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Significato biologico

Capogrossi

 

La complessità delle funzioni di un organismo vivente, da quelli unicellulari ai miliardi di cellule che costituiscono ognuno di noi, è qualcosa cui possiamo avvicinarci solo con l’immaginazione. Chi ha progettato la vita, come noi la conosciamo, disponeva di strumenti e conoscenze da cui gli esseri umani sono ancora ben lungi. Ma anche un’intelligenza di tale livello non poteva prevedere con esattezza tutte le possibili varianti delle situazioni che avrebbero potuto presentarsi. La genialità del progetto è proprio quella di potersi adattare alle diverse contingenze, mediante comportamenti autonomi, non programmabili a priori. A un livello infinitamente più semplice, è quello che avviene coi computer, che rispondono in determinate situazioni secondo modalità sconosciute a chi li ha concepiti. Gli algoritmi del più moderno calcolatore sono preistorici, in confronto a quelli che fanno funzionare noi. Dovremmo rifletterci, e avere tanto rispetto di quello che siamo.
Abbiamo ogni indizio per ammettere che la condizione normale di un organismo vivente sia quella del benessere. Obiettività e buon senso possono anche realisticamente farci pensare che la variabile della malattia sia un’opzione programmata nel nostro genoma. Se non in ogni più minuta espressione, sicuramente come modalità generale di reazione. Sono convinto che una medicina realmente utile agli esseri umani dovrebbe valutare ogni individuo, ogni piccolo bambino, in questo senso. Il prima possibile. Se le caratteristiche individuali sono specifiche per ognuno, e la malattia è una di queste, allora ognuno di noi, tra i tanti tratti che lo contraddistinguono, nasce anche con la sua malattia. Il medico – quello di oggi, non del prossimo millennio – potrebbe riconoscerla in base ai dati clinici e soprattutto alla familiarità, e informarne il paziente. Sapere – se dovrà accadere – di cosa ci si ammalerà, è certamente un enorme vantaggio. Si potrebbe fare, routinariamente, e sarebbe un atto di vero progresso.
Perché – pur così perfetti – ci ammaliamo? Dove nasce la necessità della malattia? Le evidenze ci dicono che il fenomeno si manifesta quando affrontiamo particolari circostanze di difficoltà, di disagio interiore, che turbano l’equilibrio consolidato della vita [l’argomento è trattato in dettaglio qui]. Questa corrispondenza è nell’esperienza di qualunque medico (che si sia preso la briga di fare due domande al paziente!), è pressoché costante e non si può mettere in discussione. Spiegarla – in termini biologici – è possibile solo speculativamente, attraverso pur ragionevoli ipotesi. Qual’è dunque il motivo per cui, in momenti di crisi, la nostra sopravvivenza ci costringe a esprimere la malattia? Se questa condizione è necessaria, qual’è la logica che la giustifica? Potremmo supporre che la comparsa di una manifestazione fisica sia il prezzo da pagare perché l’organismo abbia la disponibilità delle risorse necessarie per sopportare la contingenza sfavorevole. Ipotizzando l’esistenza di un patrimonio di qualche forma di “energia vitale”, sostanzialmente costante, potrebbe trattarsi di una dinamica di risparmio: l’energia richiesta verrebbe sottratta ad altre funzioni organiche. Le parti dell’organismo geneticamente più suscettibili (quelle esposte alla personale malattia) esprimerebbero di conseguenza il disturbo. Una simile interpretazione del fenomeno, seppure coerente con quanto dato di osservare, è solo teorica. Non disponiamo di elementi obiettivi che possano sostanziarla. Wilhelm Reich, che ha provato a raccoglierne, non ha fatto una bella fine. Possiamo supporre che una visione di questo tipo non sia gradita ai venditori di “rimedi” di ogni genere. Nondimeno, è difficile postulare nulla di altrettanto plausibile.

Le cause delle malattie


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