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Significati affettivi

 

Un aspetto essenziale, nella personale malattia di ognuno, è il valore che assume nelle sue dinamiche affettive. Rappresentandoci l’anima come un luogo fisico, una rete complessa di sentimenti, emozioni, percezioni, immagini della realtà, contestuali e mnemonici, che posizione va a occupare, che relazioni contrae questa speciale, spiacevole manifestazione dell’essere? Ognuno vive la malattia a modo suo, secondo quel che è e quel che sa. Si possono tuttavia individuare modelli generali, corrispondenti alle modalità più consuete (le analogie di specie superano comunque le differenze individuali). La malattia può così essere – soggettivamente – un simbolo, un’autopunizione, un rifugio, un’ancora di salvezza, una valvola di sfogo, un alibi, un’abitudine, una ragione di vita, uno strumento di ricatto (in genere è un po’ tutte queste cose contemporaneamente).

Una prima valenza di rilievo è quella simbolica. Il nostro rapporto con la realtà è fatto di simboli. Lo sono i segni con cui scriviamo le parole, lo sono le parole stesse che pronunziamo, sono simboli i concetti che quelle parole racchiudono. L’aspetto simbolico è spesso immediatamente evidente nella genesi e nell’espressione della malattia. L’esperienza indica con chiarezza come ogni funzione del corpo sia decisa dalla mente. Dal pensiero razionale e – ancor più – dalle risposte emotive. Noi siamo anzitutto quello che pensiamo, quello che sentiamo. Si guardi il sistema immunitario. Questo fantastico strumento, che definisce e protegge la nostra specificità individuale, è evidente nell’esperienza clinica come sia sotto il pieno controllo del sistema nervoso. Nel bene e nel male. Quando attiviamo le reazioni riparative a seguito di un trauma, o le risposte infiammatorie all’esposizione a tossine ambientali, o al contrario, quando manifestiamo un disturbo autoimmune. Nel primo caso, il ripristino dell’omeostasi è rapido e completo se l’equilibrio emotivo è stabile. A riprova del concetto sacrosanto che l’ottimismo è la cura più importante. Nel caso dell’autoimmunità, esprimiamo una malattia innescando, attraverso un’immunorisposta patologica, un meccanismo autodistruttivo, corrispondente a una rottura di quello stesso equilibrio. L’autoimmunità ha un’intrinseca, potente valenza simbolica. E’ l’autopunizione, per le vicende che ci generano un senso di colpa. Il castigo per aver peccato. Dove la fiducia, l’autostima, son venute meno. Riusciamo anche a rendere la cosa palese, nella deformità delle articolazioni dell’artrite reumatoide, o nelle lesioni deturpanti della psoriasi o del Lupus. Icastico, no? Una paziente manifestò un carcinoma cutaneo negli esatti punti dove il padre le aveva rivolto le sue moleste attenzioni. Un altro una dermatite squamosa, a cercare di nascondere una parte del suo corpo sede di un neo che non riusciva a accettare. L’elemento simbolico è emergente nelle malattie di tantissimi pazienti.

Ho seguito persone che hanno fatto una vita da cani, malate fin dall’infanzia, cronicamente sofferenti, senza praticamente un giorno di pieno benessere in un’intera esistenza. Una tale anomalia, che ho fatto fatica a capirne il perché (io devo sempre dare un senso al disturbo del mio paziente. Sennò il mio lavoro mi sembra inutile). Sono giunto alla conclusione che la cosa che giustificava la loro malattia era un tratto dell’animo: una sensibilità, una purezza, un innato candore che non poteva conciliarsi colle consuetudini, col cinismo del mondo delle banche. Nient’altro (evidentemente al mercato basta un piccolo pretesto per distruggere chiunque). Come è facile ammettere, riflettendoci un attimo, sono caratteristiche che accomunano tanti individui. E’ difficile ipotizzare uno sbocco positivo, una speranza di equilibrio, di serenità, per la vita di persone così. L’esito per loro più probabile, la soluzione per poter sopravvivere, è un viaggio in terza classe, un’esistenza grama, dove i momenti di gioia saranno una rara eccezione. Tutto per l’unica colpa di essere speciali, in qualche modo migliori degli altri, di avere potenzialità che non potranno mai esprimersi nell’ambiente sociale dove si son trovati a vivere. In situazioni come queste, la malattia è una sorta di cilicio, una perpetua autopunizione per il peccato di una nobile diversità. Un fattore di bilanciamento. L’unico che possa compensare uno squilibrio etico. E’ impossibile non capirlo: senza il denaro, senza il mercato, saremmo tutti più ricchi. Questo breve racconto di Buzzati, di pietrificante bellezza, rende bene l’idea.

La malattia è un fenomeno naturale. Una situazione – seppur spiacevole – dove possiamo riconoscerci per quello che siamo, allontanando il mondo delle banche e la vita che ci condanna a fare. Non deve quindi sorprendere che – in determinate circostanze – il nostro organismo l’esprima per concederci una pausa, rispetto a una routine che ci sta pesando troppo. Uno spazio dove recuperiamo il senso delle proporzioni, dove possiamo ricordarci chi siamo, e quali sono le cose realmente importanti. La malattia diventa un porto, un rifugio sicuro, dove trovare riparo dalle burrasche della vita. Un luogo familiare, perché nella nostra memoria atavica, in qualche modo per questo rassicurante. E’ un aspetto più o meno riconoscibile in tutte le condizioni morbose. Ne sono esempii tipici l'”influenza” del professionista stressato dal lavoro, o quella dello studente che non si sente di affrontare la pressione di un’interrogazione.

Gestire un dispiacere, la perdita di una persona cara, la separazione da chi ci si aspettava potesse accompagnarci per il resto della vita, la fine di un’attività dove ci si era sentiti realizzati, a volte può essere al di sopra delle nostre forze, fino al punto da assorbire gran parte dell’energia vitale, portando a un punto critico la sopravvivenza stessa. La malattia può in questi casi significare un’ancora di salvezza, un salvagente biologico, che può farci superare il momento di difficoltà. Come dice Saffo ἀλλὰ πὰν τόλματον, “ma tutto si può sopportare”. E’ la natura, che ci tiene in vita anche pagando il prezzo della sofferenza fisica.

Accade di frequente che un disagio dell’animo, insorto all’improvviso, magari in seguito a dissapori familiari, o accentuatosi nel tempo, ad esempio per preoccupazioni legate al lavoro o ai comportamenti dei figli, crei un accumulo di “energia negativa”, che arriva a mettere in crisi l’equilibrio vitale dell’organismo. In questi casi, una malattia – anche acuta e di breve durata – può rappresentare una vera e propria valvola di sfogo, con cui scaricare quella negatività. Una sorta di reset biologico, nell’esperienza comune di tante persone.

A volte ci aggrappiamo a ogni pretesto, per giustificare a noi stessi la nostra inettitudine, il difetto di volontà, il non sentirci all’altezza. Come la volpe con l’uva: nondum matura est. Quello dell’alibi è uno dei significati più ricorrenti nella soggettività della malattia. “Non è che non voglia, è che non posso”. Il malessere fisico chiude ogni discussione, è un argomento senza repliche. La scusa perfetta. La migliore consolazione della paura di vivere. La tiriamo in campo molto più spesso di quanto mai ammetteremmo. Certo, per lo più inconsciamente, non per volontà deliberata. Ma che il confine tra conscio e inconscio sia davvero così netto è tutto da discutere. Nelle continue contraddizioni – spesso ipocrite – che costellano la nosta vita, accade anche di portare al Pronto Soccorso la nostra malattia, ignari che – nella fattispecie – la malattia è il Pronto Soccorso.

Nelle condizioni croniche, può accadere che la malattia sia presente nella vita di chi ne è affetto, al punto da entrare a farne parte in modo permanente. Lo star male diventa così un’abitudine, cui non si riesce più a rinunciare. Ogni forma di cambiamento è sempre uno stress per l’organismo. Lo è anche la guarigione, dopo una lunga malattia. In difetto di motivazioni, più spesso di quanto verrebbe da pensare alcuni scelgono di perpetuare la sofferenza fisica, piuttosto che cercare di guarirne. La malattia diventa la personale normalità. Magari si continua a lagnarsene. Ma l’idea stessa che possa venir meno crea uno stato d’ansia inaccettabile, e non è in alcun modo considerata. C’è anche chi va oltre. In determinate circostanze, la malattia non è solo uno stato abituale. Ma assorbe le risorse del malato al punto da diventare una ragione di vita, a volte quella principale. La giornata è scandita dalle incombenze delle “cure”, che condizionano ogni scelta e ogni azione, in un disegno armonico e coerente. Una vera e propria morbodipendenza, a suo modo anche gratificante. Per persone che la prendono così, la guarigione equivarrebbe a morte certa.

Lo stato di malattia, oltre a condizionare il quotidiano di chi ne soffre, influisce necessariamente sui suoi rapporti affettivi e sociali. In tanti casi il malato ne fa pesare la presenza per raggiungere uno scopo, trasformandola in uno strumento politico. Nelle dinamiche familiari è all’ordine del giorno: “sto male, fallo tu”, “conosci le mie condizioni, decidi di conseguenza”, “siccome son malato, la nostra è una scelta obbligata”, “guarda come sono ridotto, se non mi aiuti sei un (una) vile”. L’arma perfetta del ricatto morale, al punto che il potere che genera può far premio sul desiderio di guarire.

Quello del vissuto personale non è un aspetto neutrale della condizione di malattia. In quanto espressione della vita, questa è direttamente connessa a tutte le altre, modificandole e essendone modificata in una relazione dinamica. Come è ovvio, l’evoluzione dello stato morboso è strettamente dipendente da tali interazioni, che vanno tenute in debita considerazione quando si intraprenda un percorso di intelligenza e di cura. Ancora al riguardo dei significati affettivi, va sottolineato come le limitazioni indotte dalla malattia diano la gratificazione dello stato di necessità, affrancando la persona da molte incombenze di ordine morale. Nel contesto sociale che viviamo, col Grande Fratello che non perde occasione per sussurrarci “non ti preoccupare, ci penso io”, e lo schiavo è incoraggiato a essere un burattino senza capacità decisionale, la tentazione di adagiarsi nel ruolo di malato è sensibile. Non dimentichiamolo, quando stiamo male e dichiariamo di voler guarire: la salute è la dignità della vita. Ma ne è anche la responsabilità. Esserne all’altezza, nel mondo in cui le banche fanno l’uomo “homini lupus“, non è cosa semplice.

La paura della malattia

 


4 commenti

  1. Molto interessante e ricco di spunti su cui riflettere, come del resto altri articoli che via via vado leggendo. Ieri ero con un’amica che purtroppo da tempo sta soffrendo di vari disturbi fisici e di depressione. A proposito di quest’ultima quale potrebbe essere il suo significato, amesso che sia unico, nell’ottica di “malattia = porto sicuro, rifugio, autopunizione, ragione di vita etc.? La depressione non immobilizza, togliendo la forza , l’energia, l’ottimismo necessario alla vita? Come può essere vista come un fenomeno necessario ala sopravvivenza quando talvolta è invece causa di morte per suicidio?

    • Gentile Giuliana, la ringrazio del suo favorevole giudizio. Mi auguro che la sua amica non sia sul punto di uccidersi. La depressione non è una malattia. Ma uno stato d’animo, che tutti possono a momenti provare. Alcuni – come il sottoscritto – ci convivono serenamente. Ma, quando le si consente di raggiungere un grado tanto elevato da influenzare pesantemente il quotidiano, può creare una sofferenza pari a quella di uno stato morboso anche grave. In effetti, le due condizioni hanno molti punti di contatto, e si possono interpretare con criteri analoghi. Si può dire che siano modi differenti di reagire a un disagio profondo della vita, che possono tra l’altro condividere tutti i significati che lei cita. Sono entrambi fenomeni personali, che vanno letti nel singolo individuo che li esprime, e dove ogni generalizzazione allontana dalla verità, sebbene i meccanismi siano simili per tutti (apparteniamo alla stessa specie, e le funzioni vitali di fondo sono le medesime). Di fronte a una contingenza della vita che – in un certo momento – ci appare insopportabile, la depressione può consentirci di reggere quel peso, sia pure soffrendo. Come vale per la malattia, non sempre si può viverla per un tempo indefinito, perché l'”energia vitale” non è illimitata, e va sempre alimentata con esperienze positive e gratificanti. Anche il solo stare al mondo può avere queste prerogative. Ma in questo senso siamo forse troppo “viziati “, o forse l’essere costretti entro esistenze tanto lontane dalla nostra natura ci impedisce di apprezzarne il valore. In ogni modo, le risorse per venir fuori dalla malattia come dalla depressione le abbiamo di sicuro. Si tratta anzitutto di trovare una motivazione per volerlo fare, poi di individuare la strada giusta da percorrere. Può essere facile o più o meno difficile, a seconda di chi e di come siamo. Rivolgersi a un'”esperto” è immancabilmente deleterio: riceveremo una diagnosi, che ci porterà fuori strada, spesso irrimediabilmente, sovente deleteri psicofarmaci che ci trasfomeranno in inconsapevoli drogati, soprattutto ansia e pessimismo, le ultime cose di cui, nella difficoltà, abbiamo bisogno. Esattamente come la malattia, la depressione va prima accettata senza farne un dramma, poi vissuta per il tempo per cui ci è necessaria (assolutamente non definibile a priori), infine superata, quando ne avremo compreso le cause e raggiunto forza e consapevolezza adeguate per neutralizzarle. Vivere non è facile per nessuno. Ma se non impariamo anche a ridere – ogni tanto – dei nostri drammi, può essere un vero inferno. Una volta una paziente, piena di problemi e emotivamente non d’acciaio, mi fece notare come chi cerca il suicidio lo faccia per il proprio bene, come la scelta per lui più vantaggiosa in una determinata situazione. Ha senso, come ne ha drogarsi di eroina, che dà uno stato d’animo di benessere e di felicità. Ma la dignità della vita – che è sempre un’esperienza che merita di esser fatta – non contempla nessuna delle due opzioni.

  2. Grazie mille della risposta. Fortunatamente la mia amica é ancora viva. E le ho inviato anche il link del suo sito.Però mi chiedo : allora non è vero che la depressione toglie la volontà? La capacità di reagire? Secondo alcune teorie che ho letto mancherebbero delle sostanze che normalmente il nostro cervello produce , da qui la necessità di utilizzare anche dei farmaci.
    Grazie ancora della cortese attenzione.

  3. Grazie della replica. Per capire esattamente i termini della problematica, si tratta di definire situazione, cause e conseguenze. Se se ne osserva solo un aspetto, separato dagli altri, si può proporre qualunque tesi. Ma non si arriva a conclusioni plausibili. Per la mia esperienza, depressione – come ogni termine riferibile a qualsiasi malattia – è una parola, cui si può dare un senso coerente solo contestualizzandola nello specifico. Diversamente, ogni significato è buono, in relazione ai criteri che per convenzione si decide di adottare. Se non si utilizzano concetti che esperienza e senso comune indichino come verosimili, si sostiene una posizione ideologica, anziché perseguire la verità. La medicina rappresenta le malattie come se queste fossero soggetti autonomi, dotati di volontà e capacità di agire, come persone in carne e ossa. E’ lo stesso di quando ci si riferisce allo Stato, o a un certo ente amministrativo rivendicando un proprio diritto, che quelli avrebbero leso. Ma anche un bambino può capire quanto atteggiamenti del genere siano ridicoli: lo stato, il ministero, la malattia intesi in questo modo non esistono; percjò non danno e non tolgono niente. Come vale per la malattia, anche nel caso di disagi emotivi non ha senso dire che “vengono”. E’ molto più ragionevole vederli come condizioni che l’organismo esprime, che scaturiscono dal suo interno. In particolare per gli stati dell’animo, che sono squisitamente soggettivi, appiccicare un’etichetta (ansia, depressione, bipolarità, schizofrenia etc.) è un atto del tutto arbitrario, utile magari per fini processuali o politici (loschi in ogni caso), improponibile per il benessere di una persona. Per le malattie esistono criteri diagnostici obiettivi, che almeno permettono un accordo sulla tipologia del fenomeno. In psichiatria sono opinioni, come dire il verde è giusto e il rosso è sbagliato: pure pagliacciate. Tenendo i piedi per terra, stabilito che ognuno ha le sue individuali emozioni, e che a volte queste possono più o meno corrispondere alla generica idea di depressione, è chiaro che le dinamiche del disagio sono affatto personali. L’eventuale mancanza di neuromediatori (strombazzata per interesse, perché non è per niente agevole stabilire con certezza questi aspetti fisiologici, e ognuno tira l’acqua al suo mulino) può essere una delle tante conseguenze del fattore iniziale, il significato delle quali – per quel che può contare – resterà probabilmente oscuro. La cosa certa è che l’organismo, se ha creato quella carenza, è anche in grado di risolverla, quando il soggetto supererà le cause del malessere. La necessità di usare farmaci è solo nella propaganda di chi ha interesse a venderli e a rimbecillire la gente. Ma con tutto questo la salute non ha nulla a che vedere: è esclusiva materia delle banche.

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