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Il vizio dell’acqua e il senso della cammellata

E’ idea diffusa tra tutte le mamme che i bambini piccoli necessitino di un costante apporto di acqua, in quanto specialmente sensibili alla disidratazione. I pediatri diffondono questo messaggio, sul quale non c’è nulla da eccepire. Con la crescita, l’onere di bere liquidi è lasciato alla responsabilità del bimbo, che si sta rendendo indipendente nell’assolvere a un numero sempre maggiore di funzioni. Il piccolo scopre e impara a gustare bevande zuccherate dal gusto invogliante, e facilmente associa l’idea del bere solo a succhi, aranciate o Coca Cola, trascurando l’acqua che – com’è ovvio – non sa di nulla. Il messaggio dei pediatri gradualmente sfuma, diventando il trascurabile ricordo di un’età ormai trascorsa. L’acqua viene facilmente assimilata alle altre bevande “gratificanti”, e si prende l’abitudine di berla solo quando si avverte la sete, spesso come ripiego, in assenza di altri liquidi più attraenti. Molte persone non l’assumono se non a temperatura di frigorifero, perché così sembra più dissetante. Altri, all’opposto, la evitano d’inverno, non sopportandola perché “è troppo fredda”. Con ogni possibile variante individuale, bere acqua diventa una sorta di vizio, la mera soddisfazione di una voglia del momento. E’ un abbaglio cruciale: l’acqua è una necessità vitale, non un vizio. Vizio è accendersi una sigaretta e godere di ogni singola boccata, dopo essersi fatti uno schizzo di eroina. Vizio è bersi otto montenegri, inframmezzando ognuno con una striscia di coca. Vizio è chiudersi tre giorni in un bordello, consumando una scatola di Viagra. Bere acqua non ha nulla a che vedere con cose del genere. E se può sorgere un tale malinteso, significa che siamo proprio educati a farci del male. Se pensiamo che l’abbondante idratazione sia indispensabile ai bambini, dove può sorgere l’idea che per gli adulti diventi una sorta di “optional”? Che coerenza, che senso ha una visione del genere? Come dire: da bambini dobbiamo curare la salute, crescendo siamo autorizzati a fregarcene. Una delle tante follie cui ci assuefà il mondo del mercato. Siccome poi dalla deleteria abitudine a bere solo se spinti dalla sete deriva una cospicua fetta di tutte le malattie umane, fare estrema chiarezza su questo punto, e ribadirne spesso il valore, diventa imperativo se si vuole parlare seriamente di curarsi. Perciò: assumere abbondante acqua è obbligatorio per tutto l’arco della vita. Non c’è alcuna sostanziale differenza tra la necessità che può averne un bambino, un adulto o un vecchio: tutti ne abbiamo bisogno allo stesso modo. Bevendo nella giusta misura, non si dovrebbe quasi mai avere sete. La sete è una sensazione tardiva (oltreché quanto mai soggettiva): quando la avvertiamo, vuol dire che non abbiamo bevuto abbastanza al momento che dovevamo farlo, cioè prima. Qual’è la misura giusta quotidiana per l’acqua? Come per ogni funzione biologica, non ci si può costringere in criteri rigidi, vista la peculiarità dei tratti individuali (antropometria, alimentazione, specificità metaboliche) e variabili come macro e microclima e attività motoria globale. Per proporre un’idea di massima, l’indicazione che do in genere ai pazienti è di non scendere mai sotto i tre litri di liquidi quotidiani, nella stagione fredda. Se è di più è meglio. Ma già questa misura è ampiamente superiore alle abitudini di quasi tutti, e di norma la reazione dell’interlocutore è di stupore e incredulità. Quasi sempre, anche di scetticismo sul reale peso del messaggio. Per quanto io possa spiegare – nei differenti stati patologici – come il valore terapeutico del solo bere sia infinitamente maggiore di quello di qualsiasi farmaco, con tutte le varie argomentazioni pertinenti, l’intossicazione della mente che è appannaggio di tutti, insieme a una congrua dose di pigrizia, pratica e mentale, porta a rifiutare un simile concetto. Il pensiero, ad esempio, è: “come potrà mai la semplice acqua curare l’ipertensione arteriosa meglio del più recente sartanico (magari associato al fatale diuretico)?” E giù a avvelenarsi di porcherie, per il trionfo di Big Pharma. Qualcuno, per fortuna, ogni tanto capisce, e inizia a curarsi per davvero. Ma per ora la lotta è impari.

Definita grosso modo una quantità, come va bevuta l’acqua? La risposta più naturale sarebbe: “come a ognuno vien meglio”. Poiché lo spirito di iniziativa individuale è talento di sempre più raro riscontro, e quasi tutti sono abituati per ogni cosa a farsi condurre per mano dal Grande Fratello, qualche suggerimento non guasta. Una volta, a casa di una paziente, chiesi di poter bere acqua, essendo in ritardo sulla mia “tabella” quotidiana. Riempii un bicchiere tre o quattro volte, bevendoli di seguito in pochi istanti. La signora osservò: “dunque lei beve così, a cammellate”. In effetti, per praticità, mi sono abituato a bere dosi singole di circa un litro, quattro volte al giorno, più o meno negli stessi orari, avendo il bicchiere come misura di riferimento. E’ il modo personalmente più comodo, seppure – a pari quantità – ogni alternativa sia altrettanto valida. L’importante, qualsiasi regola si adotti, è avere una nozione abbastanza precisa del volume di liquidi assunto. “Cammellata” è efficace per definire il mio metodo. A rigore, come sostantivo, vorrebbe dire “gita in cammello”. Ma – salvo forse in Africa – questa nuova accezione mi sembra più proficua. Per tenere i conti, si può usare la bottiglia piuttosto che il bicchiere: l’importante, a fine giornata, è essere sicuri di aver bevuto quanto programmato. Riguardo quando bere, ogni momento è buono. L’unica regola è di farlo a stomaco vuoto, a congrua distanza (almeno mezz’ora) dall’inizio del pasto. Un altro aspetto che merita sottolineare: curando l’idratazione, ci si rende facilmente conto come i volumi necessari non si possano rispettare se il liquido è freddo. Dunque il principio è: l’acqua come terapia della salute si beve a temperatura ambiente, mai troppo lontana da quella corporea. Lo squilibrio termico importato agli organi da liquidi troppo freddi non è di certo salutare. Se ghiaccio dev’essere, riserviamolo al Mojito, quando ci capita di gustarlo, oppure per immergerci un Krug d’annata. Ma qui, evidentemente, stiamo parlando di cose diverse.


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