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Cancro

Cancro

Più che a una malattia in senso stretto, il termine cancro si riferisce a una modalità reattiva della materia vivente, come possono essere l’infiammazione, la degenerazione, l’atrofia. E’ dunque un concetto che attiene più alla patologia generale che non a quella speciale (lo studio delle singole fattispecie morbose). Sebbene ad esempio il cancro del cervello sia un disturbo totalmente diverso da quello del testicolo o da un linfoma, nel linguaggio e nel pensiero comune si utilizza la stessa parola, attribuendole implicitamente un medesimo significato. Volendo parlare del cancro come unico fenomeno, possiamo per semplicità adottare un approccio analogo. Dunque: cos’è, cosa sappiamo del cancro? Cominciamo col precisare che se ne sa molto meno di quanto si dica. Anzi, a mio avviso la medicina, con tutti gli strombazzamenti sui progressi del presunto grande sforzo di ricerca, in atto da decenni, in realtà non ne sa proprio un accidente. Nel senso che l’idea di fondo che fa da pretesto a tutti gli studi è completamente campata in aria. Ci raccontano (e ci insegnano) che – per i soliti misteriosi motivi che originerebbero tutte le malattie – una cellulina aberrante inizierebbe a moltiplicarsi in modo incontrollato, dando luogo a masse di tessuto anomalo, capaci anche di diffondersi e crescere in distretti lontani da quello iniziale attraverso il sangue, mettendo più o meno rapidamente in crisi le funzioni organiche, fino a generare la morte. Sono chiamati in causa, come fattori “etiologici” più o meno probabili, un’infinità di elementi chimici, ambientali, alimentari, dal catrame all’amianto, dai radicali liberi ai raggi ultravioletti alle scorie di lavorazioni industriali di vario genere. In che modo i presunti agenti nocivi lavorerebbero sulla materia vivente per creare la malattia è oggetto di ipotesi e di eterni “studi”. E’ stato coniato il termine “cancerogeno”, riferito a ognuno di quei fattori, il cui elenco sempre in crescita comprende ormai buona parte di tutto quello che si trova sul nostro pianeta. La paura della gente aumenta in proporzione (e il mercato ne gioisce). Una visione di questo tipo è coerente con l’attitudine della medicina nei confronti delle malattie in generale, quella di una pretesa oggettività nell’intelligenza dei fenomeni biologici, come questi fossero materia di fisica meccanica: si “analizza” in ogni dettaglio – dal livello sintomatologico a quello molecolare – la sequenza degli eventi, e si cerca un “colpevole”, un elemento malvagio e incontrollato che casualmente la determini. E’ lo stesso processo attuato per le malattie infettive, dove l’unico responsabile è sempre il germe “cattivo”, messo lì dal demonio, ché non ha di meglio da fare. Una completa cecità biologica, figlia dell’idiozia, largamente sfruttata dal mercato. Con un minimo di informazioni derivanti dall’esperienza, il buon senso di un bimbo di quattro anni basterebbe a chiarire che una lettura di questo tipo è una favoletta estranea a ogni logica, da mettere sullo stesso piano di Hansel e Gretel e Giovannin senza paura, con la differenza che questi ultimi sono dignitose espressioni della fantasia, con qualità simboliche e letterarie. Se la “scienza” non sa raccontarci altro, proviamo a capirci qualcosa usando strumenti intellettuali più sani. Confrontiamo lo spauracchio con una condizione che non spaventa più di tanto neanche l’ipocondriaco più tetragono. Confrontiamo il cancro e il raffreddore. Per quanto possa starnutire, nessuno è istintivamente portato a ritenere che i sintomi che manifesta possano essere l’anticamera della tomba. Il raffreddore è un disturbo per tutti banale, un incidente di percorso che si accetta facilmente, senza drammi, essendo certi che regredirà in tempi ragionevoli, e non rappresenta in alcun modo un pericolo. Come discusso (qui) il modo in cui pensiamo la malattia può da solo deciderne l’esito. Nella formazione “tecnica” dei medici c’è una regola fondamentale: quando si diagnostica un disturbo, quale che sia, la prima ipotesi da vagliare e da escludere è quella del cancro. Siamo stati educati a cercarlo davanti a ogni altra cosa, come il nemico numero uno, e a impegnare in tal senso ogni possibile risorsa “diagnostica” (che senso poi abbia la pretesa di capire tutto esaminando al microscopio un campione di tessuto o qualche cellula isolata è un discorso che meriterebbe più di un approfondimento). Se la medicina la vede così, lo faranno necessariamente anche i pazienti, che non ne sanno nulla. Di qui il folle terrore che pervade chiunque riceva la fatale diagnosi. Sapendo quanto il pensiero influenzi espressione e decorso delle malattie, ipotizziamo un altro scenario: se il cancro non avesse la reputazione che tutti sappiamo, se il medico, anziché darne l’annuncio al malato con l’espressione funerea di chi osserva un condannato, lo facesse dicendo “non si preoccupi, nulla di grave, ha solo un cancro”, sorridendo e parlandone come fosse un raffreddore, come potrebbero cambiare le cose? Ho visto in tanti anni troppi casi di persone in buona salute, morte in tempi anche brevissimi dopo aver ricevuto una diagnosi di cancro non richiesta, per non pensare a un nesso diretto tra quella notizia e i successivi eventi. Ci si chiederà: “è mai possibile che la sola idea di avere un disturbo grave, il dubbio che vi sia un limite definito alla propria sopravvivenza – anche se l’organismo non segnala nulla in tal senso –, la paura della fine imminente possano arrivare a ucciderci? A mio avviso si, e sono convinto (come già da altri affermato) che questa sia, in ordine cronologico, la prima causa della morte per cancro. Normalmente non dovrebbe accadere: che una persona che si sente bene, e ha funzioni organiche normali, possa entro sé covare un male occulto e misterioso, pronto a esplodere e a sopprimerlo alla prima occasione, è un’idea contraria alla logica e all’esperienza che tutti abbiamo della vita (è al contrario perfettamente coerente con questa il principio fondamentale che se uno si sente bene, vuol dire che sta bene, checché vengano a raccontargli). Anni fa ho seguito un paziente già ultrasettantenne, con diagnosi di carcinoma del colon, cui il chirurgo, dopo avergli aperto e richiuso la pancia, senza far nulla perché “è troppo tardi”, aveva pronosticato al massimo tre mesi di vita. L’ho visto recuperare peso e energie, ricominciare a lavorare e a condurre una vita di buona qualità, avendo come sole terapie vitamine e ottimismo. Stette bene per quasi due anni, per poi andarsene in due mesi, divorato dal cancro in seguito a un forte dispiacere. Il dato importante è che – su espressa richiesta dei familiari – non gli era stato detto in modo esplicito di che disturbo soffrisse. Non gli era stata tolta ufficialmente la speranza, e il suo organismo aveva saputo approfittarne. All’epoca vedevo le malattie così come insegnano ai medici a guardarle. L’ottimismo che riuscìi a condividere col paziente era frutto di una fede generica, non sostenuta dalle risorse culturali che ho acquisito molto più recentemente. Ma non avrebbe nemmeno iniziato a crearsi, se avesse ricevuto una diagnosi che suona per chiunque come una condanna al patibolo. Questa storia torna utile per far chiarezza sull’annosa questione “dirglielo o non dirglielo?”. E’ ovvio – per come siamo fatti e per quello che sono le malattie – che non ci sarebbe neanche da pensarci. Come si può sperare di guarire se si è privati a priori della terapia più importante, appunto l’ottimismo? Tacere la diagnosi sarebbe in realtà scontato anche per un idiota. Ma qui entrano in gioco le banche, con l’apparato burocratico e le leggi che hanno costruito e che ci impongono per tutelare i loro interessi: devi dirglielo perché così può fare testamento e gestire il patrimonio, pagando tutte le tasse competenti. Il sistema cui siamo assoggettati considera solo queste cose, della vita delle persone non potrebbe importargliene di meno. Il medico ha l’obbligo di informare il malato in modo esplicito. Non farlo implica conseguenze penali, ed è un argomento sufficiente perché anche la coscienza più cristallina venga messa a tacere, e tutti ottemperino. L’esempio più alto di spirito umanitario! Ma è così che ci fanno vivere.
Se le risorse vitali del paziente sono abbastanza forti da farlo sopravvivere nonostante la paura di una probabile fine imminente, entra il gioco la seconda – e più importante – causa di morte per cancro. In molte città d’Italia esistono ospedali specializzati per la “cura” di questo disturbo. Sono luoghi saturi di malati dall’aria più o meno larvale, che facilmente fanno venire in mente le immagini di Nuit et brouillard, il documentario di Resnais sui campi di sterminio, e dove il solo entrarci ti fa sentire più vicino alla tomba. Caratteristica di questi tristi istituti è una lettiga coperta da un velo, destinata alla rimozione delle salme. Come è facile immaginare, è uno strumento che non resta mai inoperoso: ogni giorno i viaggi che compie nei diversi reparti sono molteplici. Una testimonianza di un addetto alle camere mortuarie di uno di questi nosocomi – cui ho motivo di dare credito, seppure non da me raccolta direttamente – riferisce che, sebbene i reparti siano sempre pieni o quasi, per un mese all’anno quella lettiga rimane ferma. Indovinate: è il mese di agosto, quando i medici sono in ferie e le “terapie” sono ridotte al minimo. Gli individui affetti da cancro sono trattati con farmaci speciali, sintetizzati ad hoc. Sono sostanze talmente tossiche che spesso chi le manipola per somministrarle ai malati ha l’obbligo di farlo sotto la “campana”: è pericoloso anche solo respirare i vapori di cose che poi vengono routinariamente iniettate nelle vene dei pazienti. Ha senso? Come si può pensare di curare chi già sta male del suo, con veleni che senza problemi potrebbero uccidere un individuo perfettamente sano? A quali aberrazioni può arrivare l’ideologia della medicina, che in teoria dovrebbe servire a farci star bene? Una totale follia, che basta da sola a giustificare le macabre statistiche (ammesso che ce ne siano di attendibili) sul destino di chi ha una diagnosi di cancro. Molti obietteranno: “conosco una persona che ha fatto la chemioterapia ed è perfettamente guarita”. Accade, non c’è dubbio. E’ sempre una questione individuale, sia in termini di suscettibilità ai veleni, sia soprattutto riguardo natura e cause della malattia e capacità di trovare le motivazioni per superarla: l’organismo di ognuno di noi ha in teoria le risorse per sopportare di tutto. Ma la domanda è: guariscono grazie alle cure, o guariscono nonostante le cure? Propendo senza esitazioni per la seconda tesi, e consiglio a chiunque abbia la disgrazia di ricevere una diagnosi di cancro di stare alla larga da chi gli propone di curarlo con bisturi e chemioterapici.
Se dunque chi muore di cancro in realtà muore di paura del cancro o di cure del cancro (e in ogni caso di business del cancro), cosa possiamo fare per salvarci? In teoria non ci vuole molto, si tratta di rimuovere le due cose. Anzitutto, cerchiamo di capire meglio di cosa stiamo parlando. Quello che so e quello che ho visto in tanti anni mi porta a ritenere plausibile che un fenomeno tecnicamente diagnosticabile come cancro si manifesti più volte nel corso della vita di ogni organismo biologico. E’ un’ipotesi in pratica impossibile da dimostrare, nondimeno sensata: che qualcuna di quelle celluline anomale – nei miliardi che costituiscono ognuno di noi – possa formarsi, anche quotidianamente, è del tutto plausibile. Ma – se il caso – è un fenomeno previsto, e abbiamo gli strumenti per neutralizzarle senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Cosa rappresenti realmente il cancro, quali ne siano motivazioni e significato in termini biologici, è qualcosa che – come detto – non siamo stati finora in grado di capire. E non lo saremo a lungo, visto che il 100 % della ricerca che si effettua ha scopi ben lontani da quello della conoscenza (cfr. questo articolo). Quello che sappiamo è che – almeno in certi casi – può dar luogo a una condizione di malattia. In tale evenienza, non c’è motivo di pensare che vada gestita diversamente da tutte le altre, e che non siamo in grado di superarla. C’è una vasta aneddotica, e testimonianze dirette, su persone con sicura diagnosi di cancro perfettamente guarite semplicemente modificando il proprio stile di vita, l’alimentazione in particolare. E’ il messaggio di fondo di questo sito: curando la salute si curano tutte le malattie. Ormai da tempo ho smesso – valutando i pazienti – di andare a cercare il cancro. Faccio esattamente il contrario: lo considero un’eventualità di nessun rilievo clinico. Qualora abbia motivo di pensare che ci sia e che abbia un ruolo significativo nel disturbo del malato, do a questo i consigli del caso, astenendomi accuratamente dal fargli sospettare una presenza che minerebbe irrimediabilmente il suo grado di fiducia. Da quando ho capito qualcosa della biologia, ritengo di poter sempre dare informazioni e consigli utili ai pazienti, qualunque sia il disturbo che esprimono. Mi è accaduto di recente, pur non essendo il mio ramo specifico, di farlo con persone cui era stata fatta una diagnosi di cancro. Le indicazioni erano precise e pertinenti. Ma non hanno fatto presa, perché il terrorismo era arrivato prima. Come sostiene il mio maestro, neanche il miglior medico del mondo può garantire al paziente l’immortalità. Che sia cancro o un altro disturbo, quello che fa la differenza sono le cause che ne creano la necessità, e l’energia vitale, le motivazioni che spingono la persona a restare in vita. Basta un messaggio della propaganda per distruggerle. Se invece il pensiero è libero e orientato in positivo, se veramente si vuole guarire, non c’è niente di più facile. Ogni forma di cancro può essere superata, semplicemente permettendo alla natura di farlo: curando la salute e avendo fiducia nelle risorse che l’organismo possiede dalla nascita. Se si è convinti di questo, e lo si mette in pratica, il mercato della morte dovrà cercare altrove i suoi clienti.


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