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L’etica della malattia

Esaù

 

Qualche giorno fa una giovane paziente, lamentando di non riuscire a venire a capo dei disturbi che da tempo la affliggono, mi ha detto al telefono: “questo star male non è giusto!”. Le ho prontamente replicato: “certo che è giusto: la malattia è sempre giusta”. Come ho avuto occasione di dire a altri malati, e come sono assolutamente convinto, la malattia è un fenomeno squisitamente etico. Lo è per due motivi. Anzitutto perché è un evento biologico – programmato e necessario per la conservazione della vita – e per definizione (almeno per la mia personale) è morale tutto ciò che è naturale. Poi perché ogni sua motivazione ha lo scopo di fare giustizia rispetto a quanto ne rappresenta l’origine. La malattia è una forma peculiare di giustizia, in quanto giustiziere e vittima si identificano nel medesimo soggetto. Ognuno di noi è un po’ l’Εαυτόν Τιμωρούμενος, il punitore di se stesso della commedia di Menandro (purtroppo perduta). Quella che potremmo definire equilibrio etico è una funzione vitale fondamentale: nessuno può sopravvivere senza essere sufficientemente in pace con se stesso, senza riscontrare un bastevole grado di giustizia nel proprio stare al mondo. E’ un aspetto affatto soggettivo, diverso da individuo a individuo. Ma obbligatorio per il mantenimento dell'”energia vitale” di ognuno. La coscienza – in senso morale – esula dal pensiero razionale: possiamo ritenerci quanto ci pare a posto con quella. Ma se ciò che proviamo, il sentimento che abbiamo di noi stessi, non ci fa stare del tutto tranquilli, vuol dire che percepiamo di aver violato quei principi che sostanziano la nostra dignità, e motivano l’autostima. Il senso dell’etica è un tratto innato, che accomuna tutti gli esseri viventi. Corrisponde a quello che viene chiamato istinto: una pulsione naturale, che di norma ci porta a vivere e comportarci rispettando gli scopi biologici della specie cui apparteniamo (ammesso che variino dall’una all’altra). Schematicamente: mangiare, dormire, riprodursi, proteggere i simili e giocare, l’ultima cosa nel senso dell’Homo ludens di Huizinga, cioè la cultura, la politica, lo sport e tutto quello che sembra essere peculiare degli esseri umani. Ogni atto dell’individuo che non sia in accordo con questi scopi non può non essere sentito dalla coscienza come ingiusto, e di conseguenza generare un conflitto interiore. Come già discusso (fattori scatenanti), una condizione di questo tipo è incompatibile con la sopravvivenza: ci mette oggettivamente in debito con la nostra vita, ed è un debito che va giocoforza pagato. Correggendo le “malefatte” attraverso le azioni. O mediante le reazioni, i meccanismi di compenso naturali. Il più tipico e frequente tra questi è la malattia. L’inconscio la attiva per equilibrare paure, rabbie, rancori, sensi di colpa, rimpianti, delusioni, quando non ha disponibili altre strade che permettano di conservare la serenità dell’animo. La malattia è l’espiazione del peccato, la punizione dovuta, la catarsi dello spirito. E’ il dolore della vita che vuole, che deve continuare. Una risorsa potente, che Dio ci ha dato per richiamarci nell’ordine della natura, ogni volta che superbia e insipienza ci portano a infrangerlo. Questo è il significato più profondo e più vero della malattia, e dovrebbe essere la prima cosa da andare a cercare quando la manifestiamo. Guardare a fondo dentro noi stessi – con tutto il coraggio che può volerci – per mettere in luce la colpa di cui ci siamo macchiati. Non è un atto che viene spontaneo. E’ spontaneo lagnarsi di star male, rifiutare a priori la cosa, spaventarsene oltre misura e cercare ogni trucco per cancellarla al più presto: un modo di reagire – comune a tutti, con forse l’eccezione di qualche monaco tibetano – che è l’ennesima dimostrazione di quanto poco sappiamo di noi stessi e dei meccanismi che ci fanno vivere. Cambiare attitudine – come già chiarito – richiede le informazioni pertinenti, che consentano di andare subito al cuore del problema. Una volta acquisite, richiede onestà, idee chiare sul bene e sul male e comportamenti coerenti. Richiede di strutturarsi una consapevolezza morale, solida quanto basta per farci leggere con chiarezza le valenze etiche di quanto la vita ci propone. Richiede il coraggio di viverla con la dignità che accomuna la nostra e le altre specie, e che il sistema del mercato cerca in tutti i modi di toglierci, comprandoci l’anima per pochi spiccioli.


1 commento

  1. “La malattia…. E’ il dolore della vita che vuole, che deve continuare. Una risorsa potente, che Dio ci ha dato per richiamarci nell’ordine della natura, ogni volta che superbia e insipienza ci portano a infrangerlo”.
    Concordo pienamente! Grazie per queste perle di saggezza.

    Paola

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