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Il petrolio e i buoi

Petrolio e buoi

 

Il concetto di fondo che motiva tutti i testi di questo sito, e dovrebbe a mio avviso rappresentare la base di ogni attività medica, è che la salute andrebbe curata ogni giorno, dal momento che si viene al mondo. Tutti hanno interesse a farlo, e tante persone – di loro iniziativa, applicando quel buon senso che appartiene alle naturali attitudini di ognuno – in effetti danno al loro stile di vita un’impronta coerente con molte delle necessità che l’obiettivo sollecita: mangiano con criterio, fanno regolarmente sport, hanno a cuore il mantenimento del proprio benessere. Possono considerarsi privilegiati, perché gli obblighi che il mercato impone agli esseri umani in cambio della sicurezza di poter sopravvivere sono spesso incompatibili con scelte di questo tenore. Ma i più subiscono le regole del sistema, essendo più o meno costretti a ignorare i bisogni naturali. I medici dovrebbero sollecitare le persone a proteggere la loro vita, e insegnargli come fare. Come a più riprese evidenziato, la medicina è un ramo rilevante del mercato, tra i più lucrosi perché interviene su un bisogno primario, e l’orientamento su cui il modello imperante l’ha – deliberatamente – indirizzata, a un dipresso compendiabile nel termine generico di allopatia, ha fatto si che si allontanasse dalla via della conoscenza e del progresso, per diventare quello che attualmente è: uno dei maggiori pericoli per la vita di ognuno di noi. Dico spesso ai pazienti che quella generalmente praticata, l’unica che insegnano a noi medici, è la medicina dei petrolieri, perché il progressivo abbandono dell’altra, la medicina naturale, rispettata e applicata fino a meno di un secolo fa, sarebbe dovuto alla decisione dei poteri economici – negli anni venti del secolo scorso – di fare della sanità una primaria fonte di profitto e controllo delle masse. Se è andata davvero così, tutto si può dire meno che non ci siano riusciti! La medicina che è offerta nelle università, e noi medici abbiamo imparato a praticare, snobba i fondamenti dei principi biologici, si disinteressa dei bisogni essenziali della salute, si rivela di fatto non una scienza. Ma un’ideologia, al totale servizio del business. E’ focalizzata sulla malattia, anche se non sa minimamente cosa questa sia. Anche se le esigenze di immagine la obbligano a parlare di “prevenzione”, termine che – in questo sistema concettuale – equivarrebbe all’incirca a mantenimento della salute, nei fatti interviene soltanto quando il disturbo si manifesta, in stadio più o meno avanzato. Gli strumenti che la medicina possiede sono concepiti per aggredire la malattia, e non per evitare che compaia. L’ovvia conseguenza è che tutto il gigantesco apparato della sanità, che si mangia una grossa fetta delle risorse che la pubblica amministrazione sottrae dalle tasche degli schiavi, inizia a attivarsi in una fase comunque tardiva, dove la salute è ormai un ricordo, e i buoi han già da tempo lasciato la stalla. Ha senso industriarsi a mettere a punto protesi sofisticate, fatte coi materiali più innovativi, da sostituire a un apparato organico quando irrimediabilmente compromesso, piuttosto che usare lo stesso impegno per evitare che il danno si crei? Certamente si, se l’obiettivo è vendere un prodotto. Se al contrario si tratta di proteggere il benessere della gente – come dicono di voler fare – siamo al grado più totale di follia. Non che ci sia nulla di nuovo: lo stile di vita imposto a tutti è zeppo di abitudini prive di senso, non percepite come tali solo per assuefazione e assenza di modelli alternativi. Sta di fatto che il livello medio di salute è molto più basso di quanto potrebbe essere, solo per diseducazione e disinformazione. Basterebbe – ad esempio – che ci si abituasse da piccoli a bere molta acqua, per non dico svuotare gli ospedali e gli ambulatori medici. Ma sicuramente per ridurne drasticamente l’affollamento. Se vogliamo davvero proteggerci, dobbiamo smettere di subire la malattia, facendocene cogliere impreparati dopo aver creato le condizioni perché se ne attivi la necessità. Il mercato non aspetta altro, e con la scusa di aiutarci ne trarrà ogni possibile profitto. Non abbiamo bisogno di cure che – adeguate o no – saranno comunque tardive. Abbiamo bisogno di imparare a star bene, a non ammalarci. Di usare il tempo a nostro vantaggio, e non per quello di chi fa merce della nostra vita.


2 commenti

  1. Buonasera. Trovo molto interessante questo articolo e il sito più in generale. Concordo con l’analisi svolta dal dott. Antonio Piga (che conosco da molto tempo e che più volte mi ha aiutato a curarmi) e voglio sottolineare quanto i concetti espressi possano inserirsi in un quadro complessivo in cui ciascuno di noi si trova ad essere avviluppato in un sistema che valuta positivamente solo quanto fa profitto. Ciò frustra e spesso annichilisce le potenzialità creative di tante persone. Contribuendo poi a farle star male e ammalare. Inoltre sono convinto che il fattore tempo sia quello che maggiormente condizioni la nostra società attuale, la qualità della nostra vita, le nostre relazioni con gli altri, il nostro sentirci in pace o in guerra con noi stessi e con gli altri. Pensiamo solo alla fretta, allo stress, al dover essere sempre produttivi, al non potersi mai fermare per una vera sosta della mente: l’ascolto della natura, il sereno riflettere, i ricordi e le conversazioni sui ricordi, la coscienza di star vivendo. Ma il mondo scientifico e accademico è molto spesso condizionato nelle sue ricerche e attività dai grandi poteri economico-finanziari, che riescono ad indirizzare le ricerche che possono dar loro un immediato o più lucroso profitto. Stando così le cose siamo fregati, impanati e fritti in padella. Non possiamo far niente. Ma si! Antonio Piga ce lo indica nelle righe conclusive: “Abbiamo bisogno di imparare a star bene, a non ammalarci. Di usare il tempo a nostro vantaggio, e non per quello di chi fa merce della nostra vita”. Un gran suggerimento per tutti.
    Carlo Bellisai

    • Grazie Carlo per il sensato commento. Spero che queste parole inducano più d’uno a riflettere, a esser più consapevole di sé e della realtà in cui ci fanno vivere.

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