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Miseria e nobiltà

Totò, "Miseria e nobiltà"

 

Quando spiego ai pazienti – che ignari si aspettano la prescrizione di rimedi magici miracolosi – come curarsi per lo più significhi seguire uno stile di vita corretto, essenzialmente nel cibo, nell’acqua e nell’attività fisica, ché poi la natura farà il resto, l’argomento che quelli usano per giustificare l’assenza dell’ultimo punto dalle loro normali abitudini è quasi sempre la mancanza di tempo. Al secondo posto nella classifica delle scuse (di gran lunga al primo in quella della sincerità) c’è il “sono pigro”, al terzo le limitazioni causate dalla malattia. Soffermandoci sull’aspetto del tempo – a parte la sostanza di bieca scusa come le altre, perché il tempo per le cose importanti lo si trova comunque – non c’è dubbio che quell’asserzione riveli un problema di fondo attinente alle vite di tutti noi. Nell’utopica visione di una società a misura d’uomo, postulata nel libro Lettere dalla Kirghisia del regista Silvano Agosti (che consiglio a tutti di leggere, si può acquistare qui), è descritto un sistema sociale dove ad ogni persona è richiesto di lavorare tre ore al giorno, per dedicare il resto del tempo “al sonno, al cibo, alla creatività, all’amore, alla vita, a se stessi, ai propri figli e ai propri simili“. E alla salute, ovviamente. Una delle più oscene sentenze che inquinano la mente della maggior parte delle persone recita: “il lavoro nobilita l’uomo”. Niente di più falso e fuorviante: l’uomo è nobile di per sé, immagine e essenza del Creatore. Il lavoro può magari gratificarlo, quando gli consente di esprimere le sue migliori capacità, cosa che accade di rado. Nell’ordinamento che viviamo, il lavoro è prevalentemente alienazione e schiavitù, un mortificante mezzo per ottenere la sopravvivenza, svendendo al potere le proprie meravigliose virtù. Di tutti quelli che svolgono un’attività lavorativa, solo una piccola minoranza produce qualcosa di realmente utile a sé a agli altri. I più attendono a mansioni idonee al massimo a mantenere in piedi l’apparato socio-economico da cui dipendono: burocrati, mercanti di generi superflui, addetti a produzioni di cui gli uomini e il pianeta farebbero volentieri a meno. Ma Il fatto che se stessero a casa il mondo cambierebbe poco o punto è del tutto irrilevante. Il senso della schiavitù è esattamente questo: se vuoi mangiare devi lavorare secondo le regole dell’apparato. Non importa se ciò che fai non serve a niente, quel che conta è che pieghi il capo e ti assoggetti al sistema. Che gli sacrifichi il meglio della tua vita. Che gli regali il più del tuo tempo. Che rinunci alla salute, perché devi vivere in perenne stress, e non hai materialmente – anche se pensassi di farlo – i pur pochi momenti da dedicare a curarla. Il mercato ti ruba l’anima, concedendoti in cambio se sei fortunato le poche briciole che lascia cadere sotto il tavolo: un’auto confortevole, una casa (da pagare a caro prezzo con un’esistenza di fatica), qualche gadget tipo telefonini e smart-tv, dieci giorni di vacanza low cost. Ti tratta alla stregua di un cane, che fedele si accontenta e gode del nulla riservatogli dal padrone. Una bella fine per esseri fatti a immagine e somiglianza di Dio! E’ esperienza comune, per chi dopo decenni di lavoro arriva a assicurarsi una sopravvivenza senza troppa fatica grazie ai loschi meccanismi previdenziali, l’impossibilità di adattarsi al radicale cambio di prospettiva. Chi va in pensione si ritrova all’improvviso padrone di tutto il suo tempo. E sovente non sa cosa farne, perché un’esistenza in schiavitù gli ha tolto gran parte del gusto di vivere, l’attitudine a godere le infinite gioie dello stare al mondo. Logoro e acciaccato, per lui molte porte sono definitivamente chiuse. Più o meno consapevolmente nutre l’intimo rammarico di tutto quello che il sistema gli ha rubato. E come un galeotto liberato dopo decenni di carcere, fatica a gestire l’ebbrezza della libertà ottenuta, arrivando a desiderare di tornare nella sua cella. Tanti neopensionati non riescono a sopportare il cambiamento, e il disagio li porta a una fine precoce. Molti di quelli che sopravvivono non sono – fra le tante cose – in grado di trovare spazio e modo per curare la propria salute. Prima non ne avevano materialmente il tempo. Ora, fiaccati nel corpo e nell’anima, non sanno darsi un’adeguata motivazione. Portano i loro disturbi in giro per ospedali e ambulatori medici, schiavi ignoranti da non poterne intendere il senso, e delegano ad altri – come son stati abituati a fare – l’improbabile soluzione di problemi squisitamente intimi e personali, cosa che sappiamo non portare da nessuna parte. Molti pazienti mi interpellano in questa fase della loro vita. Anche se realizzano perfettamente il significato di quanto gli dico, in merito alla responsabilità della salute e alla strada giusta per recuperarla, pochi riescono a attuare la cura in maniera adeguata. Per curarsi ci vuole anzitutto testa. Se hai perduto (ti hanno tolto) la capacità e la voglia di usarla riuscirci diventa impossibile. L’esito finale è una morte che è una sorta di omicidio. Nulla di insolito: per il mercato è pane quotidiano.


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