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Vivere la malattia

 

Ritorno su questo argomento, di importanza cruciale per la protezione del miglior stato possibile di salute. E’ un dato costante, quando intervisto un paziente con sintomi di recente insorgenza, su una stabile precedente condizione di generale benessere, il riscontro di un atteggiamento di rifiuto del disturbo, commisto a un grado variabile di paura e smarrimento, comunque palesi. E’ una reazione più che comprensibile: a nessuno piace star male, e veder scadere la propria qualità di vita, per di più senza avere la minima idea di quanto la cosa potrà durare, se peggiorerà, quali conseguenze implicherà. Ma – fatto salvo tutto questo – è una reazione sbagliata. Ed è la premessa di una sequenza di ulteriori errori, che necessariamente ne deriveranno. Se non si imbocca la strada giusta, arrivare a destinazione sarà quanto meno improbabile. Un paziente cinquantenne che ho visto recentissimamente mi ha riferito di essere sempre stato bene, obiettivamente meritandoselo con uno stile di vita apprezzabile in molti aspetti: alimentazione saggia, costante e intensa attività motoria, ruolo sociale gratificante (non so dire della sfera affettiva, appariva tuttavia sereno su quel lato). Anche il tratto familiare-genetico non sembrava indicare un particolare rischio di malattia. Con tutti questi favorevoli presupposti, mi ha riferito la comparsa nell’ultimo periodo di una sintomatologia completamente inedita, che l’ha allarmato non poco. Per darsene una ragione si è infilato nel tunnel degli equivoci (quello che più o meno – in congiunture analoghe – imboccano tutti). Ha inizialmente cercato lumi facendo alcune indagini suggerite da un amico, medico di laboratorio. Sulla traccia dei risultati ha interpellato uno specialista, competente per un aspetto marginale del disturbo, ottenendone una diagnosi errata, e un trattamento farmacologico inappropriato anche per quella diagnosi. Ha iniziato la terapia subito prima di consultarmi. Spiegare in modo convincente perché agire così sia sbagliato, nel tempo di una visita, per quanto lunga e accurata, è tutt’altro che semplice. Anche con argomentazioni sensate e condivisibili, si deve proporre una visione globale della salute, della malattia, della vita in termini biologici a chi, per quanto colto, non ha la minima idea di cosa si stia parlando. Questo buio assoluto riflette la totale mancanza di informazioni pertinenti sui fenomeni fondamentali del nostro esistere. E’ il risultato delle menzogne, dei depistaggi, delle omissioni che gli esseri umani patiscono durante i complessi percorsi di apprendimento che possono racchiudersi nel termine educazione. Ne abbiamo già parlato: scuola, famiglia, preti, modelli sociali non ci insegnano quello che c’è da sapere. Ma quello che lo schiavo deve sapere. Un mare di bugie. Se alla vittima di questa infamia offri in un istante tutte le verità che gli son state negate, non puoi pretendere che le riconosca e le faccia proprie con altrettanta rapidità. Dovrà rifletterci, elaborarle, costruire ipotesi praticabili per adeguarvi idee e comportamenti. Dovrà accettarle, e sarà traumatico, perché nulla è più difficile che vivere nella verità, per chi ha sempre vissuto nella nuvola delle menzogne. La verità rende liberi. Ma, anche conoscendola, quasi tutti scelgono la strada più comoda: preferiscono restare schiavi. Gli esseri umani richiedono più compassione di quanta la maggior parte di loro sia in grado di offrire. A ogni nuovo paziente devo tentare di ripulire la mente dalle idee convenzionali che l’hanno occupata da sempre. Prima di indicare un percorso terapeutico, devo spiegargli il senso della salute e quello della malattia, le cose cui è dedicato questo sito. Per illustrare con efficacia il significato di queste realtà, col paziente di cui parlo ho usato un’immagine che mi sembra pertinente, servendomi di un’espressione mutuata dal linguaggio tecnico-informatico. Gli ho detto che la malattia è una modalità operativa propria di ogni essere vivente. Un’opzione “speciale” (per citare il termine del Dott. Hamer), presente dalla nascita come tratto individuale geneticamente determinato, che si attiva in particolari circostanze per proteggere la sopravvivenza. Quando questa può essere minacciata da un qualsiasi elemento, l’organismo entra automaticamente in “modalità malattia”, così come un computer può lavorare in modalità provvisoria, o ad esempio in quella “emulazione”. Una modalità biologica, nient’altro che questo, una funzione programmata, necessaria al progetto generale della vita come noi la conosciamo. Qualcosa che ci protegge, e non certo un nemico da combattere come ci abituano a pensare. Il concetto è facile da capire. Ma difficile da assimilare. Perché richiede un cambiamento radicale nel modo di intendere il proprio essere. Perché i sintomi tolgono tranquillità e ostacolano la riflessione. Perché si devono ammettere fragilità impreviste che minano le precedenti certezze, e adattarvisi non è agevole. Di fronte a una situazione tanto stressante e impegnativa, la reazione che tutti hanno di rifiuto, di fuga, di ricerca di scorciatoie che d’incanto rimettano tutto a posto è più che comprensibile. Il problema di fondo è che la malattia è la tappa finale di un processo innescatosi in genere molto tempo prima, anche svariati anni. Spesso le radici del disturbo possono chiaramente riconoscersi nel vissuto dell’infanzia. Quando i sintomi obbligano a prendere atto della situazione si è sempre in forte ritardo. Anche se non è mai troppo tardi per scoprire un pezzo di se stessi, e impegnarsi a migliorare, farlo prima semplificherebbe non poco le cose.

Se cercar di scappare dalla malattia è sbagliato, il modo utile di gestirla – l’unico che abbia senso – è accettarla senza riserve. Per quanto spiacevoli, invalidanti, inquietanti possano essere i sintomi, ci si deve sforzare di non dargli troppo peso, e non smettere di pensare positivo. Ci sono tutti i motivi per sostenere questo atteggiamento. La malattia è una risposta irrazionale, un fenomeno che origina per lo più nella sfera emotiva. Nonostante questo – anzi, proprio per questo – per venirne a capo si deve usare al meglio il proprio raziocinio, e avere le idee ben chiare. Occorre possedere le giuste informazioni, e sapersene servire. Si devono maturare convinzioni differenti da quelle imposte dall’ideologia corrente, arrivare a esser certi che la malattia non è il problema. Ma la soluzione che la natura pone in atto. Che non è il nemico. Ma il nostro più fido alleato. Che non è il male. Ma il rimedio. Bisogna ricordarsi – soprattutto nei momenti più difficili – che, così come l’ammalare, la guarigione è un evento spontaneo: possiamo contarci, se prendiamo le cose dal verso giusto. Vederla così, esser capaci – quando si accusa un qualunque sintomo – di chiedersi “perché ne ho bisogno?”, “cosa non va nella mia vita da renderlo necessario?”, anziché “oddio, cosa mi sta succedendo?”, “non è che sta arrivando la fine di tutto?”, e via angosciandosi, non viene naturale a nessuno. Eppure, se si vuole guarire, è l’unico metodo appropriato. Cedere alla paura significa allontanarsi dalla soluzione. Perciò: tenersi il disturbo – per sgradevole che possa essere, per quanto possa persistere, e nonostante le preoccupazioni che istintivamente possa evocare – senza perdere la tranquillità. Viverlo, invece che cercare di combatterlo. In genere ogni fastidio è sopportabile. Ma più ci si pensa, più il disagio aumenta. Nella maggioranza dei casi i sintomi, dopo l’iniziale sfogo, tendono a attenuarsi da soli. I tempi della remissione variano secondo i casi: non si deve essere impazienti, e se la cosa dura più – anche molto più – di quanto ci si aspettava, questo non deve essere un motivo per perdere la fiducia. L’atteggiamento costruttivo è quello di pensare che se la malattia persiste vuol dire che ne abbiamo ancora bisogno. Come detto, occorre esser coscienti che l’organismo tende spontaneamente alla guarigione, perché Dio così ci ha fatto: se oggi non stiamo meglio, niente vieta che la cosa accada domani. E’ poi imperativo metterci del proprio, impegnandosi per correggere almeno gli errori più macroscopici del personale stile di vita, nel cibo, nell’acqua, nel movimento, nelle posture, nell’ambiente in cui si sta: facendo le cose giuste, è difficile che i risultati non arrivino. Ci si deve infine domandare cosa può averci reso più infelici del solito, e rimettersi in pace con se stessi. Per superare la malattia, di norma non servono rimedii speciali: sono sufficienti le risorse innate, quelle che ognuno di noi possiede. Il malato di cui parlavo sta praticando un piccolo trattamento farmacologico, opportuno per ridurre un rischio significativo connesso alla particolare forma morbosa. Sta bene, e confido che butterà le medicine in pochissimo tempo. Ha avuto la fortuna di esser fin dall’inizio instradato nella giusta direzione. Ha capito, ha recuperato la serenità, come è normale che accada si sta guadagnando la guarigione.


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