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Fattori predisponenti

Corbusier

 

Quando un paziente si lamenta in modo sproporzionato di sintomi che magari non sono così terribili, lo richiamo alla realtà ricordandogli che le malattie vengono ai vivi, e che se stiamo a parlarne significa che le cose non vanno male come potrebbero. Trattando l’argomento è una considerazione imperativa, tutt’altro che banale: la prima causa predisponente per qualunque malattia è l’essere in vita.
Detto questo, gli elementi che predispongono alla malattia sono riconducibili a tre tipologie, che descrivo in ordine di importanza crescente.

Il primo è ovviamente quello dei tratti genetici. Come si è detto, la malattia è una caratteristica dell’organismo come il colore degli occhi, la corporatura e tutte le altre che fanno quello che siamo. Non è espressa in condizioni normali, perché la programmazione delle funzioni vitali tende di regola al mantenimento del benessere. Possiamo considerarla una variante, che si attiva in speciali circostanze. Il concetto di fondo è che un individuo, se riesce a venire al mondo, vuol dire che possiede le risorse per poterci restare. La malattia è una potenzialità. Trasformarla o no in fatto dipende principalmente da noi. Va da sé che il rischio di esprimerla differisce nei singoli soggetti. Ci sono persone a basso grado di predisposizione, che per star bene non devono fare troppa fatica. Per altre è invece necessario impegnarsi molto di più. Ma – riguardo l’aspetto genetico – tutti possono ammalarsi così come tutti possono evitarlo. Esistono i cosiddetti disturbi congeniti, che si presume debbano per forza manifestarsi. Su questo punto ci vuole molta cautela. Anche le malattie “ereditarie” si manifestano con tempi e modalità diversi da individuo a individuo. Questo ci dice che i fattori in gioco sono molteplici, ed è verosimile che esistano rimedii naturali efficaci per molte di tali situazioni, perché la natura vuole farci sopravvivere comunque. Ognuno di questi casi va valutato singolarmente, senza pensare che tutto sia già deciso solo perché qualcuno ci ha appiccicato un’etichetta. Spesso le soluzioni sono a portata di mano. Si tratta di crederci, e non smettere di cercarle.

Il secondo significativo fattore predisponente è quello ambientale. E’ fuor di dubbio che gli organismi viventi siano esposti a rischi connessi alle alterazioni ambientali. Il grosso problema è che non è possibile valutarne con qualche precisione la portata. Perché i dubbii sono tanti e le informazioni utili pochissime. L’unico criterio valido per potersi difendere è la prudenza. Personalmente sono convinto che se la gente sapesse i pericoli che comporta l’uso dei telefoni cellulari, non esiterebbe a distruggerli all’istante, con buona pace di Twitter e Whatsapp. Basandoci sul poco che conosciamo, possiamo comunque adottare comportamenti improntati al buon senso, cercando quanto più possibile di limitare l’esposizione a tutto quello che sospettiamo possa rappresentare un rischio. Purtroppo, per molti di questi fattori non è questione di scelte individuali. Dovendo mantenerci in vita, siamo obbligati a respirare l’aria che c’è, a bere l’acqua che ci danno, a mangiare il cibo derivante da colture fatte sui terreni che subiscono l’aggressione dei rifiuti tossici che ci seppelliscono, e delle sostanze più o meno misteriose che costituiscono i chemtrails e che la pioggia riporta al suolo. Ci sono probabilmente altri gravi pericoli per la salute di ordine ambientale, tipo H.A.A.R.P. o similari, di cui non sappiamo nulla perché il mondo si basa sui segreti e sui depistaggi della propaganda. Da questi, attualmente, è impossibile difendersi, se non colla fiducia nella nostra natura: siamo più forti di quanto possiamo credere.

Il terzo – e più importante – fattore è esclusivamente nella responsabilità di ogni singolo individuo. Almeno in teoria, perché prima bisogna conoscerlo. Si tratta dell’indifferenza ai bisogni della salute. Il concetto è spiegato con efficacia da Stacy Keach in “The Bourne Legacy”:

 

La natura ci mette a disposizione una macchina con immense potenzialità. Noi ne sprechiamo il 99 %, limitando la nostra vita a poche, spesso misere, cose. Usiamo una Ferrari come fosse un tagliaerba. E’ un dato di fatto, sebbene non abbiamo da addebitarci troppe colpe al riguardo. Nasciamo in un mondo strutturato per tutt’altri scopi che per consentirci di esprimere quello che siamo. L’educazione che riceviamo, i modelli che ci sono offerti ci allontanano fin dalla nascita dalle nostre vocazioni naturali, ci privano dei migliori istinti, ci costringono in un sistema basato sul mercato, concetto che per definizione è incompatibile con quello di progresso. Ma, pur tanto alienati, rimaniamo comunque quello che siamo. E prima o poi la natura ci presenta il conto. Ad esempio sotto forma di malattia. L’apparato educativo (l’unico che c’è, quello del mercato) è come la pubblicità in tv: il prodotto che ci propone ci dice che è utile a noi. Ma ci sta ingannando: l’unico beneficiario è il sistema che lo esprime, e sarebbe nostro interesse dirgli di tenerselo. Un po’ come gli esami clinici: sebbene rarissimamente diano informazioni utili al paziente, ci obbligano a farne una miriade, dicendoci che sono indispensabili. Ma in realtà servono solo a lucrarci sopra. Lo scopo primario che dovrebbe porsi la scuola è insegnare l’importanza della salute, e i modi per conservarla. Non solo non li dice. Ma neanche li conosce! Dunque: per quanto programmati per star bene, la salute non è una condizione scontata. Per conservarla bisogna volerlo, e impegnarsi a farlo. La salute è un aspetto basilare della vita. Viviamo tutti i giorni, dobbiamo curarla tutti i giorni. Se questo venisse spiegato ai bambini, si abituerebbero a farlo in modo automatico, senza sforzo, come lavarsi i denti. Il fatto che non accada, e la gente non impari l’importanza del bere, del mangiare, del muoversi secondo natura, si traduce nella prima causa favorente la malattia. Per la gioia del mercato, che sull’ignoranza prospera. I bisogni della salute sono illustrati qui.

Fattori scatenanti


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