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L’uomo e la malattia

Concetto spaziale

 

Di fronte alla malattia, l’uomo è come un pesce fuor d’acqua. Vivendo questa condizione, ci sentiamo puntualmente in un paese straniero, come nel passato di Harold Pinter, dove “tutto si svolge in maniera diversa”. Non è un’anomalia da poco, e deriva da una miscela di ignoranza, condizionamento della propaganda, alienazione dalle attitudini naturali. Un disastro! Il modo in cui la gente si pone di fronte alla malattia dà un’esatta misura di quanto i modelli di vita cui è assuefatta siano lontani da una parvenza di dignità di specie. In questo senso potremmo imparare anche dai lombrichi. Consoliamoci, per lo più non è colpa nostra. Se uno nasce in casa di un ipnotizzatore, è difficile che non ne esca in stato di ipnosi. In ogni modo, con le giuste informazioni, la speranza di venirne fuori c’è. Vivendo una condizione di malattia, l’atteggiamento comune è fatto di paura (“come andrà a finire?”), insofferenza (“proprio ora, proprio a me!”), ricerca spasmodica del rimedio magico che ne faccia uscire al più presto. Tutto, meno che cercare di capirne qualcosa. L’ovvia conseguenza è che non si impara nulla, che l’esperienza vissuta in prima persona, l’occasione di acquisire una conoscenza sicura, finisce puntualmente nella pattumiera. Accade così che il malato vada a cercare consiglio a destra e a manca, alla ricerca dell'”esperto” più capace, come se un estraneo fosse in grado di entrare nella nostra vita, nelle nostre percezioni, e di capire in un attimo tutto quello che accade. La malattia non è una questione tecnica, non è un bilancio aziendale o una controversia legale, dove serve qualcuno che conosca a fondo regole convenzionali. Come abbiamo visto, è una realtà naturale, un’espressione dell’essere, una faccenda squisitamente personale, con le infinite variabili che rendono ciascuno unico e diverso da tutti gli altri. In questo territorio, il solo, vero esperto è chi la vive in prima persona. Il malato, e nessun altro. Che ci piaccia o no, la malattia non è delegabile. Non ci si può innamorare al posto di un altro. Non si può vivere il piacere o il dolore altrui. Ognuno di noi è dentro se stesso, non c’è spazio per qualcun altro. Vale la pena ricordarcene, quando andiamo dal medico con la pretesa che ci spieghi quello che solo noi possiamo sapere, che ci dica quello che proviamo, che abbia le soluzioni belle e pronte di un problema che non può conoscere. Un medico non è un mago, il suo ruolo è – o dovrebbe essere – tutt’altro.
Preso atto che – come spesso ricordo ai miei pazienti – ognuno cura se stesso, e qualunque aiuto possiamo cercare all’esterno sarà sempre nostra responsabilità decidere se e come servircene, vediamo di capire quale sia il modo più sensato di farlo. Per prima cosa – e questo è basilare – sotterriamo l’ascia di guerra: se mai possiamo avere dei nemici, la malattia non è di certo tra questi. E’ costume abituale della propaganda indicarci potenziali pericoli, mostrarci presunti nemici, proponendoci poi la strada giusta per combatterli, che significa farci fare quello che vogliono i burattinai. Un recente esempio è l’oscena nuova normativa sulle vaccinazioni obbligatorie, instaurata in Italia in obbedienza a un diktat di BigPharma, che usa il nostro paese come un laboratorio per testare la realizzabilità dei suoi loschi progetti, approfittando di un difetto di coscienza civile e di capacità di mobilitazione sociale che lo contraddistingue rispetto a altri. Per riscuotere un certo consenso popolare hanno messo in campo i loro esperti, una task force di cialtroni sbraitanti fesserie spacciate per scienza, tipo il comico concetto dell’immunità di gruppo, a cui molti nella massa ignorante non potevano non dar credito. Per campare senza prendere troppe fregature, è essenziale saper distinguere gli amici dai nemici. Essendo sovente portati – per motivi in parte oscuri – a forme palesi di autolesionismo, talora ignoriamo questa sacrosanta regola, prendendocela con chi non ha nulla contro di noi, e fidandoci di chi non dovremmo. In letteratura, Il buio oltre la siepe e il bellissimo Colombre di Buzzati rappresentano con efficacia questo genere di attitudini. L’argomento è trattato anche qui.
Arrivati a riconoscersi nell’idea che la malattia non è nostra nemica, il secondo punto importante è che dobbiamo accettarne la presenza, finché durerà, con l’animo sereno. Se c’è, non v’è dubbio che ce la siamo meritata. Stare a lagnarsene non è che ipocrisia, e allontana dallo scopo. Qui la difficoltà è data dalla sofferenza, che può offuscare la mente e evocare emozioni negative, come paura e impazienza. La malattia va vissuta come uno dei tanti aspetti del nostro essere al mondo, senza perdere la tranquillità e senza l’ansia di uscirne subito. Per forte che possa essere il dolore che ci provoca, per profonda che sia la depressione che ci induce, dobbiamo sforzarci di non farne un dramma, e non smettere nonostante tutto di pensare positivo.
Riuscendo a costruire le condizioni di cui sopra, superare la malattia non è per nulla difficile. E’ eminentemente questione di fiducia, in teoria potremmo farlo con un semplice atto di volontà. In pratica – non essendo quasi mai tanto moralmente solidi – si tratta di trovare gli appigli adeguati, nelle idee e nei comportamenti. La più valida delle prime è la consapevolezza che siamo naturalmente portati a guarire. A differenza di tutte le altre che conosciamo, la nostra macchina è in grado di ripararsi da sola, una volta che ce ne siano i presupposti. Anzitutto l’intelligenza, capire quel che ci accade e soprattutto perché accade. Chiarito tale aspetto, dobbiamo essere certi di volerlo davvero, di avere le sufficienti motivazioni. La terza condizione è la capacità di mettere in campo le opportune risorse, sia quelle personali, sia quelle che ci offre la natura (e eventualmente anche l’industria del farmaco, che a volte può tornare comoda). Né i rimedi naturali né tantomeno quelli artificiali sono indispensabili. Il loro più grande valore è di darci qualcosa in cui credere, un alimento per l’ottimismo. Se poi hanno anche una loro intrinseca efficacia, pur non essendo il dato decisivo, tanto meglio. Quel che è invece indispensabile è adottare i giusti comportamenti, fare cioè tutto quello che può riassumersi nell’espressione curare la salute. Diversamente, non si può pretendere di andare molto lontano.
Riepilogando: la malattia è una situazione che va: 1, accettata; 2, vissuta; 3, superata. Per darle uno sbocco positivo dobbiamo rimuovere ogni paura, dimenticare i messaggi che la propaganda del mercato ci ha ficcato in testa tutta la vita, aver fiducia in noi stessi, impegnare le capacità che tutti possediamo. Come accennato, un percorso costruttivo è fatto di intelligenza, ricerca di un’adeguata motivazione, utilizzo delle opportune risorse.

 


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