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Fattori scatenanti

 

Il senso dei fattori scatenanti è racchiuso in questa frase, concettualmente teorica e astratta, e ciononostante icastica e del tutto pertinente: una persona felice non si ammala mai. Se i fattori predisponenti definiscono il terreno, la probabilità maggiore o minore di esprimerle, quelle scatenanti sono le vere cause delle malattie. Per quanto il mercato ci sommerga di messaggi allarmistici, prospettandoci a ogni piè sospinto pericoli di vario genere (regolarmente inesistenti), l’aspetto che realmente decide se dobbiamo ammalarci è il nostro stato emotivo. Lutti, dispiaceri, incomprensioni, conflitti personali, rimpianti, insicurezze, sensi di colpa, tutto quello che mette in discussione l’autostima, che ci impedisce di essere in pace con noi stessi: queste sono le cose che di fatto producono la malattia. E che – superate – la risolvono. Non è facile spiegare a un paziente che, più che preoccuparsi del piede che gli fa male, dovrebbe capire che cosa, nel suo animo, gli ha provocato l’infiammazione. Non siamo abituati, non ci hanno educato a ragionare così. Viviamo perennemente in incognito con noi stessi. Quando ci capita qualcosa di spiacevole cadiamo dalle nuvole, cerchiamo la causa sempre all’esterno, declinando sistematicamente ogni responsabilità. Pretendiamo un veloce rimedio, e non sappiamo pensare a nient’altro. Esempi di comuni cause di malattia: bollette elettriche e telefoniche, cartelle esattoriali (soprattutto se si è obbligati a pagarle), posto di lavoro in pericolo, ingratitudine di familiari e colleghi, paura di essere abbandonati, senso di fallimento per un’esistenza poco gratificante. La sola burocrazia, cinica e criminale come nient’altro, dà conto con le sue azioni di una buona fetta di tutte le malattie degli esseri umani.
Se fosse per ogni disagio emotivo, dovremmo essere continuamente ammalati, visto che sono all’ordine del giorno per chiunque. Per fortuna non è così. Quelle che concretamente si traducono in malattia sono solo le emozioni negative con cui non riusciamo a conciliarci. Che lasciano nell’animo un’ombra persistente, un conflitto irrisolto, un senso di disprezzo per se stessi. Probabilmente la maggior parte delle malattie nascono nei primissimi anni di vita, nelle ferite generatesi prendendo contatto col mondo. Nel disagio simboleggiato dall’immagine del peccato originale. Falsa e funzionale al potere. Ma comunque efficace. Per quanto non siano abituati a dargli peso, i medici conoscono bene queste realtà. La frequenza con cui i pazienti descrivono situazioni spiacevoli preliminari alla malattia, in genere lutti, separazioni o controversie familiari, esclude che siano solo coincidenze. Che queste fondamentali informazioni cliniche si perdano è solo il frutto di un’attitudine culturale, o meglio ideologica, che dovrebbe portare a riflettere sulla metodologia e sul significato stesso della conoscenza (si può ad esempio partire da questo studio, pubblicato sul prestigioso British Medical Journal, che dice tutto su come un concetto arrivi a meritarsi la patente di “scientifico”).
Ci si può chiedere, se la malattia è faccenda eminentemente interiore, come vanno interpretati gli eventi epidemici, o speciali disturbi reattivi connessi a determinati agenti fisici o infettivi. Non è un discorso semplice, e non tutti i fattori in gioco sono chiari. La visione delle malattie infettive non è cambiata dai tempi di Pasteur. L’attenzione è focalizzata solo sul presunto agente patogeno, che si cerca di uccidere con tutto l’armamentario farmacologico disponibile. Nonostante le fondamentali conoscenze portate dall’immunologia – campo d’indagine sviluppatosi molto più di recente – il ruolo dell’ospite, del soggetto che manifesta la malattia, è del tutto ignorato. E si vendono troppi antibiotici perché a qualcuno venga voglia di modificare quelle idee. La medicina è come l’industria del petrolio: anche se fonti di energia alternative, più convenienti a noi e al pianeta, sarebbero ampiamente disponibili, il business è troppo forte per rinunciarvi. La medicina è zeppa di ferrivecchi, intere discipline che la crescita delle conoscenze ha reso obsolete, che sopravvivono e prosperano in barba al buon senso. Non c’è spazio per il nuovo, se il vecchio rende alla grande. L’esperienza ci dice che molte situazioni morbose sono legate a fattori esterni. Bagnarsi in inverno nell’acqua gelida, come soggiornare tra gli appestati o i malati di Ebola, porterà facilmente una condizione di malattia. Questo tipo di reazioni, necessarie perché l’organismo possa recuperare l’equilibrio delle normali funzioni, possono considerarsi come forme riparative, configurando una categoria differente di disturbi, che potremmo chiamare acuti o estrinseci. A condizione che non generino troppa paura, sono fenomeni concettualmente meno rilevanti.

Significati affettivi


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