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Perché combattiamo

Perché combattiamo

 

Come in più occasioni sottolineato, l’atteggiamento della Medicina imperante nei riguardi della malattia riflette una mentalità di stampo militare. Qualunque fenomeno morboso è pensato e descritto come un insidioso nemico, da combattere e annullare con tutti gli strumenti disponibili in un armamentario terapeutico costituito da farmaci, chirurgia demolitiva e mezzi fisici biolesivi (radiazioni ionizzanti in primis). Gli operatori di tutti gli ospedali e ambulatori medici del mondo sono quotidianamente impegnati in una guerra senza quartiere contro le forze del male, incarnate da ogni disturbo – piccolo o grande – che possa affliggere un essere umano. Sia intesa letteralmente come conflitto di eserciti, sia in modo esteso, come lotta contro qualunque elemento ritenuto ostile e nocivo, il significato della guerra è chiaro e univoco. Questo frammento, tratto da una serie tv tedesca, lo sintetizza efficacemente

 

Fiction a parte, è riportato (e non smentito) che aziende americane come Ford, General Motors, IBM e altre abbiano fornito i loro prodotti alla Wermacht e al regime nazista per tutta la durata del secondo conflitto mondiale. Questo è la guerra: un sanguinoso business, e la piega assunta dalla Medicina negli ultimi decenni sostanzia precisamente il medesimo concetto. Dietro l’ostentare enormi progressi – per mezzo di una sapiente propaganda che toglie ogni spazio al dubbio – e il vantare il possesso dei favolosi strumenti terapeutici che da quelli deriverebbero, c’è soltanto un bieco mercato, finalizzato a muovere l’economia (cioè impoverire le masse) e dare credibilità all’apparato che l’alimenta. Il ruolo del medico è ridotto a quello di un agente di commercio, spinto a vendere prodotti di cui in realtà sa poco o nulla, e sempre più scoraggiato dal pensare colla propria testa e prendere decisioni in modo autonomo. Le leve non mancano: oggi più che mai un clinico che si allontani dalle regole imposte dalle “linee guida” rischia la gogna, e anche il diritto di esercitare la sua professione. E di fronte al ricatto della fame, anche chi pensasse di trasgredire è quasi obbligato a piegarsi. L’omologazione delle idee ha la strada spianata dal sistema delle banche, dalla convenzione del denaro, imposto come unico requisito per la sopravvivenza: o obbedisci agli ordini, senza pensare e senza discutere, oppure sei fuori dai giochi, e vediamo come riesci a campare. Argomenti più che convincenti, in una logica – appunto – di stampo militare. Neanche per il paziente, bombardato di minacce inquietanti e privato di ogni informazione utile, esistono alternative all’accettare l’idea della guerra. Ignaro del significato della malattia, spaventato dal peso dei sintomi, piuttosto che viverli serenamente e cercare di dargli un senso, corre a cercare aiuto in chi – più o meno scientemente – non aspetta altro che di poter approfittare del suo male. Come i fanti spediti al macello nelle trincee della Grande Guerra, si lascia persuadere che non vi siano alternative al combattere sino al martirio contro il nemico che l’ha aggredito. Uscito dall’ambulatorio del medico con tutte le ricette pertinenti, si precipita nella farmacia più vicina per fare il pieno di veleni, convinto che brandendo quelle armi potrà sconfiggere l’avversario: l’antibiotico per uccidere i germi cattivi, le vitamine di scorta, l’antiinfiammatorio o il cortisone per cancellare la reazione, il “gastroprotettore” per neutralizzare lo stomaco, magari qualche insignificante integratore per confortare l’anima. Un repertorio di schifezze per lo più inutili e dannose, inflitto secondo un copione stereotipato in accordo coi sacri canoni di un’ortodossia indubitabile. Mio nonno, giovane ufficiale degli Arditi sul fronte del Carso, raccontava come durante le pattuglie notturne fuori le trincee gli accadesse di incontrare gli omologhi drappelli austriaci, e di essersi intrattenuto a mangiare e conversare in un clima di fraternità e amicizia con coloro con cui il mattino dopo si sarebbe scambiato proiettili. La guerra tra membri della stessa specie è contraria alla legge di Natura. E’ un’anomalia biologica che si verifica normalmente solo tra gli esseri umani. La logica del mercato antepone il singolo individuo alla specie cui appartiene, obbligandolo a sopraffare il suo simile per poter sopravvivere. E’ una dinamica folle, perché mette in pericolo l’intero gruppo, compresi i soggetti che la favoriscono per mantenere il dominio sugli altri. La via naturale alla sopravvivenza è quella della solidarietà. Ma per l’uomo è solo teoria. Anche far guerra alla malattia è una pretesa insensata. Non mi stancherò mai di ripeterlo: la malattia è una risorsa biologica essenziale alla sopravvivenza, pretendere di eliminarla è puro autolesionismo, come lo sono la xenofobia e ogni forma di odio verso i propri simili. Sarà perché da bambini ci regalano le pistole-giocattolo, fatto sta che non ci viene spontaneo vederla così. All’epoca del terremoto dell’Aquila vi fu una generale reazione di sdegno per il contenuto – diffuso dai media – di un’intercettazione telefonica dove due palazzinari si compiacevano di quanto accadeva, perché il disastro gli offriva l’occasione di lauti profitti. Superando l’istintivo senso di nausea che la cosa suscita, c’è poi tanto da meravigliarsi? Si potrebbe quasi apprezzare la sincerità dei due tizi. Questo è il sistema in cui viviamo, e a conti fatti quell’unanime indignazione è semplicemente il segno che la gente si ostina a non volerne prendere atto. Il cinismo di chi approfitta di una catastrofe naturale è niente, rispetto a quello di chi le catastrofi le produce ad hoc. La guerra è da sempre al primo posto in questa categoria E le devastazioni che i farmaci e le altre armi mediche creano all’organismo sono a buon diritto assimilabili a quelle prodotte nei conflitti dai proiettili dei cannoni. L’esito finale in questo genere di scenari è stabilito a priori: i combattenti – soldati o malati che siano – ne usciranno in ogni caso sconfitti. La vittoria sarà sempre, solo e comunque dei mercanti.


5 commenti

  1. In effetti le similarità tra la funzione “guerra” e quella della “medicina” sono molte, così come descritto nell’articolo. Come se ne esce visto il retroterra culturale medio esistente e lo stato del sistema informativo attuale?

    • Egregio signor Donato, grazie del suo commento. Considerato che è qualche millennio che gli esseri umani deplorano le guerre e continuano a farle, la risposta al suo quesito potrebbe essere che non se ne esce. Ma ritengo doveroso coltivare almeno la speranza, nella convinzione che le persone siano mediamente migliori di come il sistema le porta a comportarsi. Senza questa forma di ottimismo della volontà mi asterrei dal proporre i concetti e le informazioni che improntano questo sito. Salute a parte, l’idea della guerra è uno dei puntelli principali del sistema del potere, fondato sui meccanismi del mercato. Ci dicono che dobbiamo combattere i batteri, i terroristi, la fame, lo sporco della biancheria e ogni altra realtà che possa incarnare le forze del male, secondo il principio del divide et impera, che esiste da sempre e non ha mai perso efficacia. Poi che la gente il cervello ce l’ha, anche se cercano in tutti i modi di disabituarci a usarlo, come lei puntualizza l’informazione ha una valenza cruciale. Gli strumenti più efficaci sono tutti in mano ai controllori del gioco. Ma il fatto che ci sia spazio per voci dissonanti – come può essere la mia – è un minimo incoraggiante. Le informazioni, per corrette e oneste che siano, bisogna esser capaci di capirle. Quello che chiama il retroterra culturale medio della gente, frutto dell’educazione che in vari modi viene impartita agli aspiranti schiavi, non sembra in effetti dare molte speranze in tal senso. Peraltro la mia esperienza coi pazienti mi dice che quasi tutti sono in grado di recepire un messaggio – per quanto in contrasto coll’ideologia mainstream – se è proposto con chiarezza e ragionevolmente argomentato. In tema di salute, è quel che cerco di fare con questo blog, e con iniziative di comunicazione diretta, tipo conferenze e seminari, che conto di attuare a breve, seppure non manchino gli ostacoli anche per attività del genere. Per come sono fatto (diciamo non benissimo), se la missione è impossibile, allora non ci sono dubbi: è proprio la mia.

  2. Per fortuna, le varie sfaccettature del vivere umano non sono- Lei ne è un esempio lampante-, almeno non tutte, riducibili ad un sistema di equazioni da cui ci si aspetta uno spettro di soluzioni/comportamenti. Si riduce a questo la speranza delle ragione a cui alludeva, poco ma sempre abbastanza per determinare un risveglio dei molti.

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