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Cancro

Cancro

Più che a una malattia in senso stretto, il termine cancro si riferisce a una modalità reattiva della materia vivente, come possono essere l’infiammazione, la degenerazione, l’atrofia. E’ dunque un concetto che attiene più alla patologia generale che non a quella speciale (lo studio delle singole fattispecie morbose). Sebbene ad esempio il cancro del cervello sia un disturbo totalmente diverso da quello del testicolo o da un linfoma, nel linguaggio e nel pensiero comune si utilizza la stessa parola, attribuendole implicitamente un medesimo significato. Volendo parlare del cancro come unico fenomeno, possiamo per semplicità adottare un approccio analogo. Dunque: cos’è, cosa sappiamo del cancro? Cominciamo col precisare che se ne sa molto meno di quanto si dica. Anzi, a mio avviso la medicina, con tutti gli strombazzamenti sui progressi del presunto grande sforzo di ricerca, in atto da decenni, in realtà non ne sa proprio un accidente. Nel senso che l’idea di fondo che fa da pretesto a tutti gli studi è completamente campata in aria. Ci raccontano (e ci insegnano) che – per i soliti misteriosi motivi che originerebbero tutte le malattie – una cellulina aberrante inizierebbe a moltiplicarsi in modo incontrollato, dando luogo a masse di tessuto anomalo, capaci anche di diffondersi e crescere in tessuti lontani da quello iniziale attraverso il sangue, mettendo più o meno rapidamente in crisi le funzioni organiche, fino a generare la morte. Sono chiamati in causa, come fattori “etiologici” più o meno probabili, un’infinità di elementi chimici, ambientali, alimentari, dal catrame all’amianto, dai radicali liberi ai raggi ultravioletti alle scorie di lavorazioni industriali di vario genere. In che modo i presunti agenti nocivi lavorerebbero sulla materia vivente per creare la malattia è oggetto di ipotesi e di eterni “studi”. E’ stato coniato il termine “cancerogeno”, riferito a ognuno di quei fattori, il cui elenco sempre in crescita comprende ormai buona parte di tutto quello che si trova sul nostro pianeta. La paura della gente aumenta in proporzione (e il mercato ne gioisce). Una visione di questo tipo è coerente con l’attitudine della medicina nei confronti delle malattie in generale, quella di una pretesa oggettività nell’intelligenza dei fenomeni biologici, come questi fossero materia di fisica meccanica: si “analizza” in ogni dettaglio – dal livello sintomatologico a quello molecolare – la sequenza degli eventi, e si cerca un “colpevole”, un elemento malvagio e incontrollato che casualmente la determini. E’ lo stesso processo attuato per le malattie infettive, dove l’unico responsabile è sempre il germe “cattivo”, messo lì dal demonio, ché non ha di meglio da fare. Una completa cecità biologica, figlia dell’idiozia, largamente sfruttata dal mercato. Con un minimo di informazioni derivanti dall’esperienza, il buon senso di un bimbo di quattro anni basterebbe a chiarire che una lettura di questo tipo è una favoletta estranea a ogni logica, da mettere sullo stesso piano di Hansel e Gretel e Giovannin senza paura, con la differenza che questi ultimi sono dignitose espressioni della fantasia, con qualità simboliche e letterarie. Se la “scienza” non sa raccontarci altro, proviamo a capirci qualcosa usando strumenti intellettuali più sani. Confrontiamo lo spauracchio con una condizione che non spaventa più di tanto neanche l’ipocondriaco più tetragono. Confrontiamo il cancro e il raffreddore. Per quanto possa starnutire, nessuno è istintivamente portato a ritenere che i sintomi che manifesta possano essere l’anticamera della tomba. Il raffreddore è un disturbo per tutti banale, un incidente di percorso che si accetta facilmente, senza drammi, essendo certi che regredirà in tempi ragionevoli, e non rappresenta in alcun modo un pericolo. Come discusso (qui) il modo in cui pensiamo la malattia può da solo deciderne l’esito. Nella formazione “tecnica” dei medici c’è una regola fondamentale: quando si diagnostica un disturbo, quale che sia, la prima ipotesi da vagliare e da escludere è quella del cancro. Siamo stati educati a cercarlo davanti a ogni altra cosa, come il nemico numero uno, e a impegnare in tal senso ogni possibile risorsa “diagnostica” (che senso poi abbia la pretesa di capire tutto esaminando al microscopio un campione di tessuto o qualche cellula isolata è un discorso che meriterebbe più di un approfondimento). Se la medicina la vede così, lo faranno necessariamente anche i pazienti, che non ne sanno nulla. Di qui il folle terrore che pervade chiunque riceva la fatale diagnosi. Sapendo quanto il pensiero influenzi espressione e decorso delle malattie, ipotizziamo un altro scenario: se il cancro non avesse la reputazione che tutti sappiamo, se il medico, anziché darne l’annuncio al malato con l’espressione funerea di chi osserva un condannato, lo facesse dicendo “non si preoccupi, nulla di grave, ha solo un cancro”, sorridendo e parlandone come fosse un raffreddore, come potrebbero cambiare le cose? Ho visto in tanti anni troppi casi di persone in buona salute, morte in tempi anche brevissimi dopo aver ricevuto una diagnosi di cancro non richiesta, per non pensare a un nesso diretto tra quella notizia e i successivi eventi. Ci si chiederà: “è mai possibile che la sola idea di avere un disturbo grave, il dubbio che vi sia un limite definito alla propria sopravvivenza – anche se l’organismo non segnala nulla in tal senso –, la paura della fine imminente possano arrivare a ucciderci? A mio avviso si, e sono convinto (come già da altri affermato) che questa sia, in ordine cronologico, la prima causa della morte per cancro. Normalmente non dovrebbe accadere: che una persona che si sente bene, e ha funzioni organiche normali, possa entro sé covare un male occulto e misterioso, pronto a esplodere e a sopprimerlo alla prima occasione, è un’idea contraria alla logica e all’esperienza che tutti abbiamo della vita (è al contrario perfettamente coerente con questa il principio fondamentale che se uno si sente bene, vuol dire che sta bene, checché vengano a raccontargli). Anni fa ho seguito un paziente già ultrasettantenne, con diagnosi di carcinoma del colon, cui il chirurgo, dopo avergli aperto e richiuso la pancia, senza far nulla perché “è troppo tardi”, aveva pronosticato al massimo tre mesi di vita. L’ho visto recuperare peso e energie, ricominciare a lavorare e a condurre una vita di buona qualità, avendo come sole terapie vitamine e ottimismo. Stette bene per quasi due anni, per poi andarsene in due mesi, divorato dal cancro in seguito a un forte dispiacere. Il dato importante è che – su espressa richiesta dei familiari – non gli era stato detto in modo esplicito di che disturbo soffrisse. Non gli era stata tolta ufficialmente la speranza, e il suo organismo aveva saputo approfittarne. All’epoca vedevo le malattie così come insegnano ai medici a guardarle. L’ottimismo che riuscìi a condividere col paziente era frutto di una fede generica, non sostenuta dalle risorse culturali che ho acquisito molto più recentemente. Ma non avrebbe nemmeno iniziato a crearsi, se avesse ricevuto una diagnosi che suona per chiunque come una condanna al patibolo. Questa storia torna utile per far chiarezza sull’annosa questione “dirglielo o non dirglielo?”. E’ ovvio – per come siamo fatti e per quello che sono le malattie – che non ci sarebbe neanche da pensarci. Come si può sperare di guarire se si è privati a priori della terapia più importante, appunto l’ottimismo? Tacere la diagnosi sarebbe in realtà scontato anche per un idiota. Ma qui entrano in gioco le banche, con l’apparato burocratico e le leggi che hanno costruito e che ci impongono per tutelare i loro interessi: devi dirglielo perché così può fare testamento e gestire il patrimonio, pagando tutte le tasse competenti. Il sistema cui siamo assoggettati considera solo queste cose, della vita delle persone non potrebbe importargliene di meno. Il medico ha l’obbligo di informare il malato in modo esplicito. Non farlo implica conseguenze penali, ed è un argomento sufficiente perché anche la coscienza più cristallina venga messa a tacere, e tutti ottemperino. L’esempio più alto di spirito umanitario! Ma è così che ci fanno vivere.
Se le risorse vitali del paziente sono abbastanza forti da farlo sopravvivere nonostante la paura di una probabile fine imminente, entra il gioco la seconda – e più importante – causa di morte per cancro. In molte città d’Italia esistono ospedali specializzati per la “cura” di questo disturbo. Sono luoghi saturi di malati dall’aria più o meno larvale, che facilmente fanno venire in mente le immagini di Nuit et brouillard, il documentario di Resnais sui campi di sterminio, e dove il solo entrarci ti fa sentire più vicino alla tomba. Caratteristica di questi tristi istituti è una lettiga coperta da un velo, destinata alla rimozione delle salme. Come è facile immaginare, è uno strumento che non resta mai inoperoso: ogni giorno i viaggi che compie nei diversi reparti sono molteplici. Una testimonianza di un addetto alle camere mortuarie di uno di questi nosocomi – cui ho motivo di dare credito, seppure non da me raccolta direttamente – riferisce che, sebbene i reparti siano sempre pieni o quasi, per un mese all’anno quella lettiga rimane ferma. Indovinate: è il mese di agosto, quando i medici sono in ferie e le “terapie” sono ridotte al minimo. Gli individui affetti da cancro sono trattati con farmaci speciali, sintetizzati ad hoc. Sono sostanze talmente tossiche che spesso chi le manipola per somministrarle ai malati ha l’obbligo di farlo sotto la “campana”: è pericoloso anche solo respirare i vapori di cose che poi vengono routinariamente iniettate nelle vene dei pazienti. Ha senso? Come si può pensare di curare chi già sta male del suo, con veleni che senza problemi potrebbero uccidere un individuo perfettamente sano? A quali aberrazioni può arrivare l’ideologia della medicina, che in teoria dovrebbe servire a farci star bene? Una totale follia, che basta da sola a giustificare le macabre statistiche (ammesso che ce ne siano di attendibili) sul destino di chi ha una diagnosi di cancro. Molti obietteranno: “conosco una persona che ha fatto la chemioterapia ed è perfettamente guarita”. Accade, non c’è dubbio. E’ sempre una questione individuale, sia in termini di suscettibilità ai veleni, sia soprattutto riguardo natura e cause della malattia e capacità di trovare le motivazioni per superarla: l’organismo di ognuno di noi ha in teoria le risorse per sopportare di tutto. Ma la domanda è: guariscono grazie alle cure, o guariscono nonostante le cure? Propendo senza esitazioni per la seconda tesi, e consiglio a chiunque abbia la disgrazia di ricevere una diagnosi di cancro di stare alla larga da chi gli propone di curarlo con bisturi e chemioterapici.
Se dunque chi muore di cancro in realtà muore di paura del cancro o di cure del cancro (e in ogni caso di business del cancro), cosa possiamo fare per salvarci? In teoria non ci vuole molto, si tratta di rimuovere le due cose. Anzitutto, cerchiamo di capire meglio di cosa stiamo parlando. Quello che so e quello che ho visto in tanti anni mi porta a ritenere plausibile che un fenomeno tecnicamente diagnosticabile come cancro si manifesti più volte nel corso della vita di ogni organismo biologico. E’ un’ipotesi in pratica impossibile da dimostrare, nondimeno sensata: che qualcuna di quelle celluline anomale – nei miliardi che costituiscono ognuno di noi – possa formarsi, anche quotidianamente, è del tutto plausibile. Ma – se il caso – è un fenomeno previsto, e abbiamo gli strumenti per neutralizzarle senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Cosa rappresenti realmente il cancro, quali ne siano motivazioni e significato in termini biologici, è qualcosa che – come detto – non siamo stati finora in grado di capire. E non lo saremo a lungo, visto che il 100 % della ricerca che si effettua ha scopi ben lontani da quello della conoscenza (cfr. questo articolo). Quello che sappiamo è che – almeno in certi casi – può dar luogo a una condizione di malattia. In tale evenienza, non c’è motivo di pensare che vada gestita diversamente da tutte le altre, e che non siamo in grado di superarla. C’è una vasta aneddotica, e testimonianze dirette, su persone con sicura diagnosi di cancro perfettamente guarite semplicemente modificando il proprio stile di vita, l’alimentazione in particolare. E’ il messaggio di fondo di questo sito: curando la salute si curano tutte le malattie. Ormai da tempo ho smesso – valutando i pazienti – di andare a cercare il cancro. Faccio esattamente il contrario: lo considero un’eventualità di nessun rilievo clinico. Qualora abbia motivo di pensare che ci sia e che abbia un ruolo significativo nel disturbo del malato, do a questo i consigli del caso, astenendomi accuratamente dal fargli sospettare una presenza che minerebbe irrimediabilmente il suo grado di fiducia. Da quando ho capito qualcosa della biologia, ritengo di poter sempre dare informazioni e consigli utili ai pazienti, qualunque sia il disturbo che esprimono. Mi è accaduto di recente, pur non essendo il mio ramo specifico, di farlo con persone cui era stata fatta una diagnosi di cancro. Le indicazioni erano precise e pertinenti. Ma non hanno fatto presa, perché il terrorismo era arrivato prima. Come sostiene il mio maestro, neanche il miglior medico del mondo può garantire al paziente l’immortalità. Che sia cancro o un altro disturbo, quello che fa la differenza sono le cause che ne creano la necessità, e l’energia vitale, le motivazioni che spingono la persona a restare in vita. Basta un messaggio della propaganda per distruggerle. Se invece il pensiero è libero e orientato in positivo, se veramente si vuole guarire, non c’è niente di più facile. Ogni forma di cancro può essere superata, semplicemente permettendo alla natura di farlo: curando la salute e avendo fiducia nelle risorse che l’organismo possiede dalla nascita. Se si è convinti di questo, e lo si mette in pratica, il mercato della morte dovrà cercare altrove i suoi clienti.

Come si misura la pressione arteriosa

Per misurare la pressione arteriosa occorre un tavolo, una sedia, uno sfigmomanometro automatico, carta e penna. L’apparecchio deve misurare attraverso un bracciale autoreggente. Gli apparecchi da polso non servono (la pressione che ci interessa è quella dell’arteria omerale, non abbiamo parametri utili per gli altri vasi). Se aveste avuto la sfortuna di acquistarne uno, il consiglio è preciso: buttatelo nella pattumiera. La misurazione si fa così. Si programma la frequenza delle rilevazioni. Si sceglie un orario, che deve essere più o meno sempre lo stesso. Eccetto il momento del risveglio mattutino, comunque da evitare, non c’è un orario ideale prestabilito. Io consiglio di scegliere il momento della giornata in cui si è più tranquilli, quando non si hanno compiti urgenti da svolgere. Per molti è la sera, prima di cena. Ma – ripeto – la scelta è individuale. Ci si siede comodi, in un ambiente tranquillo, senza rumori o altri stimoli fastidiosi, possibilmente senza la presenza di altre persone. Si applica il bracciale, stringendolo perché aderisca bene. Il braccio dev’essere completamente libero, gli indumenti vanno sfilati (sollevare le maniche non va bene). Il bracciale va messo più in alto possibile. Si assume una posizione la più rilassata che si può, e che permetta di essere mantenuta a lungo senza necessità di muoversi, col gomito appoggiato al tavolo o ancor meglio col braccio abbandonato lungo il corpo. L’unico movimento permesso è quello del braccio libero, che dopo 5 minuti di assoluta immobilità andrà a premere il pulsante dell’apparecchio. Se prima ci si è affaticati in modo particolare, conviene attendere una mezz’ora prima di attuare la procedura, o magari rimandare al giorno dopo. Sgonfiato il bracciale, si attende immobili 1-2 minuti e si ripete la misurazione. I valori rilevati vanno subito registrati nel quaderno: data, ora, pressione e frequenza cardiaca. Se i dati delle due rilevazioni sono simili, si può annotare quello più basso. Se differiscono in modo incongruo, si attende ancora 2 minuti e si fa una terza misurazione, annotando poi la media dei due valori più vicini. Una sola seduta non permette in ogni caso conclusioni diagnostiche. Se ci si controlla per la prima volta, occorrono una decina di misurazioni (una volta per dieci giorni di seguito) per farsi un’idea. In sintesi, lo scopo da raggiungere quando si misura la pressione è ottenere una media realistica dei valori tensivi a riposo. Altre indicazioni: misurare sempre sullo stesso braccio (la prima volta si testano entrambi, eleggendo quello che dà i valori più alti), con lo stesso apparecchio, e farlo solo in condizioni “normali”: se vi sentite male, per qualunque motivo (dolori, febbre, malesseri di qualunque tipo), fate qualunque cosa fuorché misurarvi la pressione.

Il concetto di malattia nel sentire comune

Roma, 16 novembre 2013 – Dott. Antonio Piga

Ringrazio l’amico Dott. …….. per avermi invitato a trattare questo interessante argomento, e tutti i colleghi e pazienti che hanno voluto intervenire oggi..

(Prof. Peter A. Miescher)1

Questo incontro si svolge in occasione del 90° compleanno del Prof. Miescher, e vorrei iniziare la mia discussione partendo da un dato che ho appreso da lui. E’ esperienza, mia e di tutti i colleghi che seguono i disturbi autoimmuni nella loro pratica clinica, il riscontro anamnestico di circostanze speciali che occorrono nella vita dei pazienti, in occasione dell’esordio o delle recidive della loro malattia. Parliamo di eventi spiacevoli, come un lutto, una separazione sofferta, un trauma fisico, o un periodo di stress, lavorativo, familiare o di altra natura. Racconti di questo genere sono, se non una regola, comunque tanto frequenti da non poter essere ignorati. Discutendo di questo tema col Prof. Miescher (che ha cultura e esperienza impareggiabili, è per me una sorta di enciclopedia della medicina, ha sempre una risposta adeguata a ogni quesito), gli domandai se da osservazioni di questo genere fosse mai scaturito un filone di ricerca, finalizzato a capire in che modo le funzioni del sistema immunitario fossero influenzate dall’emotività, dalle condizioni psichiche dei pazienti. A parte la delusione dovuta a una risposta negativa, circa l’esistenza di studi di tale natura, il professore – che ha una capacità unica di cogliere immediatamente il cuore dei problemi – mi regalò una perla, uno di quei tesori di conoscenza che è solito elargire a chi ha il privilegio di interloquire con lui. Mi disse questo:

 

lo shock anafilattico non si verifica se il paziente è in narcosi”.

 

Questa semplice frase, proposta anche come un suggerimento per la mia pratica clinica, ha implicazioni così sostanziali, da poter schiudere un intero universo di conoscenza, di lettura dei fenomeni biologici. La mia reazione fu un misto di stupore, incredulità, entusiasmo intellettuale e ovviamente riconoscenza. Mi sentii gratificato nel profondo, ricco come non mai, lo ringraziai per 10′ buoni.
Perché sentivo di aver fatto un salto di qualità nell’intelligenza del fenomeno malattia.
Per definire il sentimento della maggior parte delle persone nei confronti della malattia, non ci vuole un grande sforzo. E’ per lo più questo2
E questi sono i più comuni strumenti cui la gente è portata a ricorrere a scopo di profilassi

 

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Analizzare i motivi profondi di questo atteggiamento sarebbe interessante. Ma – in questa occasione – possiamo prenderlo come dato, e cercare di approfondire altri aspetti della questione.

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Questo è un posto qui vicino, che cito per motivi affettivi, in quanto è il luogo dove – fra tanti – anch’io ho fatto i miei studi. Ma, in questa occasione – voglio citarlo come simbolo di tutti i centri universitari di medicina. Perché ho la sensazione di un’incongruenza, di una lacuna, comune a tutti gli istituti accademici del ramo. In realtà il fenomeno malattia – oggetto di una quantità di studi che non ha forse riscontro in nessun altro campo delle attività umane, che viene analizzato nei centri di ricerca di tutto il mondo, con strumenti sofisticatissimi, fino al livello delle reazioni molecolari, per capirne tutti i meccanismi, e inventare i modi per correggerne le ipotetiche anomalie – non è a nostro avviso compreso del tutto nella sua più profonda essenza. In questo sforzo si utilizzano risorse, materiali e umane, di portata straordinaria. Diciamo che la lotta alle malattie è uno degli impegni più importanti – e più costosi – dell’umanità intera. Ma questo genere di cultura scientifica che idea propone del significato della malattia? A quanto sembra, nessuna in particolare: la malattia si dà per scontata, e la cosa finisce lì. A nessuno studente di medicina viene fornita un’idea preliminare, una nozione plausibile, in termini biologici, sulla natura della cosa cui dedicherà il resto della sua vita, e le sue migliori risorse. Nessuno gli dice: la malattia consiste in questo, viene per questi motivi, ha questo significato. Non sembra una lacuna da poco. Badiamo bene: non parlo di quanto riportato nel paragrafo “etiologia” presente in tutti i trattati e manuali di patologia e clinica per ogni singola malattia. Lì vengono descritte circostanze, condizioni predisponenti, presunti agenti eziologici. Non ci troverete mai una spiegazione realistica del perché – in situazioni analoghe – uno si ammala e altri due no.
Ho cercato una definizione accettabile del concetto di malattia, tra quelle esistenti. L’OMS, nel suo statuto, non la dà. Descrive quello di salute, lasciando dedurre che la malattia è assenza di questa. Ho guardato i dizionari più in voga, che più o meno danno la stessa descrizione. Questa è del dizionario Treccani:

Lo stato di sofferenza di un organismo in toto o di sue parti, prodotto da una causa che lo danneggia, e il complesso dei fenomeni reattivi che ne derivano

gli altri dicono cose del genere. Si noti che il contenuto di informazione su quanto viene definito è davvero scarso, al limite – e forse oltre – il banale. Dire allora che la malattia è la cosa che dà lavoro a medici e farmacisti, oppure che è ciò che porta alla morte, o che è uno dei più frequenti argomenti di conversazione sarebbe altrettanto lecito, e altrettanto inutile all’intelligenza.

La malattia è la risposta immediata che il cervello fa partire in seguito ad un conflitto biologico, cioè un evento inaspettato…

La risposta/malattia all’evento sconvolgente è parte di uno speciale ‘programma biologico’ naturale (SBS: programma speciale, biologico, sensato) finalizzato alla sopravvivenza.
(Ryke G. Hamer)

Qui siamo in un altro terreno. E’ la definizione di un eretico, che ha proposto idee diverse sul fenomeno, molte delle quali a mio avviso opinabili. Ma ha un contenuto di informazione su cui merita soffermarsi. Il Dott. Hamer presenta una visione della malattia che appare coerente con l’esperienza clinica e con quanto a tutti è dato di osservare: la malattia è la reazione a fattori – di una determinata natura – in grado di attivarla secondo un preciso programma biologico. Dunque

La malattia è una necessità biologica.

Questa interpretazione è molto in accordo con l’esperienza della realtà che tutti condividiamo, dove il caso è solo un concetto di comodo, una nozione convenzionale, usata per descrivere fenomeni complessi, nei quali è praticamente impossibile individuare ogni singolo fattore causale.

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Dunque l’idea che tutti hanno, della malattia che piove dal cielo quando meno te l’aspetti, lo spauracchio imprevedibile e maligno contro cui devi essere pronto a combattere, è palesemente falsa, in quanto contraria a tutto ciò che il senso comune può concepire, all’esperienza di ognuno di noi.

La malattia è un fenomeno sensato

Se la malattia è la conseguenza di un programma biologico, in quanto tale finalizzato alla sopravvivenza e al benessere, e se non viene mai a caso, e al contrario è un evento necessario, attribuibile a fattori precisi e riconoscibili, sarebbe logico iniziare a vederla con occhi diversi. Non più

Malattia = nemico da combattere

bensì

Malattia = manifestazione da capire in tutti i suoi significati

e

Malattia = evento finalizzato al nostro benessere

Se tutto questo è razionale e coerente, viene da domandarsi del perché di un vuoto culturale – quello sul significato biologico della malattia -, che coinvolge sia il pensiero comune che il pensiero della medicina.
Ogni ipotesi è lecita. Una delle più verosimili attribuisce la responsabilità a questo

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un’altra a quest’altro

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secondo altri la causa è invece questa

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Scherzi a parte, non ci sono dubbi che le logiche del mercato, nel quale tutti gli esseri umani si trovano a vivere, condizionino non solo i comportamenti, ma anche le visioni, il pensiero delle persone. A maggior ragione se parliamo della malattia, fenomeno nel quale le componenti emozionali – in primis la paura – giocano un ruolo tanto importante. Il buon senso è una risorsa che ci stiamo sempre più disabituando a usare. Se poi c’è il carico dell’ansia, servirsene diventa pressoché impossibile, a tutto vantaggio di chi ha interesse a costruire un lucro sulle nostre debolezze.

Medicina della malattia=mercato

Medicina della salute=progresso

Ci sono rimedi a questa situazione? Possiamo guardare al futuro della nostra salute con ottimismo, a prescindere dallo sviluppo di nuovi farmaci, che – stranamente – sono sempre più costosi, e non in tutti i casi proporzionalmente efficaci? A nostro avviso si, se la medicina sarà capace di evolversi da una cultura della malattia a una della salute, che proponga idee e modelli di comportamento maggiormente coerenti con quello che siamo, con la nostra natura.
Concludo con una frase cui sono particolarmente affezionato. E’ ciò che ogni grande maestro – come senz’altro è per noi Peter Miescher – ha il diritto di rivolgere ai suoi allievi:

Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (Giovanni 8,32)

E’ il Vangelo di Giovanni, chi la pronunciò è forse il più grande di tutti, ed è attuale oggi più che mai.

Vi ringrazio per l’attenzione.

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