che tutti siamo in grado di attivare l’avrebbero facilmente condotta a uno stato di stabile benessere. Quello che le mancava era questa attitudine, la consapevolezza delle proprie capacità, lo spirito del leone. E’ probabile che gliel’abbia trasmesso. Perché mi ha ringraziato in modo sincero, e la sua situazione sembra sia in effetti migliorata.

Lo spirito del profeta

 

La parola profeta evoca nella maggioranza della gente i personaggi della Bibbia, o le misteriose anticipazioni di Nostradamus, magari le catastrofiche vicende preconizzate dai Maya. Tutte cose intriganti, tutte però avvertite come estranee alla realtà che quotidianamente ci troviamo a vivere. E’ un errore: i profeti sono tra noi. Si può anzi affermare che il mondo ne è pieno, e che un po’ lo siamo tutti, quando ad esempio, fissando un appuntamento, ci escono frasi tipo “ci vediamo lunedì, nel mio uffico, alle nove precise” o “domani lo faccio di sicuro”. Sicuro non può essere, perché il futuro non lo conosce nessuno, e quelle frasi esprimono un progetto, una volontà, sulla cui attuazione “non v’è certezza” sinché non si compie. Sono modi di dire, sui quali peraltro meriterebbe riflettere, in quanto espressione di una forma mentis comune a tutti, che potrebbe rispecchiare una visione della vita non del tutto coerente colla logica più elementare. Alienazione a parte, si tratta in ogni modo di profezie “innocenti”, perché l’alea che contengono è facilmente comprensibile a tutti, e dunque non nascondono la verità delle cose. I profeti pericolosi, che bisogna imparare a riconoscere e a guardarsene, sono altri. Non so se qualcuno di voi ha mai notato come il pronostico, la previsione, costituisca un elemento ricorrente nel sistema del mercato. Uno dei settori che più ne incarna l’essenza di aberrazione, quello finanziario, si può dire sia in larga misura basato su ipotesi, sull’anticipazione di quanto deve ancora accadere. Se si considera quanto i giochi della borsa possano tradursi in autentici massacri per milioni di esseri umani, si può sfiorare la misura del cinismo che è sotteso ai meccanismi in vigore, quelli che di fatto, ogni giorno, determinano le nostre vite. Un ramo altrettanto losco, tradizionalmente controllato dal crimine organizzato (Bugsy Siegel docet) è quello delle scommesse e del gioco d’azzardo. Qui il pronostico costituisce l’essenza stessa dell’attività, e sempre più persone – spinte da un disagio crescente – vi si rifugiano a coltivare illusioni, che un minimo di raziocinio permetterebbe di riconoscere come prive di ogni fondamento. La febbre della scommessa è una delle espressioni più evidenti del degrado dell’animo umano. E dell’imbecillità della gente, tetragona nell’ignorare il fatto che il banco vince sempre e comunque, e a continuare a giocare non si può che farsi del male. Buona parte di tutto lo sport professionistico è ormai nelle mani delle corporations delle scommesse (cioè della mafia), che non si crea certo remore a decidere secondo il proprio vantaggio l’esito delle gare, privandole di qualunque credibilità. Il caso Pantani, al Giro del ’99, è emblematico in tal senso.

Se un gran numero dei comportamenti umani è fondato sull’assurda pretesa di conoscere il futuro, pochi ambiti esprimono tale anomalia quanto quello della medicina. L’apparato ideologico che impronta ratio e comportamenti della medicina istituzionale ne autorizza e incoraggia gli operatori a esprimere profezie a ogni pié sospinto, con una routinaria sicumera arrogante quanto folle, al punto da convincerli che quelle siano verità assolute e indubitabili, e loro – di conseguenza – veggenti certificati. Chi dichiara di conoscere il futuro in realtà non è che un idiota. Ma questa idea, figlia del più ovvio buon senso, non sembra sfiorare le menti di tali autorevoli soggetti, convinti che il camice bianco che indossano li affranchi dall’osservanza delle più elementari regole della logica. Nell’esperienza di tutta la mia vita ho d’altronde sempre constatato come presunzione e stupidità marcino costantemente a braccetto. Peraltro, gli adempimenti legali della professione medica comportano anche l’obbligo del vaticinio: le certificazioni di malattia a fini assicurativi richiedono l’espressione di una prognosi, pena nullità dell’attestato. Anche se l’asserzione non è vincolante, potendosi modificare in corso d’opera, come minimo concorre a generare l’abitudine a esprimere profezie in chi le fa, e a prenderle sul serio in chi le utilizza. L’aspetto più deleterio di tale usanza non si manifesta tuttavia nelle convenzioni dei meccanismi dell’assistenza sociale. Ma nella pratica clinica quotidiana. Buona parte dei medici si ritiene capace – quasi anzi in dovere – di rappresentare al paziente quella che sarà l’evoluzione del suo disturbo, sia a breve che a lunga scadenza, come se parlassero di fatti già accaduti. La sicurezza con cui descrivono gli eventi futuri ingenera nei pazienti l’idea che le malattie siano fenomeni dal decorso stereotipato e ineluttabile, che la biologia sia un libro già scritto, e che la medicina ne conosca in dettaglio ogni pagina. Quanto di più falso e diseducativo si possa immaginare. Ovviamente, tale presunta onniscienza diventa uno strumento di ricatto pressoché vincolante (“se non fai la cura che ti dico ti succederà questo e quest’altro”), a tutto beneficio del mercato, che ne ha la garanzia di poter vendere ciò che vuole, a un malato tanto terrorizzato. Torniamo sempre lì: il terrore è la vera anima del commercio. Chiunque abbia un minimo di esperienza di salute e malattia sa benissimo che i fenomeni biologici sono – per loro intima natura – quanto di più individuale, complesso e imprevedibile. Sebbene i meccanismi che li generano siano abbastanza intelligibili, le variabili che ne modificano lo sviluppo e l’esito finale sono tali e tante da impedire (direi fortunatamente) qualunque sensato pronostico. I fattori che in questo gioco pesano di più non sono certo i farmaci o altre terapie che la gente si vede affibbiare con dovizia. Come sappiamo, sono l’ottimismo, il gusto di vivere, un clima emotivo orientato alla positività. Chi è in grado di prevedere l’impatto di cose del genere? Ragionevolmente, nessuno. Spesso (direi – anzi – quasi sempre) i pazienti mi chiedono se seguendo il percorso di cura che gli indico potranno migliorare e guarire. Domanda – alla luce di quanto discusso – estremamente imbarazzante. La risposta più onesta che posso dargli è che non lo so. Ma che di norma, se si fanno le cose giuste, aspettarsi un buon risultato è più che lecito. Ogni altra considerazione sarebbe fuori luogo. Sarebbero fandonie, superstizione, inganno. Roba da mercanti. Roba da profeti.

Il senso dell’esperto

 

 

Una delle più gravi conseguenze dell’ipnosi di massa, cui siamo soggetti da che mettiamo piede sulla terra, è l’abitudine, per qualunque problema ci troviamo ad affrontare, di andare alla ricerca dell'”esperto”, quello che ne sa più di noi, che può guidarci alla soluzione, o attuarla in nostra vece. Accade in ogni campo delle attività umane, e in teoria è anche sensato, perché nessuno sa tutto di tutto, ed è naturale far riferimento a chi coltiva quel determinato settore, e ne ha sviluppato speciali competenze. Il punto – soprattutto se è un ramo estraneo alla comune esperienza delle persone – è che, non sapendone un accidente, dobbiamo fidarci del messaggio che otteniamo, avendo poche possibilità di verificarne la fondatezza. Nell’articolo sul principio di autorità abbiamo discusso come la vera conoscenza sia appannaggio di poche, illuminate figure, rispetto a quanti – assai più numerosi – dichiarino di possederla, o abbiano riconosciuto un titolo formale che gliela attribuisca. La salute è uno degli argomenti dove la caccia al sapiente, in genere con un camice bianco, è praticata da tutti quasi come un obbligo. Di fronte a un disturbo qualsiasi, anche il più banale e sperimentato decine di volte, quel che a chunque viene naturale è consultare al più presto il medico di fiducia, o in assenza di tale soggetto raccogliere urgentemente ogni notizia possibile, dalle fonti più disparate, che possa indirizzarli al giusto “specialista”. Riflettendoci un attimo, questo comportamento è già un’anomalia. Pensiamo a un animale selvatico, che per natura ha l’incombenza di badare a se stesso, in qualsivoglia situazione abbia a trovarsi. Pensiamo – che so – a una volpe. Se la volpe sta male non ha il medico, non ha l’ospedale, non ha una farmacia piena di scatolette “magiche”. Eppure, salvo particolari contingenze, è capace di cavarsela, grazie alle risorse innate, quelle che comunemente sono dette “istinto”. Non che abbia scelta, solo su quello può contare. Ma le è sufficiente, non avrebbe comunque bisogno d’altro. Noi – che pure in teoria dovremmo possedere le stesse facoltà – al contrario non vediamo altre soluzioni se non quella di precipitarci a trovare l’esperto, cui delegare l’ideazione e la messa in pratica del rimedio. Finché si guasta l’automobile o il pc, e siamo sicuri di aver messo benzina o attaccato la corrente, la cosa è anche giustificata, perché non tutti sono nati meccanici o esperti di elettronica. Che poi – risolta la faccenda – abbiamo da lamentarci perché dubitiamo se ne siano approfittati, sostituendo pezzi sani e gonfiando la fattura, è un danno collaterale che mettiamo in conto, ripromettendoci “da quello non ci vado più”, come se trovarne uno più onesto e competente fosse cosa facile. Tant’è, sono realtà che conosciamo, e troviamo il modo di conviverci. Il grado di tolleranza dovrebbe però essere minore, quando non si tratti di un inconveniente tecnologico, di un parere legale o di un consiglio commerciale, dove il rischio è al massimo un dolore al portafoglio. Quando in gioco è la salute, la nostra vita, avremmo il dovere verso noi stessi di limitare al minimo i rischi, attivando le migliori facoltà di cui il Creatore ci ha dotato, per risolvere da soli il problema. Se sa farlo la volpe, perché non noi? La risposta è in effetti semplice. L’unico interesse che può avere il mercato verso la prima è quello per la pelliccia. Ma soddisfarlo non è oneroso: basta ucciderla e scuoiarla, e il business è fatto. Noi – al contrario – serviamo vivi, per essere usati nei più svariati modi, più a lungo possibile. E’ esattamente per questo motivo che il sistema ci educa da schiavi. Dandoci l’illusione di arricchirci di conoscenze e capacità, l’educazione che riceviamo in realtà ci toglie le risorse più preziose, quelle innate, che sono la maggiore ricchezza di tutti gli esseri viventi. Soprattutto, ci priva dell’immagine di noi stessi secondo l’ordine della natura, l’essenza della nostra dignità individuale e di specie, fornendocene una falsa, di creature deboli e imperfette, esposte a ogni tipo di pericoli, bisognose di esser portate per mano durante tutto l’arco dell’esistenza da qualcuno idoneo a proteggerle. Questo qualcuno è appunto l'”esperto”, la figura salvatrice. Chiariamo il concetto. La migliore definizione di esperto che conosco è quella che ne diede Bohr: “l’esperto è colui che ha fatto tutti gli errori”. Secondo questo sacrosanto concetto, chi potrebbe dirigere le carceri meglio di Renato Vallanzasca? Chi potrebbe assistere i tossicodipendenti, nei servizi di recupero delle ASL, meglio di un ex-drogato, al posto degli psichiatri che li monopolizzano, e non hanno mai neanche fumato uno spinello? Entrambe le ipotesi avrebbero tutto il senso del mondo, entrambe infatti non si realizzeranno mai. La nostra società è piena di personaggi che dichiarano, o credono, di essere competenti in questo o in quello, e non hanno mai neanche visto da vicino ciò di cui si occupano. Serietà, accuratezza, spirito filologico sono merci molto più rare di quanto appaia. Ho trascorso ore e ore, la scorsa estate, a dare chiarimenti e consigli telefonici a un paziente con un problema acuto in atto, in attesa di poterlo visitare, essendo al momento in luoghi l’un l’altro lontani. Ho sviscerato con lui ogni risvolto del suo disturbo, dandogli i consigli terapeutici più urgenti, e individuando le cause profonde della malattia. Gli ho dato una serie di strumenti più che idonei per potersi gestire in tranquillità. La visita non ci sarà mai. Perché il tale, illudendosi di non so cosa, e non sentendosi all’altezza di curare se stesso, non ha pensato di meglio che rivolgersi a un “esperto” in zona, un primario di un rinomato istituto di cura. Non potreste neanche immaginare la marea di banalità, di concetti convenzionali e ridicoli – propri della parte più deteriore dell’apparato ideologico della medicina – di richieste di esami inutili e di terapie inadeguate che il supposto esperto è stato in grado di propinare al malato. E questo ha accettato e eseguito senza fiatare, perché l’aveva detto il luminare. Non so che fine farà, né la cosa mi riguarda più, anche se ovviamente mi dispiace. Una paziente che ho sentito pochi giorni fa, e vedrò a breve, ha un problema fastidioso di emuntorii (sia urinario che intestinale) causato dall’imperizia dell’ostetrico che, a suo tempo, l’assisté nei parti. E’ un disturbo ben noto ai ginecologi, una complicanza derivante da ricostruzione inadeguata delle strutture pelviche, dopo l’incisione praticata per allargare il canale del parto (c.d. episiotomia). Dunque, nessun mistero, solo la necessità di un’accurata valutazione, per esperire il rimedio più idoneo, che può essere gestirsi facendo leva sulle capacità di compenso e adattamento dell’organismo, o considerare l’approccio chirurgico. Pur essendo tutto chiaro come il sole, l’esperto di turno si è sentito in dovere di indirizzare la signora da un super-esperto del suo stesso ramo (“non si sa mai, potrebbe esserci altro”), il quale – senza sbilanciarsi in diagnosi precise – ha prescritto l’esecuzione di un sofisticato studio neuro-fisiologico, effettuato in Italia solo da uno o due centri, alla ricerca di non si sa bene cosa, coll’unico risultato di evocare nella mente della paziente dubbi del tutto immotivati. Abbiamo realmente bisogno di soggetti del genere? Seguendo questi esempi pensate che la volpe camperebbe a lungo? Io ritengo di no, e son certo che, sulla stessa falsariga, le cose non possano che andar male anche a noi. Eppure è quello che fanno tutti, in barba al buon senso, ottenendone un danno anche fatale, senza mai riuscire a capirci nulla. Tutto questo solo per essersi fidati. Per avere a priori rinunciato a essere esperti di se stessi. Nessun altro animale in natura commetterebbe un simile errore.

La sindrome della zappa

 

Una volta, a una paziente che mi chiedeva come comportarsi con un medico che le aveva dato un consiglio sciagurato, mi venne spontaneo rispondere: “gli regali una zappa!”. Era solo una battuta, non volevo certo insultare un collega che neanche conoscevo (tanto meno chi usa quel nobile strumento per fare il suo lavoro), e a tutti capita di sbagliare. Ma l’immagine è icastica e immediatamente efficace, e mi sembra adatta a descrivere il problema di cui voglio dire. Come quella del killer, la sindrome della zappa non è una malattia sensu strictiori. Ma è un’anomalia che porta conseguenze nefaste, e incide non poco sulla salute delle persone che quelle subiscono. Una parte rilevante delle conclusioni che sostanziano l’ideologia della Medicina è frutto di questa deviazione. In sintesi, si tratta di questo: di fronte a un problema da risolvere, a un fenomeno da spiegare, gli esseri umani – nell’intento di accrescere la propria conoscenza – svolgono indagini, formulano ipotesi e creano modelli sperimentali per poterle verificare. Punto di partenza di tale attività sono le nozioni acquisite, quello che già si sa. Senza diffonderci troppo su tutto il percorso, focalizziamoci su questo aspetto, il punto di origine. Ogni ragionamento deve averne uno, e da lì svilupparsi con un processo logico. Ma – a meno che non si abbia una fede incrollabile e non si parta da Dio – il momento iniziale non è a prova di dubbio. La regola fondamentale di una speculazione scientifica prevede esattamente questo: qualunque concetto, seppure accettato da tutti, va considerato valido sino a prova contraria. Se lo sviluppo dell’indagine dimostra che la premessa era sbagliata, l’iter della conoscenza obbliga a accantonarla, sostituendola con un’altra, che si considererà vera con maggiore o minore probabilità, secondo le evidenze che la sosterranno. Esplorando – nell’attività clinica e sperimentale – l’universo dell’immunità, il Prof. Miescher non si stancava di sottolineare l’esigenza della flessibilità, quale requisito fondamentale di una corretta attitudine mentale e operativa. L’immunologia è il terreno di studi più recente della medicina: si è iniziato a indagarla approfonditamente nella seconda metà del secolo passato. Chi l’ha coltivata si è posto davanti a un territorio affatto nuovo, la cui intelligenza ha richiesto anche la creazione di inediti strumenti metodologici. Come un Brunelleschi, che trovava soluzioni ai problemi strutturali della cupola di Firenze, inventando e realizzando gli attrezzi idonei alla sua messa in opera. Come un Magellano, capace di costruire percorsi in mari sconosciuti. Nella sua grande esperienza, Peter Miescher aveva osservato come medici e ricercatori avessero la tendenza a irrigidirsi entro schemi mentali fissi, alla stregua di verità assolute, dove forzatamente includevano ogni situazione che si trovavano di fronte (tra le altre cose, da questo genere di approccio nasce il sistema dei protocolli, vale a dire della stessa terapia per organismi tutti diversi l’un l’altro, quanto di più assurdo e pernicioso offra la medicina delle banche). Se la metodologia della ricerca prescinde dal criterio della flessibilità, della revisione sistematica di ogni concetto, pur in origine assunto come vero, ogni conclusione sarà priva di fondamento. Per diversi motivi – dove bisogno di certezze, umana presunzione e interessi economici fanno premio su tutti – la globalità di tutte quelle che consideriamo conoscenze acquisite, il frutto di secoli di studi in ogni possibile campo d’indagine, è inesorabilmente condizionata dal terreno emotivo e politico in cui si sono prodotte. Ovvia conseguenza è che non possiamo accreditarle quali verità solo perché ci sono proposte come tali. Detta in altri termini, lo spazio tra quello che sappiamo e quello che crediamo di sapere è invalutabile e abissale. Ancora diversamente, buona parte del patrimonio delle cosiddette conoscenze scientifiche, costruito dall’uomo in tutta la sua storia, non sono che menzogne, o porzioni insufficienti di verità. Quello della scienza è un percorso integralmente autonomo, che si giustifica solo nella coerenza coi propri fini, che sono la comprensione, la spiegazione plausibile dei fenomeni. Nulla può influenzarlo, pena la sua completa invalidazione. Il dato che si considera espressione di conoscenza può essere verificato e confermato solo attraverso la sua confutazione sistematica. Nessuna verità può considerarsi assoluta e immodificabile. Diversamente, si esce dal terreno della scienza, entrando in quello della religione. Vivendo all’interno di un modello sociale finalizzato al dominio, alla sopraffazione dell’altro, al potere incarnato – secondo i casi – dalle chiese, dalle ideologie, dal denaro, gli esseri umani possono costruirsi spazi di conoscenza molto limitati, e solo in quegli ambiti che sfuggono al controllo del sistema imperante. Quello che realmente possiamo essere sicuri di conoscere sono i dati derivanti dalla nostra esperienza diretta, ciò che abbiamo visto e toccato con mano. Una minima parte dei concetti che abbiamo in testa: la quasi totalità la acquisiamo per sentito dire, nei processi educativi, scolastici o interpersonali. Per lo più, dobbiamo fidarci, accettare per vero quanto ci raccontano. Sarebbe del tutto appropriato separare i concetti, distinguere tra conoscenza – quello che sappiamo per esperienza diretta – e credenza – quello che accettiamo come vero perché ci fidiamo della fonte. Ragionando così, potremmo capire che – salvo aver volato nello spazio o su un Concorde, o aver fatto il viaggio di Phileas Fogg – nessuno possiede elementi sufficienti per essere sicuro nemmeno che la Terra sia rotonda. Se la scuola fosse davvero quel che pretende di essere – un luogo di nutrizione e di crescita dell’intelletto – anziché ciò che realmente è – un potente veicolo di ipnosi e mortificazione della mente – l’unica materia che basterebbe insegnare è la filologia: solo filologia e nient’altro che filologia. Così si che gli alunni acquisirebbero uno strumento utile allo scopo: un metodo per riconoscere la verità e farne veicolo di progresso. Possedendo la chiave, tutto il resto si apprenderebbe facilmente. Se devo zappare la terra (visto che stiamo usando questa immagine) non mi servono troppe indicazioni su come farlo. Mi serve una zappa. Anche se non l’ho mai usata, imparare non sarà così difficile. Ma se non ho lo strumento ascolterò solo chiacchiere, senza approdare a nulla. In assenza di un metodo, la stessa nozione di conoscenza si perde in una nebulosa senza limiti. Allora, per non smarrirsi, l’uomo disorientato cerca Dio, credendo di riconoscerlo nella prima apparente certezza che il furbacchione (o l’idiota) di turno gli offrirà. E’ un meccanismo che in Medicina ricorre continuamente: col colesterolo, col cancro, coll’AIDS, coll’epatite C, solo per fare qualche esempio riguardo situazioni ben note. L’improbabile teoria di Darwin sull’evoluzione delle specie viventi, citata in biologia come legge, è un altro clamoroso esempio di tale attitudine. Davanti a questi assolutismi Galileo dovrà fare abiura, Bruno e Savonarola andranno al rogo, il sistema del dominio si perpetuerà. La sindrome della zappa consiste in questo: appendersi con superficialità alla prima idea che si decide di accettare, facendone dogma, verità assoluta e indiscutibile, e costruendoci sopra un sistema ideologico più o meno complesso – come è il caso della Medicina – marcio per definizione dalle fondamenta. E’ difficile immaginare un disturbo più grave che possa affliggere un essere umano.

La sindrome del collare

collare

 

La sindrome del collare è un fenomeno dalla doppia valenza. Da un lato, è un disturbo di salute spesso invalidante, annoverabile nella categoria “iatrogena”. Dall’altro, è un fenomeno sociale, che palesa le gravi contraddizioni del sistema del mercato. Ha origine traumatica, nella maggior parte dei casi inizia con un incidente stradale, quasi sempre reale, non di rado simulato. Uno dei motivi per cui ci obbligano a spostarci con veicoli alimentati a combustibili fossili, precariamente sostenuti e indirizzati da sottili appoggi di gomma, su fondi stradali impossibili da tenere costantemente in ordine – dove, come con gli altri mezzi di trasporto, lo sviluppo tecnologico sembra essersi fermato a sessant’anni fa –, è proprio il lucroso mercato dei sinistri. Ci mangiano operatori sanitari, meccanici e carrozzieri, compagnie assicurative, società del ramo funerario: un autentico trionfo bancario! La Costa Concordia naufragata ha mosso un giro di soldi che stando a galla ci voleva un secolo. Quale che sia il mezzo coinvolto, lo strumento più spesso protagonista della vicenda morbosa è un semplice dispositivo dall’aria innocente, un cilindro in resina da pochi spiccioli: il collare. In genere, chi ha la prescrizione di un collare se lo deve pagare di tasca. Non è molto giusto: considerati i cospicui introiti garantiti da ogni singolo paziente che lo indossa, dovrebbero quantomeno regalarglielo. Funziona così: immaginiamo l’evenienza più comune, il tamponamento di un’auto. In proporzione alla velocità dei veicoli e ad altre variabili, sia l’investitore che l’investito subiscono un trauma per la repentina accelerazione, positiva o negativa. Air bag, cintura e poggiatesta di norma impediscono eccessive conseguenze. Ma le parti più libere, arti superiori e soprattutto collo, necessariamente ne soffrono. I sintomi del trauma cervicale – vertigini, dolore del tratto, senso di stordimento e spesso cefalea – sono piuttosto fastidiosi. Salvo lesioni maggiori, originano dalla reazione dei muscoli paravertebrali, che si irrigidiscono per proteggere la colonna, fissandola in una posizione innaturale, che evoca una serie di fenomeni riflessi, neurologici e vascolari, e la sintomatologia connessa. E’ un fenomeno acuto e prevedibile, che – in assenza di ulteriori traumi – si risolve in pochi giorni. Se non si riesce a sopportare il fastidio, qualche puntura di FANS (Oki, Orudis, Toradol e roba del genere) può essere di conforto. Fin qui, nessun grosso problema. I guai sorgono quando il medico (di fiducia, più spesso del pronto soccorso) prescrive il famigerato collare. Questo tutore ha la funzione di immobilizzare il collo, analogamente a un’ingessatura. Ha senso esclusivamente in caso di lesioni anatomiche rilevanti, come fratture o dislocazioni vertebrali, o distrazioni di qualche entità, eventi rarissimi, che occorreranno si e no nell’uno per cento dei pazienti, e che i radiogrammi evidenziano con chiarezza. In tutte le altre situazioni, l’utilizzo del collare non ha alcuna indicazione, e genera immancabilmente effetti nefasti. Costringere per settimane il collo in una posizione fissa e innaturale determina le stesse conseguenze descritte per il trauma, in misura più grave proporzionalmente alla durata dell’applicazione e a possibili, frequenti fattori favorenti, visto che per molti lo stato di partenza non è di per sé ottimale (la cura della salute, con la dovuta attività fisica, è prerogativa di una minoranza delle persone, e i terreni reumatici sono comunissimi). Per meglio chiarire, facendo portare un collare per due settimane a un atleta giovane e in piena forma, questo accuserà facilmente vertigini, stordimento e dolori per diversi giorni dopo averlo tolto, e il ritorno alla normalità potrà essere problematico. In molti casi, il semplice aver usato il tutore per venti giorni (lo standard prescrittivo per chi non ha danni evidenti) comporterà sintomi anche molto invalidanti, consulenze specialistiche, trattamenti farmacologici e fisioterapici che potranno protrarsi anche per anni. Tutto questo, non per effetto del trauma. Ma esclusivamente per la “cura”. Il mercato ne gongolerà, il malato un po’ meno. Qui si evidenzia la valenza sociale della sindrome. Lo stato di crescente impoverimento delle masse, voluto dai manovratori dell’economia per stringerne il controllo, fa sì che sempre più sudditi siano indotti a truffare le compagnie assicurative per racimolare un po’ di pane, denunciando – al minimo incidente – danni fisici inesistenti. Siccome ci mangiano tutti, troveranno aperta ogni porta. Ci sono carrozzieri specializzati in finti sinistri, con tanto di parco macchine dedicato. Nessun fisiatra manderà via un paziente che accusa certi sintomi. Le stesse assicurazioni pagheranno senza troppi problemi, perché più risarcimenti giustificano tariffe maggiorate, e la legge – guarda caso – è dalla loro parte. La sindrome del collare rappresenta al meglio il livello di perversione delle dinamiche sociali e il degrado morale dei sudditi-schiavi che il sistema del mercato produce. Il consiglio: sia che abbiate sintomi evidenti, sia che li amplifichiate per spremere denaro all’assicurazione, andate al pronto soccorso, racimolate tutti i pezzi di carta utili, fate perizie e consulenze, procuratevi un collare (e la pertinente fattura). Ma – salvo che i radiogrammi dimostrino reali lesioni – evitate di indossarlo, anche per breve tempo: le conseguenze che ne avreste sarebbero solo negative, e il danno per la salute rilevante in proporzione.

La sindrome del killer

michele

 

La sindrome del killer è un disturbo dalle conseguenze disastrose. Non colpisce soltanto quelli che per mestiere uccidono altri esseri umani, come militari, agenti dei corpi di polizia, assassini a pagamento delle varie mafie. Ma ne è affetta una parte consistente della popolazione globale, precisamente tutti coloro le cui azioni – svolte in genere in osservanza delle leggi – hanno come diretta conseguenza la morte di qualcuno. La maggior parte di questi malati non imbraccia un’arma. Gli strumenti del loro agire criminale – perché uccidere è in tutti i casi un crimine – sono di natura differente. Il più comune è la penna, ordigno principe di quella che a tutti gli effetti è la realtà più letale nelle società umane: la burocrazia. Col semplice apporre la sua firma su un pezzo di carta un burocrate può determinare il destino di migliaia, milioni di persone. E non solo sancendo una dichiarazione di guerra (evenienza comunque tutt’altro che rara nello scenario geopolitico attuale). Ma soprattutto stabilendo o applicando una regola, che in qualche modo modifichi gli equilibri nell’ambito di una comunità di individui. Se qualcuno pensa che una sola, tra le migliaia di leggi che regolano i comportamenti della gente, sia redatta per aiutarla a vivere meglio, non ha capito nulla del mondo in cui si trova. E’ vero semmai il contrario, che ogni singola norma emanata dalle autorità istituzionali ha lo scopo (e l’effetto) di aumentare il grado di disagio di chi è tenuto a osservarla. Se ci sono eccezioni, è solo perché a volte gli sfugge qualcosa. E’ una delle tante aberrazioni del sistema di cui siamo parte. Non arriviamo a percepirla a causa del plagio di massa, l'”ipnosi” in cui ci fanno nascere e vivere: la possibilità che i rettori del consesso, gli organi depositari di autorità nella messinscena del potere, possano agire coll’unico, deliberato obiettivo di danneggiare i sottoposti, è cancellata in origine dalle menti di questi. Le chiacchiere della propaganda evitano che tale idea possa eventualmente riemergere (nella remota evenienza, menzogne e vilipendio la faranno ascrivere a una psiche disturbata).
La sindrome del killer non è una malattia nel senso letterale del termine. E’ un fenomeno sociale prima che individuale. Ma è un’espressione patologica come poche altre, e dà conto di una grossa parte del livello di disagio e infelicità che accomuna ogni membro della nostra specie, e degli stati morbosi veri e propri che ne derivano. E’ uno dei pilastri fondamentali dell’ordine costituito, fondato sulla gerarchia come unico presupposto morale. Le piramidi funzionano tutte secondo lo stesso meccanismo: ogni atto compiuto a un determinato livello è giustificato dalla semplice deliberazione del livello superiore, cui si ottempera senza discutere, perché quello è il lavoro, e va fatto per avere di che sopravvivere. L’operaio della Val Trompia che fabbrica un’arma, il soldato che la usa obbedendo a un ordine, chiunque sia il bersaglio, anche se è un bambino, lo fanno perché quello è il loro ruolo. Non serve altro per giustificare l’infamia, basta l’etica professionale. Nella fattispecie, l’etica del killer. Ogni apparato burocratico si basa su questo principio. Siccome tutti lo accettano, si attua senza più nemmeno pensarci. Le conseguenze del proprio agire è come se non li riguardassero: ho obbedito, e la coscienza è a posto. Quelli cui è rimasta una scintilla di umanità manifestano tutt’al più qualche dispiacere. Ma la regola è sacra, e violarla neanche a pensarci. Il punto è proprio questo: per chi soffre di questa sindrome la norma è il principio supremo, rispettarla è sufficiente a giustificare la propria esistenza. Nel modello gerarchico, nell’ordine tassativo, il bipede smarrito ritrova Dio, la certezza dell’assoluto, il conforto e la serenità di cui ha bisogno per tirare avanti. Qualche anno fa, all’acme della campagna propagandistica anti-Iran, motivata da presunte attività di ricerca col fine di sviluppare armi atomiche, si parlò di un mancato evento nucleare, programmato nel clima emotivo creato con l’11 settembre. Un piano escogitato “dall’alto” avrebbe previsto l’occultamento di missili con testata di media potenza, destinati alla demolizione in accordo ai trattati in vigore, nel corso di un trasferimento da una base interna USA a un’altra. Gli ordigni sarebbero stati poi fatti deflagrare in Iran, forse simulando un incidente che avrebbe avvalorato le accuse contro quel regime. Il progetto sarebbe fallito per il fermo rifiuto di settori dell’aeronautica e dei servizi segreti di portarlo a compimento (qui la versione ufficiale, dove sembra essersi trattato di una semplice svista di magazzino, qui una più approfondita). Tali essendo i fatti, sarebbe stato un episodio esemplare, in cui la piramide si sarebbe spezzata, grazie al prevalere dell’etica e del buon senso sulla cieca obbedienza agli ordini, da parte di livelli inferiori. L’iniziativa di queste persone probabilmente evitò che il mondo assistesse a un disastro molte volte maggiore di Hiroshima. Purtroppo i soprassalti di coscienza negli schiavi sono un evento eccezionale (puntualmente pagato a caro prezzo, perché la logica del dominio non contempla il perdono). Di regola l’obbedienza non è in discussione, e l’abitudine porta alla totale cecità della mente e del cuore verso quanto ne consegue: precisamente, la sindrome del killer. Posso testimoniare di svariati casi di pazienti, morti o gravemente lesi nella propria salute per effetto diretto di un provvedimento burocratico (iniquo e vessatorio, ça va sans dire). Per lo più senza rendersene conto, perché siamo abituati a considerare le malattie senza mai guardare alle cause. Omicidi nel senso letterale. Perché lo scopo della norma non era (non lo è mai) proteggere la vita della gente. Ma garantire la stabilità del sistema: dunque, proteggere le banche. Quanto a morti prodotte, INPS e Equitalia battono di gran lunga esercito, marina e aviazione messi insieme.
Come guarire da questa malattia? E’ impossibile se non si cambia il meccanismo che la genera, se non si supera l’aberrazione del mercato. Se gli esseri umani non smetteranno di accettare qualsiasi infamia per garantirsi il pane. Se ogni singolo individuo non imparerà a assumersi la responsabilità delle proprie azioni senza cercare scuse. Se non capirà che la legge di natura, l’unica che conta, ci impone di proteggere i nostri simili e l’ambiente in cui viviamo così come facciamo con noi stessi. Diversamente, che venga l’Arcangelo Michele e faccia lui giustizia con la sua spada rovente, liberando la Terra dalla specie più infestante che l’abbia mai popolata. Favolette, ovviamente. Ma, anche se gli arcangeli della Bibbia non esistono, tra petrolio, plastica, uranio e Monsanto la nemesi ce la stiamo costruendo da soli.

La malattia incurabile

Decollazione del battista

 
Tra le espressioni a effetto, di cui la propaganda è costantemente in cerca per manipolare le menti degli schiavi, quella di “malattia incurabile” è tra le più frequentate. E’ perfettamente idonea allo scopo, per il grado di terrorismo che racchiude, evocando automaticamente senso di impotenza e percezione di ineluttabile precarietà della propria condizione. Con premesse del genere, il business è più che garantito. L’istinto di conservazione spinge chi sa – o teme di avere – una simile situazione a esperire ogni possibile azione, nel tentativo di sottrarsi a un destino perfido, pur nel proprio intimo sapendo di aver poche o punte speranze. Le banche ringraziano. Ma proviamo a affrancarci dal giogo delle menzogne, valutando la questione con i soliti, infallibili strumenti dell’esperienza e del buon senso. Dove può risiedere la necessità – per la natura che cerca la sopravvivenza ad ogni costo – di creare uno stato morboso senza possibilità di rimedio? Una tale evenienza contraddirebbe i principii fondamentali alla base della vita. E poi, dove sta scritto che un organismo che fino a poco prima godeva di buona salute, nel momento che manifesti una qualunque malattia, non possa – attivando il percorso inverso – ritornare allo stato quo ante? La stessa esperienza clinica offre innumerevoli esempi di guarigioni (definite “miracolose” alla luce dell’ideologia imperante) da disturbi ritenuti inesorabilmente fatali. Non ci sono misteri negli eventi biologici, che sono sempre chiaramente determinati. Se si riflette al di fuori dei luoghi comuni – funzionali agli scopi del mercato – non è difficile svelarne il contenuto di falsità, e giungere a conclusioni più realistiche. La malattia è uno stato speciale dell’organismo che l’esprime. Come abbiamo discusso, è una condizione necessaria per conservare l’equilibrio delle funzioni vitali, laddove particolari contingenze impediscano il mantenimento del benessere, che è la norma programmata. Ogni situazione biologica è coerente e prevedibile, una volta definito il contesto ove si generi. Ogni malattia è rimediabile, quando se ne rimuovano le cause. Non facciamoci ingannare: “male incurabile” è un concetto meramente politico, comodissimo per chi regna terrorizzando i sudditi (a onor del vero anche per questi ultimi, che non trovano il coraggio di non farsi terrorizzare), che tutt’al più evidenzia i limiti, sia culturali che operativi, della medicina istituzionale. Un concetto efficace, perché annienta l’ottimismo, che è sempre la terapia più importante. Ma scevro di alcun fondamento secondo la legge di natura. La conclusione logica – ed è un assioma difficile da smentire – è che non esiste la malattia a priori incurabile. Anche se – a voler essere precisi – questo non è del tutto vero. Perché una c’è. Una sola. Ma cronica, inesorabile e sempre mortale. Dino Buzzati ne ha reso fantastiche metafore nei suoi scritti esemplari. Ne soffriamo tutti, si chiama vita.

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