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La cura della salute

Resurrezione di Lazzaro

 

Fra le indicazioni che do di norma ai pazienti ci sono le regole di base per curare la salute. E’ un repertorio in costante evoluzione, e ogni suggerimento per migliorarlo sarà ben accetto. I criterii sono semplici. Quello che fa la differenza è l’importanza che gli si dà, e l’assiduità con cui si seguono. L’idea di fondo è che nulla – nel nostro organismo – è lì inutilmente. Ogni parte, organo, apparato non può restare inoperoso. Ma va fatto lavorare secondo la sua propensione naturale. Non abbiamo gambe forti e efficienti per lasciarle tutto il giorno inchiodate tra sedie e poltrone. Non abbiamo un cervello dalle infinite potenzialità per rimbambirlo costantemente con tv, facebook e videogiochi. L’organismo, per mantenersi sano, non chiede altro che di essere usato. I nemici della salute sono riassunti nei peccati capitali. Il più pericoloso in termini biologici, il più letale è l’accidia, l’inerzia frutto della pigrizia, cui un certo stile di vita ci incoraggia a indulgere. Prima che con le azioni, la salute si cura con la testa. Colla volontà di rispettare ciò che siamo. Colla motivazione del piacere di vivere. Il pessimismo, il disagio esistenziale non è nella nostra natura. Ma è un portato culturale, un prodotto dei modelli di vita nel mondo delle banche, che ci fa schiavi nella mente prima ancora che nelle azioni.

Le regole di base per curare la salute:

– bere ogni giorno (in inverno) almeno tre litri di liquidi;

– dedicare almeno un’ora al giorno all’attività fisica (ginnastica, marcia coi bastoni, salto con la corda, nuoto, bici, o l’attività che viene meglio fare);

alimentarsi con saggezza, in proporzione al proprio grado di attività, privilegiando i vegetali (non del supermercato) e limitando grassi (= salumi, latticini, uova, olio, fritti), proteine animali e sale;

respirare sempre a bocca chiusa (salvo quando si nuota). Se il naso è tappato, liberarlo con soluzione salina, iso o livemente ipertonica (tipo acqua di mare);

– bere la mattina, in inverno, mezzo litro di spremuta d’arancia fresca (eventualmente mischiando il succo di un limone se vi è acidità gastrica);

– assumere tutti i giorni omega 3, come germogli di lino e portulaca con l’insalata, e/o olio di pesce;

– stare il più possibile alla larga dalle radiazioni elettromagnetiche (apparati wi-fi, antenne di radiotrasmettitori, tralicci dell’alta tensione, cellulari). Il telefonino, quando acceso, dovrebbe stare a non meno di 40 cm dal corpo. Per parlare, vanno usati il viva voce o l’auricolare col filo

– se proprio non si può andare in giro nudi, indossare indumenti e calzature confortevoli, che rispettino la fisiologia dell’organismo;

– ignorare qualunque messaggio istituzionale (media, autorità sanitarie, professionisti del ramo di ogni sorta) riguardante la salute: è invariabilmente propaganda, per ottenere scopi che non sono mai i nostri, coll’arma del terrorismo. Esempi: le colossali menzogne riguardo l’AIDS, l’aviaria, l’Ebola;

– evitare quanto più possibile ogni sorta di farmaci;

– non fare mai esami diagnostici, strumentali o di laboratorio, a meno che non se ne riconosca l’opportunità, nei rari casi in cui possono dare informazioni utili a curare la salute;

– stare lontani da tutto quello che passa sotto l’etichetta di “prevenzione”: niente, di tutto ciò che propone, può giovare alla nostra salute. Non è che marketing, e si rischia di pagarlo a caro prezzo;

– non fare mai vaccini, per qualunque scopo vengano proposti;

– cogliere il senso della malattia e affrontarla con ottimismo, senza paure di nessun genere, partendo dal concetto che la natura, così come l’ha prodotta, può allo stesso modo farcene guarire: siamo meno fragili, e abbiamo molte più risorse, di quanto vogliano farci credere.

Idratazione.
Gli argomenti a sostegno dell’opportunità di bere abbondanti liquidi sono numerosi e facilmente comprensibili. Ce li suggerisce anzitutto il buon senso. Sappiamo che la vita, come noi la conosciamo, richiede la presenza di acqua nell’ambiente. La cerchiamo su Marte, coi nostri poveri mezzi, per capire se lì può essersi sviluppata una qualche forma di organismo vivente. Le reazioni chimiche di tutte le nostre cellule si svolgono in soluzione acquosa. L’acqua dà conto di oltre la metà di tutta la massa del corpo. Si può sopravvivere settimane senza assumere cibo. Ma senz’acqua la morte arriva in pochi giorni. C’è poi l’esperienza clinica. I reni funzionano benissimo, e raramente vanno incontro a problemi, se i liquidi che filtrano sono sempre abbondanti. Al contrario, la disidratazione li danneggia irreversibilmente in tempi molto brevi. L’intestino fa molto meglio il suo lavoro se il soggetto beve copiosamente. Gli indici circolatorii si mantengono ottimali alle stesse condizioni. Chi ha facilità alle flogosi respiratorie, con un’abbondante idratazione può risolvere la maggior parte dei problemi, perché le cellule degli epiteli sono messe nelle condizioni di proteggersi, eliminando le tossine nel film mucoso. Il catarro molto fluido viene drenato senza nemmeno bisogno che si attivi il meccanismo della tosse. Per quanto geneticamente predisposta, una persona che beve molti liquidi non soffrirà mai di calcoli, di nessun organo. Un parametro biochimico fondamentale è la cosiddetta dose minima letale. Si può definire per qualsiasi materia possiamo assumere, dai farmaci alla lattuga. L’acqua è l’unica sostanza che non ha una dose tossica. In teoria, potremmo berne venti litri al giorno senza alcun danno. In termini pratici, la quantità giusta da assumerne si può indicare solo a grandi linee, perché è un dato influenzato da molte variabili, tra cui i tratti individuali, quelli ambientali di macro e microclima (temperatura, umidità etc), la sudorazione legata all’attività fisica. Indicativamente, per un soggetto sedentario che vive in condizioni confortevoli, possiamo fissare un valore raccomandabile tra i tre e i quattro litri quotidiani. E’ una misura molto maggiore rispetto alle abitudini di quasi tutti. E’ scomoda perché implica frequenti minzioni. Gli spazi dove viviamo non sono predisposti per questo: in giro per la città, soddisfare lo stimolo diventa un problema. Questo accade perché la convivenza degli esseri umani non è organizzata sulla base dei loro bisogni vitali. Ma su convenzioni funzionali al mercato. Pensiamo alla pazzia che esprimono. Urinare – la cosa più naturale del mondo – diventa un atto riprovevole, contrario alla decenza. E’ solo l’abitudine che ci impedisce di vedere il grado di follia della vita che ci fanno fare. Ci si potrebbe chiedere: “se bere tanto è così importante, come mai non è per tutti istintivo?”. Probabilmente lo sarebbe – come molte altre cose della nostra natura – se appena al mondo il mercato non ci togliesse questo, come la maggior parte dei nostri istinti di specie.

Movimento.
Sostenere in modo convincente l’utilità del movimento è agevole come per quella dell’acqua. In effetti è difficile trovare qualcuno che non pensi allo sport come a una cosa che giova alla salute, anche se personalmente non ne pratica. Anche in questo caso, la differenza la fa l’abitudine. Se l’attività fisica entra precocemente nelle consuetudini normali della vita, diventa una regola inderogabile, qualcosa che si fa in automatico, perché non si può non farla. La pigrizia tende a farci rifuggire dalla fatica, perché il peccato è la negazione di ciò che è etico. In realtà, contrariamente a quello che il mondo delle banche ci fa credere, la fatica fisica è salute, è vita, è qualcosa da cercare perché crea una sensazione di benessere. L’energia vitale prodotta da due ore di allenamento sportivo intenso non ha davvero termini di paragone. Per mantenere la salute basta molto meno, purché vi sia la regolarità. Premesso che star fermi è sempre l’opzione peggiore, ci sono due tipi di fatica. Quella prodotta da movimenti obbligati, come in determinate attività lavorative con impegno fisico (operai di vari settori, agricoltori, casalinghe) non è quello che serve per curare la salute, ed è sempre più o meno penalizzante. L’attività fisica utile è invece quella che si fa con l’unico fine di mantenersi attivi, utilizzando il corpo in un lavoro mirato e razionale, e che si può genericamente riassumere nel concetto di sport. Le discipline sportive prevedono schematicamente due fasi complementari, il condizionamento atletico di base e l’allenamento del gesto tecnico specifico. Praticare uno sport, soprattutto all’aria aperta, è sempre un’esperienza gratificante da tanti punti di vista, e quando si può fare è sempre raccomandabile. Ma le incombenze della vita, la necessità di provvedere ad altri bisogni primari, come il cibo, la casa, gli affetti, la vita sociale, la cultura, e eventuali problemi di mobilità, nel mondo strutturato secondo le regole delle banche sono impedimenti sovente insormontabili. Ma possiamo ugualmente curarci, facendo l’attività per conto nostro. Il lavoro fisico necessario alla salute è quello proprio dell’attività motoria di base, in sostanza corsa e ginnastica a corpo libero, o con attrezzi molto semplici. I comportamenti motorii si acquisiscono nei primi 10-15 anni di vita. Aver praticato uno sport a quella età è un’esperienza fondamentale, che consente di gestirsi in modo autonomo per il resto della vita. Ma anche chi si è perso tale fase può apprendere quanto basta per conservarsi sano. Il lavoro fisico migliore è quello che si può gestire per proprio conto, senza limitazioni di orari o di luoghi. Anche il nuoto, uno degli esercizi più utili, può diventare complicato, salvo avere una piscina in casa. 20-30 minuti di corsa per strada possono invece farli tutti, così come un tempo analogo di ginnastica, a casa o in cortile. Un altro ottimo esercizio, che soddisfa appieno le necessità della salute, è il salto con la corda. Se c’è un parco vicino, il nordic walking (la marcia coi bastoni) è un’ulteriore eccellente opzione. In generale basta meno di un’ora di attività quotidiana per garantirsi un valido benessere. Lo sport è essenziale alla salute perché mantiene efficienti muscoli e articolazioni, attiva tutti i metabolismi, ottimizza la funzione cardiocircolatoria e quella ventilatoria. E’ una cura imprescindibile per chi è predisposto ai reumatismi mio-articolari, all’ipertensione arteriosa, alla bronchite, al diabete, alle gastro-enteropatie. Come già detto, curando la salute si curano tutte le malattie.

Alimentazione.
Il mio professore di Anatomia Patologica diceva che l’uomo è il rivestimento del suo tubo digerente. Si può essere più o meno d’accordo con tale opinione. Ma è un fatto che l’alimentazione abbia un ruolo, nella nostra vita, che va oltre le mere necessità biologiche. Mangiare è una delle cose che ci danno il piacere di vivere, gratificando i sensi e confortando al contempo l’anima e il corpo. Nelle consuetudini alimentari entrano in gioco fattori complessi di ordine culturale, educativo, sensoriale, rituale, sociale, e probabilmente diversi altri. Il cibo ci fa riconoscere noi stessi, evoca ogni volta la memoria di un’intera esistenza, regala ottimismo per l’avvenire. E sovente ci fa del male. E’ fuor di dubbio che il mantenimento di un buon stato di salute passi anche attraverso questa fondamentale funzione. Ma cosa conviene mangiare? Nessuno ha mai stabilito, con ragionevole sicurezza, quale sia l’alimentazione più corretta per un essere umano. E’ un fatto che noi, come molte altre specie animali, possiamo trarre nutrimento da tutto quello che può essere classificato come edibile. Sul cibo se ne son sentite di tutti i colori: dai carnivori a oltranza, ai “mediterranei” (che non si sa bene cosa significhi), dal fruttarianismo mucofobo di Ehret al veganismo. Pur considerando piuttosto corretto l’atteggiamento alimentare dei vegani, il fondamentalismo di determinate posizioni etiche mi fa sempre venire in mente una scena di Improvvisamente l’estate scorsa, film tratto dalla pièce di Tennessee Williams. Più che mostrata è raccontata. Ma rende benissimo. L’inarrivabile Katharine Hepburn (doppiata in italiano da Andreina Pagnani):

 

Insomma, c’è margine di discussione riguardo a quello che è o non è etico. Tornando alla salute, va detto con chiarezza che non esiste un modello alimentare perfetto, valido per tutti. Le necessità nutrizionali differiscono da individuo a individuo, in base tra l’altro alle prerogative biologiche, all’età, allo stile di vita, al grado di attività fisica, ai parametri ambientali. Tutti questi sono fattori a loro volta variabili, secondo le situazioni della vita. Quel che è pertanto sensato definire sono criterii alimentari generali, da interpretare secondo le varie contingenze. Come sempre, è questione di informazione: ognuno, una volta che sa in base a cosa regolarsi, può individuare il regime a lui più idoneo. Stabilite le regole, va anche precisato che osservarle più o meno scrupolosamente dipende da come ci si sente. Una persona sana può permettersi più elasticità. Se ha problemi, ha tutto l’interesse a un maggior rigore. Tutto questo premesso, l’esperienza clinica indica chiaramente che lo stile alimentare che meglio si accorda colla salute degli esseri umani è quello vegetariano. I vegetali (verdure,ortaggi, legumi, frutta, cereali), freschi e – quando possibile – crudi, andrebbero visti come una priorità assoluta, come l’unico cibo davvero indispensabile. Tutto il resto (proteine animali, grassi, sale, spezie, edulcoranti) può essere considerato un optional, da gestire secondo le esigenze personali, mai abusandone. L’apporto calorico merita sempre considerazione. Ci si può regolare con la bilancia: è idoneo quello che mantiene stabile il peso corporeo. La maggior parte dei vegetali apporta poche calorie. Pasta, pane, riso e proteine incidono per circa 400 Kcal/ettogrammo, l’alcool per circa 700, il grasso per 900. In generale i carboidrati si assimilano più facilmente, alcool e grassi stressano molto di più i meccanismi digestivi. Anche se non è il caso di stare sempre col bilancino in mano, è importante avere una nozione abbastanza precisa di quanto cibo si assume. Si fa “a occhio”, avendo un minimo d’esperienza. E’ più difficile coi liquidi, perciò conviene misurare l’olio versandolo su un cucchiaio. Consumare più di 20 g di olio al giorno non è consigliabile per nessuno. Esiste una miriade di condimenti alternativi, che vale la pena adottare, secondo il proprio gusto. I dolcificanti più sani sono il miele e lo zucchero grezzo di canna. Di norma i cibi confezionati è meglio evitarli il più possibile. I surgelati crudi possono essere accettabili. Ma il fresco a chilometro zero è senz’altro meglio.

Rischi ambientali.
Sebbene sia difficile immaginare un luogo più ospitale per la nostra specie del pianeta Terra, anche quando questo era allo stato naturale i pericoli per la sopravvivenza non mancavano. Conservare la vita è una sfida quotidiana per qualunque organismo biologico. Ma, fin qui, siamo all’interno del disegno della natura, e non vi sono anomalie. I pericoli ambientali di cui merita parlare sono quelli creati dall’uomo, come conseguenza delle profonde – si spera non irreversibili – alterazioni che è stato capace di produrre nella biosfera. Il problema, dovendosi difendere, è che chi devasta l’ambiente tende a non pubblicizzare la cosa. Di conseguenza le informazioni disponibili sono parziali e frammentarie, ed è impossibile farsi un’idea realistica della natura e dell’entità dei rischi. Bisogna andare a braccio, cercando di cogliere ogni indizio che possa darci un brandello di verità. Per quel poco che sappiamo, le insidie ambientali più importanti per l’uomo sono di natura sia fisica che chimica. Attengono alla prima fattispecie le radiazioni elettromagnetiche, alla seconda gli effetti dell’uso di combustibili fossili e radioattivi, gli OGM, i prodotti e le scorie dell’industria chimica (farmaci e diagnostici compresi), i chemtrails. Vista la diffusione globale delle sostanze inquinanti, evitarle è impossibile. Si tratta di averne nozione, e conviverci nel modo più indolore. Se vogliono avere un futuro, gli esseri umani devono togliere la testa dalla sabbia, impegnarsi – ognuno in prima persona, al meglio delle sue capacità – per contrastare una dinamica che altrimenti toglierà presto la salute, e la vita, a tutti. I responsabili del disastro sono gli stessi che controllano i mezzi d’informazione. Non aspettiamo che la verità ce la dicano i telegiornali: non accade, e non accadrà mai. Essendo solo un medico, non ho né la competenza, né la pretesa di trattare esaurientemente l’argomento ambiente. Mi limito perciò a qualche consiglio, come d’intento basato su buon senso e esperienza.
Non esistono dati precisi sui danni che le radiazioni elettromagnetiche possono creare ai sistemi biologici. E’ fuor di dubbio che l’esposizione oltre certi limiti è altamente nociva. I limti minimi sicuri non sono definiti, anche perché variano secondo la suscettibilità individuale. La scarsità di informazione suggerisce la maggior prudenza possibile. Dunque: i telefonini accesi dovrebbero stare a non meno di 40 cm dal corpo. Portandoli addosso conviene spegnerli. Per parlare, vivavoce o auricolare col filo (quello bluetooth fa cessare lo scopo). In casa, meglio usare il telefono col filo. Se proprio dev’essere cordless, tassativamente col vivavoce. Il computer è meglio connetterlo col cavo LAN. Se è indispensabile attivare il wi-fi, perché ci sono duecento smartphone da saziare, tenere almeno il router distante dalle persone, e spegnerlo di notte. Mai avvicinarsi troppo al microonde quando in funzione. Il bluetooth dell’auto è meglio del cellulare all’orecchio. Se un gestore di telefonia mobile vi offre bei soldi per piazzarvi un ripetitore sul tetto di casa, la risposta è: “no, grazie”. Evitate di vivere vicino a radiotrasmettitori, tralicci dell’alta tensione, radar di aeroporti. Il criterio è che l’intensità del campo magnetico decresce secondo il quadrato della distanza, per cui ci si può suppergiù regolare. Se ci si accorge di essere specialmente sensibili a questo tipo di stimoli, ci si devono dare principii rigorosi in proporzione. Esistono altre fonti rilevanti di radiazioni elettromagnetiche, inquietanti perché non ne sappiamo nulla, tipo quelle dei sistemi HAARP e MUOS. Per ora possiamo solo sperare che li tengano spenti.
Difendersi dai rischi chimici è in qualche modo più complicato, perché riguardano sostanze con cui necessariamente il nostro organismo entra in contatto, attraverso respiro, pelle e mucose. L’inquinamento di aria, acqua e commestibili, ovunque nel pianeta, è un dato incontestabile. Si tratta di vedere fin dove le difese di cui la natura ci ha ampiamente dotato possano neutralizzare i veleni. Riguardo a questo genere di rischi, ognuno può nel suo piccolo fare qualcosa per non peggiorare troppo la situazione. Si tratta di riflettere e riconoscersi responsabili di quello che si fa. Quando teniamo acceso il motore dell’auto più del necessario, o la usiamo per spostamenti che potremmo fare a piedi o con trasporti collettivi, quando accendiamo il condizionatore d’aria (dannoso il suo e quasi mai indispensabile), o le luci di casa dove non servono a nessuno, dovremmo pensare che non ci conviene, che stiamo danneggiando noi stessi e tutti gli altri. Per non avvelenarci troppo, l’acqua del rubinetto – salvo casi particolari – è decisamente preferibile a quella in bottiglia, i cibi freschi, stagionali e di origine locale sono meglio di quelli conservati e della grande distribuzione. Oltre che dai rifiuti tossici, i terreni sono – globalmente – alterati dalla ricaduta dei metalli pesanti e di chissà cos’altro sparsi continuamente nell’aria dai famigerati chemtrails. Finché non la smettono, anche su questo non c’è difesa. In ogni modo, a parte le implicazioni etiche, carne e pesce sono più pericolosi dei vegetali consumati direttamente (evitando, quando si può sapere, gli OGM), visti gli abominii delle tecniche di allevamento e la pattumiere in cui l’uomo ha trasformato i mari. Farmaci e esami diagnostici inutili (oltre il 99 % di quelli prescritti), oltre al danno individuale, inquinano la loro parte. Esistono in rete ampi ragguagli su queste problematiche. A patto di non cercarli nei siti istituzionali e degli organi di (dis)informazione di massa.

Abbigliamento.
Gli indumenti più igienici per gli esseri umani – così come vale per ogni altra specie – sono quelli con cui vengono al mondo, cioè nessuno. Indossare abiti di varia foggia può aver senso in condizioni climatiche sfavorevoli, dove conservare la temperatura corporea fisiologica è altrimenti arduo o impossibile. Le diverse culture hanno espresso stili di abbigliamento affatto differenti, non sempre in risposta a reali esigenze funzionali. I problemi possono sorgere quando le necessità delle mode travalicano quelle più elementari della salute. Il componente più delicato sono le calzature: le teniamo ai piedi ore e ore, costringendo a volte la parte più importante del nostro apparato locomotore in atteggiamenti tutt’altro che naturali. Le scarpe possono influenzare la statica di tutto il corpo, condizionando anche il benessere della colonna. E’ quindi il caso di sceglierle confortevoli, con un plantare che assecondi l’arco naturale del piede, e col minimo di rialzo calcaneare della suola. Le più pericolose sono quelle femminili col tacco alto: ho visto signore che avendole indossate per anni, anche per necessità professionali, e con un minimo di predisposizione, hanno subito alterazioni importanti delle strutture articolari delle ginocchia. Altra conseguenza di rilevo è l’alluce valgo, per il sovraccarico dell’avampiede. E’ classico quello delle danzatrici, per la scarpetta da punta. Ma si mette in conto prima: per essere Alessandra Ferri può anche valerne la pena. Delle altre parti del corpo, quelle più a rischio sono i visceri addominali e il tratto lombare, quando si utilizzano cinture troppo strette. Slip molto aderenti possono danneggiare col tempo i genitali maschili (i boxer sono molto più sani, non usarne proprio sarebbe ancora meglio). Il vestito più rispettoso del corpo è il thawb, il camicione fino alla caviglia portato dagli arabi: per noi non è la stessa cosa di un completo di Armani. Ma per la salute è davvero eccellente. Riguardo i tessuti, suggerisco di evitare tutti i “sintetici”, soprattutto se a contatto diretto con la cute. Cotone e lino sono le fibre migliori in tal senso. La lana pura è ok per il rivestimento esterno. Se si usa un cappello, non deve costringere i vasi cranici, né ostacolare la traspirazione.

Farmaci.
Se avessimo il bisogno di farmaci che ci raccontano, la nostra specie si sarebbe estinta già da molti secoli. Per chi ha fatto studi di medicina, dove l’unico concetto di terapia proposto per tutti i disturbi è quello del farmaco, prendere coscienza che esistono opzioni differenti, nell’ambito dei tanti rimedii offerti dalla natura, è fonte quantomeno di grande sorpresa. Se non ti insegnano altro, e pensi che la conoscenza costruita in secoli di studi sia tutta compendiata nel sapere accademico, la sola idea che possano esservi visioni alternative su quanto hai imparato, convinto che fuori di quello ci fosse solo ignoranza e superstizione, può disorientare al punto da portarti a rifiutare la cosa, senza il dubbio di doverci riflettere sopra. Diversamente, dovresti ammettere la possibilità che quanto hai appreso non sia una verità coerente. Ma solo un’ideologia. A nessuno piace sentirsi ingannato. Perciò, inconsapevolmente, si rimuove il pensiero. C’è un solo modo per trarsi d’impaccio: adottare il buon senso, la logica più rigorosa, e verificare con questi strumenti ogni informazione, prima di accettarla come veritiera. Se applichiamo questo metodo ai farmaci, che senso può avere il pensare che sostanze artificiali, estranee alla biochimica naturale degli organismi viventi, introdotte in quegli organismi, così complessi, così efficienti, così mirabilmente progettati, possano correggerne gli eventuali difetti? Chi le realizza dovrebbe quantomeno possedere le abilità del progettista, e sapere con esattezza tutto quanto della funzione che sta modificando. Altrimenti, non saremmo lontani dai ciarlatani che, dal loro carretto, vendevano elisir miracolosi ai villici dei borghi in tempi passati (oggi lo fanno in televisione, con osceni spot pubblicitari. Ma la sostanza non cambia). “Medico è colui che introduce sostanze che non conosce in un organismo che conosce ancora meno“. L’aforisma di Victor Hugo ha l’apparenza di una banale boutade. Ma il suo contenuto di verità merita più di una riflessione. Siamo così abituati, fin dalla nascita, a fidarci dei farmaci e prenderne per qualunque motivo, da non pensare nemmeno un’istante quanto quest’uso sia opinabile e contrario alla logica. Abbiamo la mente drogata, e così droghiamo anche il corpo. Un solo esempio dalla pratica. La causa più frequente dell’uso degli antibiotici sono le infezioni urinarie. Per anni, quando un paziente ne aveva qualche sintomo, o solo presunti segni negli esami, l’unica domanda che sapevo pormi era: “qual’è l’antibiotico giusto?”. Ma che fosse necessario era fuori discussione. Di fronte alle frequenti, più o meno presunte recidive, cercavo gli schemi di somministrazione più complicati, arrivando persino all’uso “preventivo” programmato. Quando ho iniziato a dubitare di quello che mi avevano insegnato, ho praticato soluzioni alternative. Sono anni che non prescrivo più antibiotici per questa indicazione (e per quasi tutte le altre). Ho revisionato lo stesso concetto di infezione (che in medicina non è cambiato dai tempi di Pasteur, nonostante un secolo di studi!). Ora consiglio molta acqua, probiotici e qualche tisana lenitiva. I pazienti guariscono meglio, e evitano i veleni. L’unico motivo per cui, in casi selezionati di altro tipo, ancora prescrivo farmaci, sono situazioni di malattia severamente evoluta, che le persone non sono in grado di gestire con le proprie risorse (in tutta la vita non gliel’ha insegnato nessuno), dove ritengo che l’ottimismo del malato vada meglio catalizzato col rimedio “magico”. Si deve anche tener presente che, essendo tutti diversi, una singola molecola, in un particolare individuo, può produrre effetti imprevedibili. Prendere un farmaco è sempre un salto nel buio, dove il rischio non vale mai la candela. Non ha senso, perché – come abbiamo visto – curarsi è comunque altra cosa. In conclusione, se vogliamo star bene e proteggere la salute, lasciare i farmaci nel cassetto è una regola tassativa.

Esami diagnostici.
Lo scopo principale degli esami diagnostici è fare esami diagnostici. Se qualcuno crede che le indagini cliniche (esami di laboratorio, ecografie, lastre, TAC, RMN etc.) siano necessarie per raggiungere una diagnosi, è del tutto fuori strada. E’ un’abitudine (deplorevole), come tutte le abitudini si mantiene perché lo fanno tutti, per tutelarsi in termini medico-legali (cioè burocratici), per scoprire chissà che cosa, per ogni motivo fuorché l’interesse del paziente. Che, per quanto ipnotizzato, a farli si stressa non poco (oltre a lasciarci qualche soldino). La diagnostica, secondo una mia personale stima, dà conto del 30-40 % di tutto il giro d’affari che ruota intorno alla salute. Per fare un raffronto, quello dei farmaci non è più del 10-15 %. Gli accertamenti in qualche modo utili ai malati sono più o meno l’1 % di quelli che si fanno. Tutto il resto è per le banche. Trent’anni di esperienza professionale mi portano al convincimento che le malattie, qualunque malattia, si diagnosticano con sufficiente precisione con un esame clinico, cioè i dati della storia del disturbo, quelli dei sintomi accusati dal paziente, quelli fondamentali ottenuti con una visita scrupolosa. Eventuali altre indagini possono al più servire per definire certi dettagli e per qualche marginale conferma. Ho visto l’assurdità di persone cui è stata fatta praticare la stessa risonanza magnetica due o tre volte in un mese. Tutti se la bevono e obbediscono, perché “l’ha richiesto lo specialista”. Altri perché non se li chiede nessuno. Un’esame che considero particolarmente abominevole è la TAC. C’è chi ne fa anche otto in un anno. Ignaro, o indifferente al fatto che una singola TAC amministra una dose di raggi X pari a 100-150 lastre del torace in un’unica seduta. Anche i meno informati sanno che le radiazioni ionizzanti sono tutt’altro che un toccasana per le nostre cellule, tant’è che l’esercizio della radiologia impone norme severe per la protezione degli addetti al settore. Le informazioni fornite da una TAC sono ottenibili con altre metodiche, molto più rispettose della salute dei pazienti. E in nessun caso il loro valore giustifica i rischi che fanno correre al malato. Si continua a fare TAC perché gli apparecchi ci sono, e vanno fatti fruttare. Quando quest’aberrazione verrà definitivamente accantonata sarà sempre troppo tardi.
Il pericolo maggiore degli esami non è comunque il danno diretto che comportano. La gente è convinta che le indagini cliniche siano più infallibili del Vangelo. Che ogni numeretto nei referti di laboratorio, che ogni macchia, ogni anomalia nella lastra o nella RMN abbia un significato esatto e incontrovertibile. Ovviamente non è così: ogni metodica diagnostica ha margini di incertezza e di errore anche cospicui, e gli esiti vanno sempre interpretati alla luce del quadro complessivo. Il grave rischio di cui parlavo è proprio qui, nel senso che si dà al reperto, nel reperto in sé. Ho visto moltissimi casi di persone morte semplicemente per aver fatto un esame clinico senza motivo, magari perché lo fa un amico o per pura curiosità. Facilmente quell’esame farà “scoprire” qualcosa – anche se non c’è nulla da scoprire -, e da quel qualcosa può partire un iter che rapidamente conduce alla tomba. In casi meno nefasti, potreste sentirvi annunciare che avete chissà quale disturbo, che siete malati, quando invece vi sentite benissimo. Chiamatelo malinteso, o come volete. Ma cose così accadono quotidianamente, ed è meglio essere avvisati. Quando vi prescrivono un’indagine, di qualunque tipo, non abbiate timore a farvi spiegare con precisione quali informazioni può fornire, e l’eventuale importanza di queste. Se la risposta non è convincente, astenetevene, ché non ci sarà mai troppo da perdere.

Prevenzione.
Prevenzione, nel senso convenzionalmente usato per le faccende di salute, è un termine odioso. E’ difficile che una sola parola concentri in sé un contenuto di inganno, arroganza, terrorismo e mistificazione di pari misura. E’ una perfetta sintesi di come le visioni più gratuite e arbitrarie dell’ideologia medica siano sbattute in faccia alla gente, con tutta la superbia e il disprezzo possibili, per colpirla dove è più sensibile, nel suo desiderio di vivere. E’ come il peccato originale, il “partorirai con dolore”. Ricorda allo schiavo che il suo stesso esistere è una colpa. Il messaggio è questo: la tua misera esistenza è piena di rischi. Tra questi, fatale e ineluttabile, la malattia. E’ un’insidia misteriosa e terribile, se vuoi salvarti – prima che sia troppo tardi – affidati a me, che so come proteggerti. Un proclama che è una sequenza di menzogne: la malattia è una risorsa biologica, non certo un pericolo. Si può benissimo starne lontano curando la salute. E’ un fenomeno spiegabilissimo, con cause precise e riconoscibili. Non ha una cronologia prestabilita, con momenti che si fa in tempo e punti di non ritorno. Chi ti incalza perché faccia “prevenzione” non possiede nessun valido strumento per proteggere la tua vita (ma ne ha molti per togliertela!). Offre una merce che in realtà non ha, che è esattamente la definizione di truffa. Quello che sanno dare è avvelenamento di farmaci e mutilazioni chirurgiche, le ultime cose di cui la salute ha bisogno. Il disturbo su cui maggiormente punta questa attività è il cancro, lo spauracchio per eccellenza. Ma del cancro, con tutte le chiacchiere e l’eterno “studiare” che ci si fa sopra, la medicina non sa un bel niente. Diffonde l’idea che va preso “in tempo”, per poterlo estirpare prima che invada l’organismo. Denominazioni e strategie di impronta militare (sembra che l’unica cosa che solleciti la fantasia degli esseri umani siano gli scenari di guerra). In termini biologici, concetti del tutto privi di senso. Sono certo che il cancro sia molto meno pericoloso di chi pretende di curarlo.
Sgombrato il campo dalle menzogne della propaganda, possiamo capire cosa sia in realtà la “prevenzione”: un’attività di marketing, una ricerca continua di clienti, da sfruttare sottoponendoli a una sequenza senza fine di esami, visite, nel caso terapie di vario genere. Tutte cose di cui non hanno alcun bisogno, e che servono solo a ingrassare il mercato. Un meccanismo diabolico, il cui successo è garantito dall’oggetto su cui fa leva: il desiderio di sopravvivere comune a tutti. Una persona consapevole del significato della malattia, e degli strumenti efficaci per tutelare il proprio benessere, non ha motivo di cadere in questa trappola. Perciò, quando vi propongono mammografie, Pap-test, lastre e ecografie di vario genere, MOC, dosaggi di PSA, ormoni e markers di qualsiasi sorta, a scopo di “prevenzione”, da qualunque fonte venga il messaggio rispondete tranquillamente: “non mi interessa”. Le aziende incasseranno meno soldi. Ma voi avrete protetto la vostra vita.

Vaccini.
La metodica della vaccinazione occupa un posto importante nella storia della medicina. La sua applicazione – ad opera di Edward Jenner – ha offerto un modello sperimentale fondamentale per la conoscenza delle funzioni immunologiche. Il successivo ampio utilizzo di questa pratica, a fini profilattici e terapeutici, accettato senza riserve a livello accademico e istituzionale, ha tuttavia proposto diverse zone d’ombra, da cui trarre spunto per una doverosa discussione. Vediamo, anzitutto, i dati disponibili. Trattandosi di un business della dimensione di intere popolazioni, aspettarsi che vengano lasciate in giro troppe informazioni che possano guastarlo è quantomeno ingenuo. Quel che possiamo sapere è però sufficiente per costruirsi opinioni fondate. I punti salienti sono gli aspetti fisiologici e quelli merceologici. Chi si è interessato di problemi immunologici sa bene come l’esordio di tantissimi casi di malattia autoimmune coincida con episodi acuti infettivi. Sono situazioni dove l’immunorisposta sollecitata da antigeni dei microrganismi coinvolti funge da trigger per l’attivazione di una risposta patologica contro antigeni “self”. Se dunque, in soggetti predisposti, può bastare la reazione a uno stimolo naturale per evocare un disordine cronico, l’amministrazione di una carica antigenica tanto elevata – come è proprio della vaccinazione – , infinitamente superiore a quanto naturalmente possibile, possiamo aspettarci che produca immunorisposte imprevedibili, con esiti disastrosi per chi l’ha subita. E’ in effetti quello che accade a un certo numero di persone, che reagiscono manifestando severi disturbi di salute, che gli devastano la vita per sempre. Tutto questo per una singola dose di vaccino. Per la maggior parte degli altri vaccinati, per loro fortuna meno predisposti a effetti così nefasti, la faccenda non è comunque indolore. E’ comune, nella pratica clinica, il riscontro di fenomeni morbosi di varia natura, come disturbi respiratorii, cutanei, neurologici, in seguito alla somministrazione di vaccini. Ne sanno qualcosa i militari, spesso utilizzati come laboratorio per test massicci di questi prodotti, prima di essere impegnati nelle missioni di “pace” a tutti ben note. E’ davvero improbabile che uno stimolo antigenico tanto violento come quello di un vaccino decorra senza conseguenze apprezzabili.
L’altro aspetto rilevante è quello del veicolo. Le etichette dei diversi vaccini riportano, tra gli eccipienti, la presenza di metalli come mercurio e alluminio. I produttori dicono che non se ne può fare a meno. Ma che siano sostanze dannose per i sistemi biologici è fuori discussione. Se porcherie del genere sono dichiarate, è come minimo lecito il sospetto, vista l’aria che tira, che ce ne siano altre di cui ci tengono all’oscuro, tipo nanochip o altre diavolerie biotecnologiche, sicuramente non destinate al bene del paziente.
Riguardo la protezione che i vaccini dovrebbero fornire, che ce ne sia tanto bisogno è tutto da dimostrare. La propaganda ci racconta di malattie “estirpate” e di bambini salvati da morte certa. Fonti più indipendenti segnalano invece catastrofi conseguenti a campagne vaccinali. Un dato sicuro è che, con varie scuse, il vaccino antipolio orale (Sabin), è stato abbandonato nei paesi occidentali (“non ce n’è più bisogno”!). In merito a altri disturbi tanto paventati dai vaccinatori, se – come accertato – microrganismi come meningococco e clostridium tetani albergano a permanenza nell’orofaringe di numerosi individui perfettamente sani, così pericolosi non devono essere.
Alla luce di tutto questo, chiedete al vostro buon senso se sia il caso di infliggere i vaccini a a voi stessi e ai vostri bambini.

 

 


4 commenti

  1. DOTT.PIGA HO LETTO CON ESTREMO PIACERE. DOPO LA SUA VISITA HO CAPITO VERAMENTE CHE PER ANNI SONO STATO PRESO PER ILC…..MI HA FATTO CAPIRE CHE INFONDO IL MIO MALESSERE E’ DA RICERCARE DENTRO DI ME. POCA ACQUA, POCO SPORT, MOLTO STRESS E ADESSO IL CELLARE ECC. QUANTO SCRIVE CONFERMA LA MIA CONVINZIONE CHE QUELLO CHE VEDO NEL MIO QUOTIDIANO E’ CONTINUO “RUBARE”. GRAZIE CONTINUERO’ A LEGGERE E DIVULGARE IL MESSAGGIO

    • La ringrazio. La salute è sempre un fatto personale. Avendo le idee più chiare, il percorso per recuperarla è sicuramente meno arduo. Siamo tutti ingannati, chi lo fa ne è in genere inconsapevole. Le risorse per rimediare le abbiamo. Bisognerà trovare il coraggio di usarle.

  2. SCIENZA MEDICA
    Ultimamente la medicina non è altro che una scienza asservita che si masturba in continuazione e gode di sé stessa e del proprio masochismo ben retribuito.
    O che bel castello
    matundiro dirundello,
    o che bel castello
    matundiro dirundà.
    Invece di capire la forza, la gagliardia, la potenza, la prestanza e il vigore che arriva dalla natura e alla natura ritorna in mille fogge diverse ma sempre equivalenti, la rapina a volto coperto con una mascherina da sala operatoria.
    O che bel drappello
    ricco gonfio pieno bello,
    o che bel cestello
    quando mai si dividerà.
    È vero che codesta disciplina erudita è un’autostrada a mille corsie, larga, tortuosa, scorrevole, cavillosa, che dovrebbe convergere però in un unico viale con un solo varco d’uscita.
    O che bell’orpello
    girotondi e carosello,
    o che bel castello
    di canoniche difformità.
    La sola e credibile indole da perseguire. La persona, l’ambiente e la loro interazione: l’energia vitale. Infinita e rinnovabile.

    Giuliano II° d’Ogliastra

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