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Il concetto di malattia nel sentire comune

Roma, 16 novembre 2013 – Dott. Antonio Piga

Ringrazio l’amico Dott. …….. per avermi invitato a trattare questo interessante argomento, e tutti i colleghi e pazienti che hanno voluto intervenire oggi..

(Prof. Peter A. Miescher)1

Questo incontro si svolge in occasione del 90° compleanno del Prof. Miescher, e vorrei iniziare la mia discussione partendo da un dato che ho appreso da lui. E’ esperienza, mia e di tutti i colleghi che seguono i disturbi autoimmuni nella loro pratica clinica, il riscontro anamnestico di circostanze speciali che occorrono nella vita dei pazienti, in occasione dell’esordio o delle recidive della loro malattia. Parliamo di eventi spiacevoli, come un lutto, una separazione sofferta, un trauma fisico, o un periodo di stress, lavorativo, familiare o di altra natura. Racconti di questo genere sono, se non una regola, comunque tanto frequenti da non poter essere ignorati. Discutendo di questo tema col Prof. Miescher (che ha cultura e esperienza impareggiabili, è per me una sorta di enciclopedia della medicina, ha sempre una risposta adeguata a ogni quesito), gli domandai se da osservazioni di questo genere fosse mai scaturito un filone di ricerca, finalizzato a capire in che modo le funzioni del sistema immunitario fossero influenzate dall’emotività, dalle condizioni psichiche dei pazienti. A parte la delusione dovuta a una risposta negativa, circa l’esistenza di studi di tale natura, il professore – che ha una capacità unica di cogliere immediatamente il cuore dei problemi – mi regalò una perla, uno di quei tesori di conoscenza che è solito elargire a chi ha il privilegio di interloquire con lui. Mi disse questo:

 

lo shock anafilattico non si verifica se il paziente è in narcosi”.

 

Questa semplice frase, proposta anche come un suggerimento per la mia pratica clinica, ha implicazioni così sostanziali, da poter schiudere un intero universo di conoscenza, di lettura dei fenomeni biologici. La mia reazione fu un misto di stupore, incredulità, entusiasmo intellettuale e ovviamente riconoscenza. Mi sentii gratificato nel profondo, ricco come non mai, lo ringraziai per 10′ buoni.
Perché sentivo di aver fatto un salto di qualità nell’intelligenza del fenomeno malattia.
Per definire il sentimento della maggior parte delle persone nei confronti della malattia, non ci vuole un grande sforzo. E’ per lo più questo2
E questi sono i più comuni strumenti cui la gente è portata a ricorrere a scopo di profilassi

 

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Analizzare i motivi profondi di questo atteggiamento sarebbe interessante. Ma – in questa occasione – possiamo prenderlo come dato, e cercare di approfondire altri aspetti della questione.

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Questo è un posto qui vicino, che cito per motivi affettivi, in quanto è il luogo dove – fra tanti – anch’io ho fatto i miei studi. Ma, in questa occasione – voglio citarlo come simbolo di tutti i centri universitari di medicina. Perché ho la sensazione di un’incongruenza, di una lacuna, comune a tutti gli istituti accademici del ramo. In realtà il fenomeno malattia – oggetto di una quantità di studi che non ha forse riscontro in nessun altro campo delle attività umane, che viene analizzato nei centri di ricerca di tutto il mondo, con strumenti sofisticatissimi, fino al livello delle reazioni molecolari, per capirne tutti i meccanismi, e inventare i modi per correggerne le ipotetiche anomalie – non è a nostro avviso compreso del tutto nella sua più profonda essenza. In questo sforzo si utilizzano risorse, materiali e umane, di portata straordinaria. Diciamo che la lotta alle malattie è uno degli impegni più importanti – e più costosi – dell’umanità intera. Ma questo genere di cultura scientifica che idea propone del significato della malattia? A quanto sembra, nessuna in particolare: la malattia si dà per scontata, e la cosa finisce lì. A nessuno studente di medicina viene fornita un’idea preliminare, una nozione plausibile, in termini biologici, sulla natura della cosa cui dedicherà il resto della sua vita, e le sue migliori risorse. Nessuno gli dice: la malattia consiste in questo, viene per questi motivi, ha questo significato. Non sembra una lacuna da poco. Badiamo bene: non parlo di quanto riportato nel paragrafo “etiologia” presente in tutti i trattati e manuali di patologia e clinica per ogni singola malattia. Lì vengono descritte circostanze, condizioni predisponenti, presunti agenti eziologici. Non ci troverete mai una spiegazione realistica del perché – in situazioni analoghe – uno si ammala e altri due no.
Ho cercato una definizione accettabile del concetto di malattia, tra quelle esistenti. L’OMS, nel suo statuto, non la dà. Descrive quello di salute, lasciando dedurre che la malattia è assenza di questa. Ho guardato i dizionari più in voga, che più o meno danno la stessa descrizione. Questa è del dizionario Treccani:

Lo stato di sofferenza di un organismo in toto o di sue parti, prodotto da una causa che lo danneggia, e il complesso dei fenomeni reattivi che ne derivano

gli altri dicono cose del genere. Si noti che il contenuto di informazione su quanto viene definito è davvero scarso, al limite – e forse oltre – il banale. Dire allora che la malattia è la cosa che dà lavoro a medici e farmacisti, oppure che è ciò che porta alla morte, o che è uno dei più frequenti argomenti di conversazione sarebbe altrettanto lecito, e altrettanto inutile all’intelligenza.

La malattia è la risposta immediata che il cervello fa partire in seguito ad un conflitto biologico, cioè un evento inaspettato…

La risposta/malattia all’evento sconvolgente è parte di uno speciale ‘programma biologico’ naturale (SBS: programma speciale, biologico, sensato) finalizzato alla sopravvivenza.
(Ryke G. Hamer)

Qui siamo in un altro terreno. E’ la definizione di un eretico, che ha proposto idee diverse sul fenomeno, molte delle quali a mio avviso opinabili. Ma ha un contenuto di informazione su cui merita soffermarsi. Il Dott. Hamer presenta una visione della malattia che appare coerente con l’esperienza clinica e con quanto a tutti è dato di osservare: la malattia è la reazione a fattori – di una determinata natura – in grado di attivarla secondo un preciso programma biologico. Dunque

La malattia è una necessità biologica.

Questa interpretazione è molto in accordo con l’esperienza della realtà che tutti condividiamo, dove il caso è solo un concetto di comodo, una nozione convenzionale, usata per descrivere fenomeni complessi, nei quali è praticamente impossibile individuare ogni singolo fattore causale.

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Dunque l’idea che tutti hanno, della malattia che piove dal cielo quando meno te l’aspetti, lo spauracchio imprevedibile e maligno contro cui devi essere pronto a combattere, è palesemente falsa, in quanto contraria a tutto ciò che il senso comune può concepire, all’esperienza di ognuno di noi.

La malattia è un fenomeno sensato

Se la malattia è la conseguenza di un programma biologico, in quanto tale finalizzato alla sopravvivenza e al benessere, e se non viene mai a caso, e al contrario è un evento necessario, attribuibile a fattori precisi e riconoscibili, sarebbe logico iniziare a vederla con occhi diversi. Non più

Malattia = nemico da combattere

bensì

Malattia = manifestazione da capire in tutti i suoi significati

e

Malattia = evento finalizzato al nostro benessere

Se tutto questo è razionale e coerente, viene da domandarsi del perché di un vuoto culturale – quello sul significato biologico della malattia -, che coinvolge sia il pensiero comune che il pensiero della medicina.
Ogni ipotesi è lecita. Una delle più verosimili attribuisce la responsabilità a questo

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un’altra a quest’altro

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secondo altri la causa è invece questa

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Scherzi a parte, non ci sono dubbi che le logiche del mercato, nel quale tutti gli esseri umani si trovano a vivere, condizionino non solo i comportamenti, ma anche le visioni, il pensiero delle persone. A maggior ragione se parliamo della malattia, fenomeno nel quale le componenti emozionali – in primis la paura – giocano un ruolo tanto importante. Il buon senso è una risorsa che ci stiamo sempre più disabituando a usare. Se poi c’è il carico dell’ansia, servirsene diventa pressoché impossibile, a tutto vantaggio di chi ha interesse a costruire un lucro sulle nostre debolezze.

Medicina della malattia=mercato

Medicina della salute=progresso

Ci sono rimedi a questa situazione? Possiamo guardare al futuro della nostra salute con ottimismo, a prescindere dallo sviluppo di nuovi farmaci, che – stranamente – sono sempre più costosi, e non in tutti i casi proporzionalmente efficaci? A nostro avviso si, se la medicina sarà capace di evolversi da una cultura della malattia a una della salute, che proponga idee e modelli di comportamento maggiormente coerenti con quello che siamo, con la nostra natura.
Concludo con una frase cui sono particolarmente affezionato. E’ ciò che ogni grande maestro – come senz’altro è per noi Peter Miescher – ha il diritto di rivolgere ai suoi allievi:

Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (Giovanni 8,32)

E’ il Vangelo di Giovanni, chi la pronunciò è forse il più grande di tutti, ed è attuale oggi più che mai.

Vi ringrazio per l’attenzione.

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