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Il senso della misura

 

Uno dei più grandi equivoci che la medicina alimenta, e la gente automaticamente accredita, è che i parametri biologici possano essere misurati con assoluta precisione, e soprattutto che i risultati delle diverse misurazioni rappresentino indici indiscutibili dello stato di salute di chi ne è oggetto. Un minimo di considerazione delle funzioni in discussione permette di capire facilmente che si tratta di un concetto totalmente infondato, e gravemente fuorviante. La caratteristica fondamentale dei meccanismi che presiedono al mantenimento della vita, cellulari, tissutali, organici, è la flessibilità, la capacità di adattamento, manifestantesi nella perenne variazione dell’attività di ognuna di quelle funzioni. Questa modulazione è indispensabile per mantenerne l’armonia globale, consentendo agli innumerevoli, diversi componenti di agire in maniera ottimale. La logica, diretta conseguenza è che i fenomeni biologici non sono misurabili con i criteri con cui ad esempio pesiamo un chilo di pane o quantifichiamo l’ingombro di un mobile. Se controlliamo la pressione arteriosa di uno stesso soggetto per dieci volte di seguito senza soluzione di continuo, otterremo dieci valori probabilmente simili. Ma mai esattamente identici l’uno all’altro. La stessa cosa accadrà su campioni seriati di sangue, valutando il tasso glicemico o qualunque altro indicatore di laboratorio (ad esempio, l’innocuo quanto famigerato colesterolo). L’idea, insomma, è che la materia vivente richiede metodologie di valutazione specifiche, che – seppure in genere attuate con le stesse unità di misura – differiscono sostanzialmente da quelle utilizzate per la maggioranza dei fenomeni fisici. Siccome l’uomo è perennemente in cerca di certezze e di messaggi rassicuranti, accettare questo senso di imprevedibilità degli eventi biologici gli risulta facilmente ostico. Per un’impostazione mentale, piuttosto che per un’effettiva capacità destabilizzante del messaggio. In fondo, se la vita funziona così, non avremmo che da prenderne atto, e goderla per quanto possibile. Ma sarebbe troppo bello: sul pianeta Terra le regole le decide il mercato, non la natura. Figuriamoci se il mercato può accettare serenamente che gli esseri umani facciano qualcosa secondo quel che sono, piuttosto che secondo quanto gli è imposto di essere! Non fia mai. E giù con ogni sorta di menzogne, mistificazioni, ambiguità, orchestrate per sollecitare le debolezze che lui stesso ha in gran parte generato. “Tutto è misurabile e dev’essere misurato” (ovviamente, mai aggratis!), “i tuoi referti hanno tanti valori fuori range, bisogna fare accertamenti” (magari uno sta benissimo, e l’anomalia sta nel fatto che l’intervallo della normalità è stato fissato dal laboratorio in maniera arbitraria, cosa che accade molto più spesso di quanto potrebbe credersi). La cosa che la gente controlla più frequentemente è la temperatura corporea: tutti hanno in casa un termometro, e se ne servono tempestivamente, appena abbiano sentore di non stare benissimo. Il rialzo termico è una reazione normale dell’organismo, in risposta a un’infinità di stimoli differenti. In genere di quantificarlo non ce ne sarebbe bisogno, perché uno la febbre la percepisce, e precisarne accuratamente il valore non è granché utile. Il punto è che in moltissimi casi si crea una nevrosi del termometro, per cui lo si usa dieci volte al giorno, attribuendo ai valori riscontrati i significati più disparati, quasi mai quello vero. L’anomalia – anche se piccola e irrilevante – diventa la scusa per risvegliare ogni sorta di ansia sulla propria salute, qualcosa che ci si porta dietro da sempre. Diviene così impossibile dare un senso coerente al fenomeno, che è l’unica cosa che andrebbe fatta. Il secondo parametro più misurato è la pressione arteriosa. Quasi tutti hanno in casa uno sfigmomanometro elettronico, praticamente nessuno sa come servirsene. Anche in questo caso la rilevazione costituisce il pretesto per alimentare tutte le possibili inquietudini, mancando il giusto atteggiamento emotivo, e le più elementari informazioni sul valore da ascrivere al dato (quelle necessarie sono qui). Un indice che i più trascurano, ed è forse l’unico realmente utile, è il peso corporeo. Sarebbe buona norma verificarlo una volta la settimana, la mattina al risveglio, perché può riflettere abbastanza fedelmente lo stato di salute individuale: semplice e proficuo. La corretta interpretazione del valore richiederebbe un livello di conoscenza dei fenomeni biologici, generali e personali, che pochi possiedono. Tuttavia può valerne la pena, perché è comunque significativo. Quando illustro a un paziente il suo problema, con grande frequenza quello mi chiede se sia il caso di fare “accertamenti”, di laboratorio o di altro tipo. La risposta è quasi sempre no, e la spiegazione è che quelle indagini non potrebbero offrire informazioni rilevanti. Al contrario, rappresenterebbero un pericolo anche molto serio, perché i dati ottenuti – pur gravati da un margine d’errore non valutabile – potrebbero facilmente indicare situazioni patologiche del tutto inesistenti. Ma tali da generare preoccupazioni d’ogni sorta. D’altronde, perché i medici sembrano non saper far altro che richiedere esami? Certo per tradizione. Anche per una certa forma mentis. Ma soprattutto perché sono sempre a caccia di spunti per trovare una malattia, che ci sia o no, e non conoscono (non gliel’hanno insegnato) un’altra strada. Lo fanno in assoluta buona fede, per lo più inconsapevoli del fatto che stanno facendo un servizio al mercato, non certo al malato. A volte certe indagini sono opportune e raccomandabili. Ma sono casi eccezionali, la norma è che vanno evitate. L’unico vero motivo per cui se ne fanno tante è che rendono un’enormità, sia in termini economici diretti, rappresentando la maggiore voce di spesa tra tutte quelle della sanità (più di tre volte quelle dei farmaci, per dare un’idea), sia in prospettiva, perché sono il mezzo per trovare malati (non importa se reali o inventati) su cui lucrare, magari a vita. Come al solito, le banche ci tengono lontani dalla verità. La salute si protegge con modalità semplici, perché nasciamo già perfetti per questo scopo. Conservare e approfondire le nostre conoscenze sulla fisiologia degli esseri viventi è senz’altro utile. Ma servirsene in modo appropriato, fare un particolare tipo di esame – anche supersofisticato – solo quando serve, sarebbe antieconomico. La medicina, quella vera, quella utile alle persone, è un’attività eminentemente pratica, fatta di tante nozioni, di esperienza, di manualità e senso d’osservazione di chi la esercita. Di umiltà, ovviamente. Ne avete visto in giro qualche traccia?


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