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La paura della guarigione

 

Tra i tanti paradossi che contraddistinguono il rapporto delle persone con la propria salute, ne esiste uno, estremamente frequente, osservabile soprattutto in chi ha vissuto una malattia di lunga durata e di grande (vera o presunta) severità. Possiamo a buon diritto chiamarla paura di guarire. L’articolo La paura della malattia mette in luce come questo sentimento sia uno dei fattori più rilevanti nel determinare l’evoluzione dei disturbi di tanti individui. La forma di cui voglio dire è apparentemente antitetica rispetto a quella. Ma è in grado di condizionare altrettanto profondamente il benessere di chi la esprime. Qualche giorno fa, in una cornice fantastica, un bianco castello tra le valli dell’Alta Engadina, si è svolta la cerimonia di commemorazione di Annatina Miescher, medico oculista, donna dalle qualità straordinarie, moglie e fondamentale sostegno del maestro Peter Miescher. Come ho spesso modo di sottolineare, è stata la persona più perspicace, la mente più brillante che abbia incontrato in tutta la mia vita. Ho il rammarico di non esserle mai stato troppo simpatico. Ma aveva tutta la sensibilità e lo stile perché la cosa non pesasse nei rapporti con lei e col Professore. Erano presenti all’evento oltre cento persone, tra amici, parenti, colleghi e soprattutto pazienti “storici” del Prof. Miescher. Tutti erano emozionati per aver incontrato, dopo tanti anni dal suo ririro dall’attività clinica, il grande maestro, cui sono legati da un’eterno debito di riconoscenza, come si può provare verso chi pensiamo ci abbia salvato la vita. Un momento della mattinata prevedeva le testimonianze in ricordo della scomparsa, offerte in prevalenza dai pazienti, che rievocavano il rapporto con i due, e il felice percorso di cura vissuto a suo tempo. Storie di vita, per alcuni molto toccanti. Diversi degli oratori erano pazienti che ora seguo io. Sono persone che stanno piuttosto bene, e hanno superato i momenti di difficoltà da diversi anni. Persone che avrebbero tutti i motivi per considerarsi definitivamente fuori dai problemi che, a suo tempo, le avevano messe anche in oggettivo pericolo di sopravvivenza. Ma che non riescono a fare l’ultimo, cruciale passaggio, a ritenersi pienamente guarite. Continuano a vedersi come malati “in pausa”. Benché abbiano una vita del tutto normale, lavorino, facciano sport, gestiscano una famiglia, lamentino tutt’al più i piccoli acciacchi che tutti possiamo avere. Fastidi trascurabili che puntualmente sono però vissuti con un grado sproporzionato di angoscia, nel timore – del tutto infondato – che possano essere il preludio a chissà quale disastro. I motivi dell’anomalia sono facilmente identificabili. Anzitutto, l’idea errata e spaventosa che gli è stata all’inizio trasmessa del significato del loro star male, dai vari medici che hanno incontrato nel periodo dell’acuzie e dall’ideologia mainstream universalmente condivisa riguardo le malattie. Poi – fattore altrettanto rilevante – l’aspetto personale. Un disturbo importante, che dura a lungo e che fatalmente condiziona la qualità complessiva della vita, finisce per diventare come un marito (o una moglie) che non si ama più. Ma con cui si continua a convivere per abitudine, per motivi pratici (anche economici), per paura delle incognite di un cambiamento radicale. Si accetta quindi il male “minore”, ci si rassegna all’infelicità, a un’esistenza di disagio appena sopportabile. Come ho già avuto modo di sottolineare, la buona salute è una responsabilità, verso noi stessi e verso gli altri. Il mondo del mercato porta facilmente la gente a non ammetterne la presenza, a declinarne l’onere. Una delle tante facce dell’alienazione degli esseri umani. Riconoscere questo nei pazienti, nelle persone che assisto e a cui tengo, mi ha creato una certa tristezza.


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