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Un handicap gravissimo

Piccoli Balilla

 

Sono il primo a sorprendermi, dato che col mio lavoro cerco di fornire gli elementi necessari per curare nel migliore dei modi la salute, di non aver pensato prima d’ora a trattare questo argomento, di importanza davvero cruciale. Non si parla della necessità del movimento, che è stata già illustrata. Ma della possibilità di realizzarla in pratica, problema che si presenta di continuo quando mi confronto coi pazienti. In genere le malattie, per quanto possano esservene i presupposti, non si manifestano in età giovanile. La maggior parte dei malati che mi interpellano vanno dai quarant’anni in su. Solo una esigua minoranza di questi ha la pratica di una disciplina sportiva nella propria esperienza di vita. Dunque solo pochi, quando gli si dice che devono svolgere una regolare attività motoria, sono in grado di recepire il messaggio e metterlo in atto. Gli altri, quasi tutti, sono persi, non sanno proprio da dove iniziare. E sovente non fanno nulla – coi pretesti più diversi –senza neanche aver chiaro che così rinunciano a una parte essenziale della cura. Lo sport è fatto di gesti e di fatica. Ai fini della terapia non sono certo richieste performances da olimpiadi. Quel che serve si può fare tranquillamente in casa, senza necessità di attrezzature speciali e spazi sterminati. Gli esercizi di ginnastica di base si possono sempre imparare. Ma averli eseguiti da ragazzi, nell’ambito della preparazione a uno sport, è un enorme vantaggio. Come ci insegna la scienza dello sport, durante l’infanzia e l’adolescenza ci sono momenti speciali – chiamati “fasi sensibili” – dove lo sviluppo di determinate attitudini motorie viene naturale. Passati quelli, certe capacità più complesse non si acquisiscono più. Ma questo è solo per conoscenza, ai fini del nostro discorso ha scarso rilievo. Quel che invece ne ha è l’aver imparato nel periodo migliore l’uso del corpo, la percezione e il controllo dei gesti e del lavoro muscolare. Quando esamino un paziente, capisco all’istante se ha tale esperienza quando valuto la motilità di un’articolazione, o compio qualunque altra manovra che richieda il totale rilassamento muscolare e una mobilizzazione passiva. Chi non ha fatto sport non è in grado di rilassare i muscoli, e sottoposto alla manovra li contrae automaticamente senza rendersene conto. Riguardo l’aspetto fatica, mi è rimasto impresso il cartello affisso all’ingresso dello spogliatoio di una società di canoa di Mantova. Recitava più o meno così: “Terminato l’allenamento gli atleti non devono andare a farsi la doccia. Devono trascinarsi sotto la doccia”. Un amico di Mandello del Lario, ex canottiere Moto Guzzi e già co-allenatore della Nazionale Italiana all’epoca del Dott. La Mura, tecnico della squadra per più quadrienni olimpici, conversando con me di abitudini motorie espresse un concetto simile. Sottolineò come i non sportivi rifuggano la fatica, laddove al contrario stancarsi praticando un lavoro atletico sia pura salute, e restituisca un senso di benessere fisico e mentale. Detto diversamente, generi energia. All’epoca dell’aborrito ventennio italiano del ‘900, tra tante infamie perpetrate dal regime – di gran lunga su tutte il disastro della guerra al fianco dei tedeschi –, di buono non c’erano solo i treni che viaggiavano in orario. Oltre a una dignità di nazione che questo paese neanche meritava, e che vendutosi ai vincitori non ha mai più posseduto, furono attuati progressi rilevanti sul piano sociale, produttivo, culturale. Anche se tutto era ampiamente sfruttato dalla propaganda del sistema, i fatti restano e sono innegabili. Sul tema che qui ci interessa, la salute, il Fascismo ebbe il merito di imporre a tutti i giovani la pratica sportiva. Anche se la motivazione dichiarata era quella di costruire un popolo di guerrieri, si trattava oggettivamente di un’opera di progresso, che le amministrazioni successive – serve delle banche sostenute dagli Stati Uniti e da altri regimi-canaglia – si son ben guardate dal replicare. Io ho iniziato a fare sport un po’ tardivamente, a 14 anni. Non ne avevo alcuna voglia, essendo attratto da attività di natura speculativa e decisamente più statica. Mi obbligò mio padre, facendomi scegliere tra le poche discipline al momento ancora disponibili presso i centri CONI di avviamento allo sport, e senza lasciare spazio ai miei accaniti tentativi di opposizione. Mi uniformai obtorto collo. Non lo ringrazierò mai abbastanza del bene che mi fece. Per la cronaca optai per la canoa, esattamente il kayak, senza avere idea di cosa esattamente fosse. Ciò che imparai in quegli anni costituisce una delle maggiori ricchezze che ho acquisito in tutta la mia vita. Me ne gioverò finché campo. Chi, come la stragrande maggioranza della gente, non ha avuto la mia stessa fortuna, soffre di una limitazione critica, un vero e proprio handicap, che emerge quando le contingenze della vita lo obbligano a fare i conti coi bisogni della salute. Come sappiamo, non è possibile curarsi senza svolgere un’adeguata pratica motoria. Anche se – salvo situazioni estreme (che rappresentano una rara eccezione) – questo è in teoria sempre possibile, quali che siano la condizione di partenza, l’età e il disturbo accusato, trasformare le intenzioni in fatti è obiettivamente problematico se si parte da uno stato di completa ignoranza della cosa. Ogni ostacolo se c’è motivazione e buona volontà si può superare. Ma così curarsi diventa un percorso molto più in salita. Dobbiamo di questo dire grazie al vuoto culturale deliberatamente creato dal sistema delle banche. In gran misura prodotto dalla scuola, quella che tutti abbiamo frequentato, la scuola degli schiavi, che insegna tutto tranne quel che serve a vivere dignitosamente. Stando così le cose, magari sarebbe meglio esser stati Balilla.


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