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Tornare al Marlboro Country?

Marlboro Country

 

Come ogni inverno – anche se il fenomeno è ormai perenne – non si poteva guardare nessun programma tv senza essere inondati di spot vantanti le proprietà di questo o quel veleno farmaceutico da banco (cioè in libera vendita senza prescrizione), destinato a far guarire in men che non si dica da ogni comune disturbo affliggente la credula platea. Roba contro la tosse – grassa, rotondetta o del tutto secca –, il raffreddore, il mal di testa (distinto in normale, forte e ultimamente anche specificamente da cervicopatia), i dolori mestruali, le rachialgie. Per queste ultime, oltre i classici cerotti medicati, esaltano l’efficacia di cinture emettenti “calore terapeutico”! Evidentemente gli ideatori di queste réclame hanno incondizionata fiducia nell’imbecillità dello spettatore, che senza riserve dovrebbe farsi incantare da tali fesserie. Riguardo i testimonial, non si fanno mancare nulla: allegri fraticelli sodomiti, famiglie in attesa che cessi il male per riprendere a godere dell’abituale felicità (come ben noto al popolo degli assistenti sociali, inoperosi di default in un mondo così perfetto), cani pigri incavolati coll’atletico padrone, raffreddati asfittici come naufraghi sommersi del Titanic. Se questo propagandare porcherie, potenzialmente letali in singola dose, appare a tutti normale e lecito, perché non ampliare il campo a merci infinitamente meno tossiche, visto che di droghe – e di nient’altro – si sta parlando? La pubblicità delle sigarette è vietata in quasi tutto il mondo. Questo ostacolo formale ha da anni impegnato le multinazionali del tabacco in un continuo escogitare stratagemmi che consentissero di aggirarlo. Fino a non molto tempo fa la scritta “Marlboro” campeggiava su alettoni e fiancate delle vetture di Formula 1. Ferrari e Ducati in Motogp hanno avuto il tabaccaio americano come finanziatore principale dei rispettivi team. Quando il logo esplicito del prodotto è stato proibito, sono ricorsi a surrogati più o meno fantasiosi per suggerirne comunque l’immagine. La sponsorizzazione dura ancora. Per poter infilare una lettera M sia dritta che rovesciata nelle livree dei bolidi, ora hanno inventato un marchio, “Mission Winnow“, che non significa assolutamente nulla. Ma che evidentemente ottiene lo scopo. Riguardo i mass media, in Italia ad esempio la réclame delle sigarette è vietata sulla carta stampata dagli anni ’60. Sfruttando l’ambientazione di una fortunata campagna pubblicitaria statunitense, che associava i suoi prodotti allo stile di vita dei cowboys e ai meravigliosi scenari naturali dove quella si svolge, battezzati Marlboro Country, la Philip Morris creò una linea di abbigliamento sportivo-sofisticato, da contrassegnare liberamente col proprio marchio, che sfruttava le stesse immagini, con pullover e giubbotti al posto dei fatidici pacchetti di “bionde”. Quello del commercio di sigarette è un trionfo di ipocrisia. Insistono nell’attribuirgli una grossa fetta di tutte le malattie che possono affliggere chi le consuma, riempiono i pacchetti di foto e slogan terroristici, limitano sempre più gli spazi per chi vuole fumare. Ma continuano a venderle ovunque. Il solo e unico scopo del mercato è – come sappiamo – quello di autoalimentarsi in tutti i modi possibili. Che questi possano eventualmente creare un danno alla salute e alla vita della gente è per la sua logica del tutto irrilevante. Le regole sociali – come norme e principi dichiarati – sono solo fumo negli occhi. L’eroina era regolarmente in vendita nelle farmacie fino a circa la metà degli anni 1920. Chiunque poteva acquistarla con normale ricetta medica. Se in seguito è stata proibita, e inserita nelle tabelle internazionali degli stupefacenti, non è certo per ragioni di ordine etico. Questa è solo la facciata. La realtà è che il proibizionismo fa lievitare i prezzi, e moltiplica i profitti. Il discorso vale pari pari anche per sostanze molto meno dannose, come l’innocua quanto vilipesa cannabis, messa a suo tempo fuori legge per tutelare gli interessi dei petrolieri. Oggi – dopo tanti anni e grazie forse a un movimento d’opinione con solide basi scientifiche – possiamo prescriverla ai pazienti come sensato principio terapeutico in diversi stati morbosi. Sempre in tema di droghe, chi si sentirebbe di denigrare Sassicaia e Brunello perché l’alcool – e questo è sicuro – fa male alla salute? Ogni discorso sulla droga è viziato all’origine da pregiudizi, luoghi comuni e da una sostanziale diffusa ignoranza circa il concetto stesso sotteso al termine. E’ il male della società dell’omologazione di massa del pensiero, dove tutti ragionano con le idee di altri, disabituati a costruirsene di proprie. Tornando al tabacco, anche se nessun medico potrebbe in coscienza consigliarne il fumo per aiutare la salute di un paziente, non ci si deve scordare che si parla comunque di un principio naturale, la cui potenzialità lesiva per l’ambiente e il singolo individuo è relativamente modesta, rispetto agli ordinari veleni, ubiquitariamente seminati nel mondo del petrolio, delle sostanze radioattive e delle manipolazioni di Monsanto. Anche i farmaci possono ascriversi alla medesima categoria. Visto che ce li propinano in tutte le salse, senza nemmeno avere il buon gusto di stampare ossa e teschi di monito sulle scatole, che ci sarebbe di così anomalo e inaccettabile a riproporre le accattivanti immagini del Marlboro Man che si prende una pausa accendendosi la sigaretta sullo sfondo di sterminate, verdi praterie? L’attentato alla salute sarebbe infinitamente minore, e quanto meno gli occhi ne sarebbero appagati.


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