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Un handicap gravissimo

Piccoli Balilla

 

Sono il primo a sorprendermi, dato che col mio lavoro cerco di fornire gli elementi necessari per curare nel migliore dei modi la salute, di non aver pensato prima d’ora a trattare questo argomento, di importanza davvero cruciale. Non si parla della necessità del movimento, che è stata già illustrata. Ma della possibilità di realizzarla in pratica, problema che si presenta di continuo quando mi confronto coi pazienti. In genere le malattie, per quanto possano esservene i presupposti, non si manifestano in età giovanile. La maggior parte dei malati che mi interpellano vanno dai quarant’anni in su. Solo una esigua minoranza di questi ha la pratica di una disciplina sportiva nella propria esperienza di vita. Dunque solo pochi, quando gli si dice che devono svolgere una regolare attività motoria, sono in grado di recepire il messaggio e metterlo in atto. Gli altri, quasi tutti, sono persi, non sanno proprio da dove iniziare. E sovente non fanno nulla – coi pretesti più diversi –senza neanche aver chiaro che così rinunciano a una parte essenziale della cura. Lo sport è fatto di gesti e di fatica. Ai fini della terapia non sono certo richieste performances da olimpiadi. Quel che serve si può fare tranquillamente in casa, senza necessità di attrezzature speciali e spazi sterminati. Gli esercizi di ginnastica di base si possono sempre imparare. Ma averli eseguiti da ragazzi, nell’ambito della preparazione a uno sport, è un enorme vantaggio. Come ci insegna la scienza dello sport, durante l’infanzia e l’adolescenza ci sono momenti speciali – chiamati “fasi sensibili” – dove lo sviluppo di determinate attitudini motorie viene naturale. Passati quelli, certe capacità più complesse non si acquisiscono più. Ma questo è solo per conoscenza, ai fini del nostro discorso ha scarso rilievo. Quel che invece ne ha è l’aver imparato nel periodo migliore l’uso del corpo, la percezione e il controllo dei gesti e del lavoro muscolare. Quando esamino un paziente, capisco all’istante se ha tale esperienza quando valuto la motilità di un’articolazione, o compio qualunque altra manovra che richieda il totale rilassamento muscolare e una mobilizzazione passiva. Chi non ha fatto sport non è in grado di rilassare i muscoli, e sottoposto alla manovra li contrae automaticamente senza rendersene conto. Riguardo l’aspetto fatica, mi è rimasto impresso il cartello affisso all’ingresso dello spogliatoio di una società di canoa di Mantova. Recitava più o meno così: “Terminato l’allenamento gli atleti non devono andare a farsi la doccia. Devono trascinarsi sotto la doccia”. Un amico di Mandello del Lario, ex canottiere Moto Guzzi e già co-allenatore della Nazionale Italiana all’epoca del Dott. La Mura, tecnico della squadra per più quadrienni olimpici, conversando con me di abitudini motorie espresse un concetto simile. Sottolineò come i non sportivi rifuggano la fatica, laddove al contrario stancarsi praticando un lavoro atletico sia pura salute, e restituisca un senso di benessere fisico e mentale. Detto diversamente, generi energia. All’epoca dell’aborrito ventennio italiano del ‘900, tra tante infamie perpetrate dal regime – di gran lunga su tutte il disastro della guerra al fianco dei tedeschi –, di buono non c’erano solo i treni che viaggiavano in orario. Oltre a una dignità di nazione che questo paese neanche meritava, e che vendutosi ai vincitori non ha mai più posseduto, furono attuati progressi rilevanti sul piano sociale, produttivo, culturale. Anche se tutto era ampiamente sfruttato dalla propaganda del sistema, i fatti restano e sono innegabili. Sul tema che qui ci interessa, la salute, il Fascismo ebbe il merito di imporre a tutti i giovani la pratica sportiva. Anche se la motivazione dichiarata era quella di costruire un popolo di guerrieri, si trattava oggettivamente di un’opera di progresso, che le amministrazioni successive – serve delle banche sostenute dagli Stati Uniti e da altri regimi-canaglia – si son ben guardate dal replicare. Io ho iniziato a fare sport un po’ tardivamente, a 14 anni. Non ne avevo alcuna voglia, essendo attratto da attività di natura speculativa e decisamente più statica. Mi obbligò mio padre, facendomi scegliere tra le poche discipline al momento ancora disponibili presso i centri CONI di avviamento allo sport, e senza lasciare spazio ai miei accaniti tentativi di opposizione. Mi uniformai obtorto collo. Non lo ringrazierò mai abbastanza del bene che mi fece. Per la cronaca optai per la canoa, esattamente il kayak, senza avere idea di cosa esattamente fosse. Ciò che imparai in quegli anni costituisce una delle maggiori ricchezze che ho acquisito in tutta la mia vita. Me ne gioverò finché campo. Chi, come la stragrande maggioranza della gente, non ha avuto la mia stessa fortuna, soffre di una limitazione critica, un vero e proprio handicap, che emerge quando le contingenze della vita lo obbligano a fare i conti coi bisogni della salute. Come sappiamo, non è possibile curarsi senza svolgere un’adeguata pratica motoria. Anche se – salvo situazioni estreme (che rappresentano una rara eccezione) – questo è in teoria sempre possibile, quali che siano la condizione di partenza, l’età e il disturbo accusato, trasformare le intenzioni in fatti è obiettivamente problematico se si parte da uno stato di completa ignoranza della cosa. Ogni ostacolo se c’è motivazione e buona volontà si può superare. Ma così curarsi diventa un percorso molto più in salita. Dobbiamo di questo dire grazie al vuoto culturale deliberatamente creato dal sistema delle banche. In gran misura prodotto dalla scuola, quella che tutti abbiamo frequentato, la scuola degli schiavi, che insegna tutto tranne quel che serve a vivere dignitosamente. Stando così le cose, magari sarebbe meglio esser stati Balilla.

Storie di ordinaria cialtroneria

 

Ieri, dovendo ordinare olio di cannabis per una paziente, ho parlato al telefono con un farmacista. Un farmacista preparatore, che – come tanti suoi colleghi – mette impegno, passione e accuratezza nell’elaborazione di prodotti galenici utili a numerosi malati. Si parla di principi naturali, formulati secondo lo stile tradizionale, dove possibile avvalendosi di tecniche avanzate. L’esperienza con questo genere di trattamenti si era fermata decenni fa, con l’imporsi dei farmaci officinali secondo le regole della Medicina di BigPharma. Non è semplice ricostruirla, perché le risorse economiche nel ramo sono assai limitate e gli studi clinici hanno costi elevati. Si procede in modo empirico, sulla scorta dei dati aneddotici riportati dai singoli pazienti, metodo che, coi suoi limiti, non è poi così male. Il cortese interlocutore mi ha raccontato una vicenda che merita pubblicità. Premessa: la cannabis a scopo terapeutico è autorizzata in italia dal 2013. Il prototipo sono state le varietà commercializzate dall’azienda olandese Bedrocan, per alcuni anni le uniche disponibili, le cui caratteristiche hanno costituito una sorta di standard, cui in seguito anche altri produttori si sono uniformati. Sebbene la ditta orange possieda un know-how che va sicuramente ben oltre quanto pubblicizzato, e la pianta ne contenga centinaia, le diverse qualità sono distinte in base al contenuto in due soli principi attivi, il THC (tetraidrocannabinolo) e il CBD (cannabidiolo), e per la pianta d’origine, sativa o indica. Considerato che la richiesta superava la quota (pur privilegiata) prevista per l’esportazione in Italia, qualcuno pensò di avviare una produzione in loco. Volendo fare una cosa seria, l’unico possibile candidato a gestirla era un agronomo che da anni segue una coltivazione “sperimentale” in un centro del ministero dell’agricoltura in Veneto, forse la sola persona in Italia che se ne intende davvero. Essendo questo il paese di Pulcinella, l’incarico fu assegnato a chi non ne sa un piffero, segnatamente all’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze, ente che certo aveva un perché quando fu creato, precisamente nella prima metà dell’800 da Carlo Alberto di Savoia. Ma del cui senso ai nostri giorni ci sarebbe non poco da discutere. L’esistenza di un’officina di Stato, indipendente dalle corporations private, in grado di gestire preparazioni medicinali, non sarebbe in sé ingiustificata. E’ peraltro improbabile – in assenza di un’autorità pubblica di qualche peso – che il mercato le conceda spazi d’attività degni di nota. E se anche ne avesse, cosa c’entra con questo la medicina militare, che in un’epoca dove le guerre si fanno coi droni e le bombe autoguidate si potrebbe archiviare in blocco come memoria di tempi trascorsi? L’ente fiorentino vivacchia producendo qualche farmaco insignificante, caramelle, saponette, rotoli di garza, liquori vintage e poco altro. Ricorda certe vecchie pasticcerie, che indifferenti allo scorrere del tempo perpetuano un’arte fedele a gusti e sapori di cento anni fa, alcuni in verità più che apprezzabili anche oggi. Quel che realizza il Biochimico Militare è probabilmente troppo poco per giustificarne la sopravvivenza. Sarebbe lecito sospettare che per evitare la fine di altri istituti inutili i farmacisti con le stellette, fiutata l’aria e con qualche robusto patrocinio, si siano assicurati una produzione di grande immagine, che peraltro non gli somiglia per niente, quella appunto della cannabis. I risultati sono quelli attesi per chi si improvvisa in un mestiere: sia l’FM1 che l’FM2, i due tipi commercializzati, sono farmaci mediocri, che personalmente non prescriverei a nessun paziente, e che le farmacie più serie si rifiutano di trattare. Vista la crescente domanda, l’anno scorso è stata importata da noi una cannabis di origine canadese, la Pedanios Aurora, ricalcante gli stessi modelli e dimostratasi di qualità paragonabile alla capostipite olandese. Non identica, ovviamente, e per diversi malati anche più efficace.

Definito lo scenario, il farmacista di cui all’inizio mi ha detto di una sua cliente, una signora sofferente di più disturbi, tra cui un diabete mellito trattato con insulina. La paziente è anche in terapia con olio di cannabis ad alto contenuto di THC. Per tutto l’anno scorso ha usato quello ottenuto col prodotto canadese, ed era molto soddisfatta perché aveva osservato che servendosene regolarmente manteneva la glicemia in equilibrio con molta meno insulina di prima. Il preparatore mi ha spiegato che il beneficio sarebbe legato a un componente, il THCV (tetraidrocannabivarina), presente in considerevole quantità nella varietà nordamericana. Quest’anno l’Italia non ha aderito al bando d’importazione del Pedanios, e la signora è dovuta tornare all’olio di Bedrocan, e a spararsi molta più insulina, con ovvii delusione e disappunto (e danno per la salute). Indovinate un po’ chi è che gestisce le procedure di approvvigionamento? A mio avviso incredibilmente, non il Ministero della Salute. Ma proprio loro, l’Istituto Farmaceutico Militare! Facendo due più due, che abbiano voluto eliminare un concorrente non è così difficile da pensare. Tanto chi ci rimette sono solo i malati, che notoriamente non contano nulla. Ma lascio le conclusioni al lettore.

Tornare al Marlboro Country?

Marlboro Country

 

Come ogni inverno – anche se il fenomeno è ormai perenne – non si poteva guardare nessun programma tv senza essere inondati di spot vantanti le proprietà di questo o quel veleno farmaceutico da banco (cioè in libera vendita senza prescrizione), destinato a far guarire in men che non si dica da ogni comune disturbo affliggente la credula platea. Roba contro la tosse – grassa, rotondetta o del tutto secca –, il raffreddore, il mal di testa (distinto in normale, forte e ultimamente anche specificamente da cervicopatia), i dolori mestruali, le rachialgie. Per queste ultime, oltre i classici cerotti medicati, esaltano l’efficacia di cinture emettenti “calore terapeutico”! Evidentemente gli ideatori di queste réclame hanno incondizionata fiducia nell’imbecillità dello spettatore, che senza riserve dovrebbe farsi incantare da tali fesserie. Riguardo i testimonial, non si fanno mancare nulla: allegri fraticelli sodomiti, famiglie in attesa che cessi il male per riprendere a godere dell’abituale felicità (come ben noto al popolo degli assistenti sociali, inoperosi di default in un mondo così perfetto), cani pigri incavolati coll’atletico padrone, raffreddati asfittici come naufraghi sommersi del Titanic. Se questo propagandare porcherie, potenzialmente letali in singola dose, appare a tutti normale e lecito, perché non ampliare il campo a merci infinitamente meno tossiche, visto che di droghe – e di nient’altro – si sta parlando? La pubblicità delle sigarette è vietata in quasi tutto il mondo. Questo ostacolo formale ha da anni impegnato le multinazionali del tabacco in un continuo escogitare stratagemmi che consentissero di aggirarlo. Fino a non molto tempo fa la scritta “Marlboro” campeggiava su alettoni e fiancate delle vetture di Formula 1. Ferrari e Ducati in Motogp hanno avuto il tabaccaio americano come finanziatore principale dei rispettivi team. Quando il logo esplicito del prodotto è stato proibito, sono ricorsi a surrogati più o meno fantasiosi per suggerirne comunque l’immagine. La sponsorizzazione dura ancora. Per poter infilare una lettera M sia dritta che rovesciata nelle livree dei bolidi, ora hanno inventato un marchio, “Mission Winnow“, che non significa assolutamente nulla. Ma che evidentemente ottiene lo scopo. Riguardo i mass media, in Italia ad esempio la réclame delle sigarette è vietata sulla carta stampata dagli anni ’60. Sfruttando l’ambientazione di una fortunata campagna pubblicitaria statunitense, che associava i suoi prodotti allo stile di vita dei cowboys e ai meravigliosi scenari naturali dove quella si svolge, battezzati Marlboro Country, la Philip Morris creò una linea di abbigliamento sportivo-sofisticato, da contrassegnare liberamente col proprio marchio, che sfruttava le stesse immagini, con pullover e giubbotti al posto dei fatidici pacchetti di “bionde”. Quello del commercio di sigarette è un trionfo di ipocrisia. Insistono nell’attribuirgli una grossa fetta di tutte le malattie che possono affliggere chi le consuma, riempiono i pacchetti di foto e slogan terroristici, limitano sempre più gli spazi per chi vuole fumare. Ma continuano a venderle ovunque. Il solo e unico scopo del mercato è – come sappiamo – quello di autoalimentarsi in tutti i modi possibili. Che questi possano eventualmente creare un danno alla salute e alla vita della gente è per la sua logica del tutto irrilevante. Le regole sociali – come norme e principi dichiarati – sono solo fumo negli occhi. L’eroina era regolarmente in vendita nelle farmacie fino a circa la metà degli anni 1920. Chiunque poteva acquistarla con normale ricetta medica. Se in seguito è stata proibita, e inserita nelle tabelle internazionali degli stupefacenti, non è certo per ragioni di ordine etico. Questa è solo la facciata. La realtà è che il proibizionismo fa lievitare i prezzi, e moltiplica i profitti. Il discorso vale pari pari anche per sostanze molto meno dannose, come l’innocua quanto vilipesa cannabis, messa a suo tempo fuori legge per tutelare gli interessi dei petrolieri. Oggi – dopo tanti anni e grazie forse a un movimento d’opinione con solide basi scientifiche – possiamo prescriverla ai pazienti come sensato principio terapeutico in diversi stati morbosi. Sempre in tema di droghe, chi si sentirebbe di denigrare Sassicaia e Brunello perché l’alcool – e questo è sicuro – fa male alla salute? Ogni discorso sulla droga è viziato all’origine da pregiudizi, luoghi comuni e da una sostanziale diffusa ignoranza circa il concetto stesso sotteso al termine. E’ il male della società dell’omologazione di massa del pensiero, dove tutti ragionano con le idee di altri, disabituati a costruirsene di proprie. Tornando al tabacco, anche se nessun medico potrebbe in coscienza consigliarne il fumo per aiutare la salute di un paziente, non ci si deve scordare che si parla comunque di un principio naturale, la cui potenzialità lesiva per l’ambiente e il singolo individuo è relativamente modesta, rispetto agli ordinari veleni, ubiquitariamente seminati nel mondo del petrolio, delle sostanze radioattive e delle manipolazioni di Monsanto. Anche i farmaci possono ascriversi alla medesima categoria. Visto che ce li propinano in tutte le salse, senza nemmeno avere il buon gusto di stampare ossa e teschi di monito sulle scatole, che ci sarebbe di così anomalo e inaccettabile a riproporre le accattivanti immagini del Marlboro Man che si prende una pausa accendendosi la sigaretta sullo sfondo di sterminate, verdi praterie? L’attentato alla salute sarebbe infinitamente minore, e quanto meno gli occhi ne sarebbero appagati.

Perché combattiamo

Perché combattiamo

 

Come in più occasioni sottolineato, l’atteggiamento della Medicina imperante nei riguardi della malattia riflette una mentalità di stampo militare. Qualunque fenomeno morboso è pensato e descritto come un insidioso nemico, da combattere e annullare con tutti gli strumenti disponibili in un armamentario terapeutico costituito da farmaci, chirurgia demolitiva e mezzi fisici biolesivi (radiazioni ionizzanti in primis). Gli operatori di tutti gli ospedali e ambulatori medici del mondo sono quotidianamente impegnati in una guerra senza quartiere contro le forze del male, incarnate da ogni disturbo – piccolo o grande – che possa affliggere un essere umano. Sia intesa letteralmente come conflitto di eserciti, sia in modo esteso, come lotta contro qualunque elemento ritenuto ostile e nocivo, il significato della guerra è chiaro e univoco. Questo frammento, tratto da una serie tv tedesca, lo sintetizza efficacemente

 

Fiction a parte, è riportato (e non smentito) che aziende americane come Ford, General Motors, IBM e altre abbiano fornito i loro prodotti alla Wermacht e al regime nazista per tutta la durata del secondo conflitto mondiale. Questo è la guerra: un sanguinoso business, e la piega assunta dalla Medicina negli ultimi decenni sostanzia precisamente il medesimo concetto. Dietro l’ostentare enormi progressi – per mezzo di una sapiente propaganda che toglie ogni spazio al dubbio – e il vantare il possesso dei favolosi strumenti terapeutici che da quelli deriverebbero, c’è soltanto un bieco mercato, finalizzato a muovere l’economia (cioè impoverire le masse) e dare credibilità all’apparato che l’alimenta. Il ruolo del medico è ridotto a quello di un agente di commercio, spinto a vendere prodotti di cui in realtà sa poco o nulla, e sempre più scoraggiato dal pensare colla propria testa e prendere decisioni in modo autonomo. Le leve non mancano: oggi più che mai un clinico che si allontani dalle regole imposte dalle “linee guida” rischia la gogna, e anche il diritto di esercitare la sua professione. E di fronte al ricatto della fame, anche chi pensasse di trasgredire è quasi obbligato a piegarsi. L’omologazione delle idee ha la strada spianata dal sistema delle banche, dalla convenzione del denaro, imposto come unico requisito per la sopravvivenza: o obbedisci agli ordini, senza pensare e senza discutere, oppure sei fuori dai giochi, e vediamo come riesci a campare. Argomenti più che convincenti, in una logica – appunto – di stampo militare. Neanche per il paziente, bombardato di minacce inquietanti e privato di ogni informazione utile, esistono alternative all’accettare l’idea della guerra. Ignaro del significato della malattia, spaventato dal peso dei sintomi, piuttosto che viverli serenamente e cercare di dargli un senso, corre a cercare aiuto in chi – più o meno scientemente – non aspetta altro che di poter approfittare del suo male. Come i fanti spediti al macello nelle trincee della Grande Guerra, si lascia persuadere che non vi siano alternative al combattere sino al martirio contro il nemico che l’ha aggredito. Uscito dall’ambulatorio del medico con tutte le ricette pertinenti, si precipita nella farmacia più vicina per fare il pieno di veleni, convinto che brandendo quelle armi potrà sconfiggere l’avversario: l’antibiotico per uccidere i germi cattivi, le vitamine di scorta, l’antiinfiammatorio o il cortisone per cancellare la reazione, il “gastroprotettore” per neutralizzare lo stomaco, magari qualche insignificante integratore per confortare l’anima. Un repertorio di schifezze per lo più inutili e dannose, inflitto secondo un copione stereotipato in accordo coi sacri canoni di un’ortodossia indubitabile. Mio nonno, giovane ufficiale degli Arditi sul fronte del Carso, raccontava come durante le pattuglie notturne fuori le trincee gli accadesse di incontrare gli omologhi drappelli austriaci, e di essersi intrattenuto a mangiare e conversare in un clima di fraternità e amicizia con coloro con cui il mattino dopo si sarebbe scambiato proiettili. La guerra tra membri della stessa specie è contraria alla legge di Natura. E’ un’anomalia biologica che si verifica normalmente solo tra gli esseri umani. La logica del mercato antepone il singolo individuo alla specie cui appartiene, obbligandolo a sopraffare il suo simile per poter sopravvivere. E’ una dinamica folle, perché mette in pericolo l’intero gruppo, compresi i soggetti che la favoriscono per mantenere il dominio sugli altri. La via naturale alla sopravvivenza è quella della solidarietà. Ma per l’uomo è solo teoria. Anche far guerra alla malattia è una pretesa insensata. Non mi stancherò mai di ripeterlo: la malattia è una risorsa biologica essenziale alla sopravvivenza, pretendere di eliminarla è puro autolesionismo, come lo sono la xenofobia e ogni forma di odio verso i propri simili. Sarà perché da bambini ci regalano le pistole-giocattolo, fatto sta che non ci viene spontaneo vederla così. All’epoca del terremoto dell’Aquila vi fu una generale reazione di sdegno per il contenuto – diffuso dai media – di un’intercettazione telefonica dove due palazzinari si compiacevano di quanto accadeva, perché il disastro gli offriva l’occasione di lauti profitti. Superando l’istintivo senso di nausea che la cosa suscita, c’è poi tanto da meravigliarsi? Si potrebbe quasi apprezzare la sincerità dei due tizi. Questo è il sistema in cui viviamo, e a conti fatti quell’unanime indignazione è semplicemente il segno che la gente si ostina a non volerne prendere atto. Il cinismo di chi approfitta di una catastrofe naturale è niente, rispetto a quello di chi le catastrofi le produce ad hoc. La guerra è da sempre al primo posto in questa categoria E le devastazioni che i farmaci e le altre armi mediche creano all’organismo sono a buon diritto assimilabili a quelle prodotte nei conflitti dai proiettili dei cannoni. L’esito finale in questo genere di scenari è stabilito a priori: i combattenti – soldati o malati che siano – ne usciranno in ogni caso sconfitti. La vittoria sarà sempre, solo e comunque dei mercanti.

Il petrolio e i buoi

Petrolio e buoi

 

Il concetto di fondo che motiva tutti i testi di questo sito, e dovrebbe a mio avviso rappresentare la base di ogni attività medica, è che la salute andrebbe curata ogni giorno, dal momento che si viene al mondo. Tutti hanno interesse a farlo, e tante persone – di loro iniziativa, applicando quel buon senso che appartiene alle naturali attitudini di ognuno – in effetti danno al loro stile di vita un’impronta coerente con molte delle necessità che l’obiettivo sollecita: mangiano con criterio, fanno regolarmente sport, hanno a cuore il mantenimento del proprio benessere. Possono considerarsi privilegiati, perché gli obblighi che il mercato impone agli esseri umani in cambio della sicurezza di poter sopravvivere sono spesso incompatibili con scelte di questo tenore. Ma i più subiscono le regole del sistema, essendo più o meno costretti a ignorare i bisogni naturali. I medici dovrebbero sollecitare le persone a proteggere la loro vita, e insegnargli come fare. Come a più riprese evidenziato, la medicina è un ramo rilevante del mercato, tra i più lucrosi perché interviene su un bisogno primario, e l’orientamento su cui il modello imperante l’ha – deliberatamente – indirizzata, a un dipresso compendiabile nel termine generico di allopatia, ha fatto si che si allontanasse dalla via della conoscenza e del progresso, per diventare quello che attualmente è: uno dei maggiori pericoli per la vita di ognuno di noi. Dico spesso ai pazienti che quella generalmente praticata, l’unica che insegnano a noi medici, è la medicina dei petrolieri, perché il progressivo abbandono dell’altra, la medicina naturale, rispettata e applicata fino a meno di un secolo fa, sarebbe dovuto alla decisione dei poteri economici – negli anni venti del secolo scorso – di fare della sanità una primaria fonte di profitto e controllo delle masse. Se è andata davvero così, tutto si può dire meno che non ci siano riusciti! La medicina che è offerta nelle università, e noi medici abbiamo imparato a praticare, snobba i fondamenti dei principi biologici, si disinteressa dei bisogni essenziali della salute, si rivela di fatto non una scienza. Ma un’ideologia, al totale servizio del business. E’ focalizzata sulla malattia, anche se non sa minimamente cosa questa sia. Anche se le esigenze di immagine la obbligano a parlare di “prevenzione”, termine che – in questo sistema concettuale – equivarrebbe all’incirca a mantenimento della salute, nei fatti interviene soltanto quando il disturbo si manifesta, in stadio più o meno avanzato. Gli strumenti che la medicina possiede sono concepiti per aggredire la malattia, e non per evitare che compaia. L’ovvia conseguenza è che tutto il gigantesco apparato della sanità, che si mangia una grossa fetta delle risorse che la pubblica amministrazione sottrae dalle tasche degli schiavi, inizia a attivarsi in una fase comunque tardiva, dove la salute è ormai un ricordo, e i buoi han già da tempo lasciato la stalla. Ha senso industriarsi a mettere a punto protesi sofisticate, fatte coi materiali più innovativi, da sostituire a un apparato organico quando irrimediabilmente compromesso, piuttosto che usare lo stesso impegno per evitare che il danno si crei? Certamente si, se l’obiettivo è vendere un prodotto. Se al contrario si tratta di proteggere il benessere della gente – come dicono di voler fare – siamo al grado più totale di follia. Non che ci sia nulla di nuovo: lo stile di vita imposto a tutti è zeppo di abitudini prive di senso, non percepite come tali solo per assuefazione e assenza di modelli alternativi. Sta di fatto che il livello medio di salute è molto più basso di quanto potrebbe essere, solo per diseducazione e disinformazione. Basterebbe – ad esempio – che ci si abituasse da piccoli a bere molta acqua, per non dico svuotare gli ospedali e gli ambulatori medici. Ma sicuramente per ridurne drasticamente l’affollamento. Se vogliamo davvero proteggerci, dobbiamo smettere di subire la malattia, facendocene cogliere impreparati dopo aver creato le condizioni perché se ne attivi la necessità. Il mercato non aspetta altro, e con la scusa di aiutarci ne trarrà ogni possibile profitto. Non abbiamo bisogno di cure che – adeguate o no – saranno comunque tardive. Abbiamo bisogno di imparare a star bene, a non ammalarci. Di usare il tempo a nostro vantaggio, e non per quello di chi fa merce della nostra vita.

Una briciola di saggezza

 

Del tutto casualmente, facendo una ricerca su Google, ho avuto notizia di un nuovo farmaco, proposto per il trattamento dell’artrite reumatoide. Non è un anticorpo monoclonale, di quelli che passano sotto l’etichetta “biologico”, che abbiamo visto essere veleni pericolosissimi. Poi che – in rari casi – ritengo opportuno alimentare la fiducia del paziente con una terapia farmacologica di breve durata, sono andato a meglio vedere di che si tratta. Come al solito, ho esaminato la relazione presentata dal fabbricante all’autorità europea dei farmaci. A quanto sembra, è una molecola che agisce con un meccanismo affatto inedito, rispetto alle sostanze già da tempo in uso. Bloccando in qualche modo un enzima (il rapporto non lo spiega, e forse non lo sanno esattamente neanche loro) inibisce l’attivazione di recettori che avviano la trascrizione di geni coinvolti in fasi critiche dell’immunorisposta, attraverso la produzione di mediatori come interleuchine e interferoni. Apparentemente, sembrerebbe una dinamica meno pericolosa rispetto a quella dei biotecnologici: come vale per ciclosporina, methotrexate e qualche altra molecola che talora prescrivo, potrebbe essere eligibile per l’uso di cui si diceva. La documentazione presentata confermerebbe trattarsi di un prodotto eventualmente proponibile, seppure l’esperienza sia ancora limitata. Rispetto ai letali effetti non di rado causati dagli anticorpi monoclonali (definiti bDMARDs, sigla che sta per “farmaci antireumatici biologici modificanti la malattia”, laddove quelli convenzionali sono i cDMARDs), il potenziale tossico di queste sostanze appare molto più contenuto. Naturalmente – valutando, nel caso, di servirsene – di sicuro non le regalano: una confezione da 28 compresse di Olumiant (meno di un mese di trattamento) costa oltre mille €. Tutto questo precisato, stiamo comunque parlando soltanto di farmaci, veleni per il corpo e per la mente, che di regola vanno evitati, se si vuole proteggere la salute e superare lo stato di malattia. Anche nei casi sia transitoriamente opportuno utilizzarli, non hanno più che un ruolo accessorio. Ne parlo perché, nel rapporto citato, mi ha colpito una considerazione, espressa nel mare di tabelle, formule e descrizioni contenuti in 132 pagine di documento. A proposito della teorica possibilità di utilizzare il prodotto in associazione con un “biologico”, è detto testualmente: “le conseguenze dell’inibizione di molteplici vie dell’immunorisposta possono essere gravi”. Che una valutazione del genere, dettata da un principio generico di prudenza piuttosto che da gelidi dati sperimentali – di norma l’unica regola osservata in questo genere di dissertazioni –, sia espressa da chi sta solo cercando di far autorizzare la vendita della propria merce, da chi sa proporre ai malati nient’altro che intrugli sintetici più o meno mortiferi, imposti coll’autorità della “scienza” come unica strada possibile, indica che anche i cinici produttori di veleni sono a volte in grado di esprimere una briciola di saggezza. Non che la cosa sia troppo incoraggiante. Ma è un fatto talmente eccezionale che merita di essere sottolineato.

La giornata del nulla

 

Il primo dicembre è proclamato giornata mondiale contro l’AIDS. A parte il fatto che richiamare l’attenzione della gente una volta l’anno, su un problema – qual che sia – che esiste quotidianamente, non ha necessariamente un gran senso, nel caso specifico l’evento ha tutt’altri significati che quelli che ci raccontano. Tanto per cambiare, il primo intento è di ordine commerciale. Non ho dubbi che più di un’istituzione, accreditata dove più dove meno, approfitterà dell’occasione per provare a racimolare denaro, per la ricerca, per gli orfani africani, per le madri afflitte, per i reparti specialistici e per ogni più bieco pretesto. Si sollecita la solidarietà del popolo, per gestire problemi che andrebbero affrontati in tutt’altro modo, dove gli organi pubblici mostrano nei fatti la loro inutilità. Il solito teatrino, dove tutti fingono di impegnarsi a migliorare le cose, e lo scopo ultimo è in realtà di non cambiare nulla. Ma la giornata dell’AIDS ha obiettivi che vanno oltre la mera raccolta di soldi. Quello principale è tener alta l’attenzione collettiva su un fenomeno sociale che non può non generare apprensione, e che – parlando di una malattia – riguarda teoricamente chiunque. A livello di supermarket, i maggiori beneficiari della psicosi del disturbo sono stati i produttori di profilattici. Dopo trent’anni, ancora si vedono spot tv che ne raccomandano l’uso a scopo anti-contagio. Di molti ordini di grandezza maggiore è il giro d’affari in ambito di sanità, soprattutto per la diagnostica e i farmaci. Ma c’è un interesse che fa premio su tutti gli altri. E’ quello dei terroristi, cioè i promotori del terrore, che se ne possono infischiare del giro di soldi, perché quello che hanno da guadagnare ha un valore molto più grande. E’ la paura il maggiore strumento di controllo delle masse, l’arma più efficace del potere. Come chiarito nell’articolo sull’AIDS (che nel caso suggerirei di rileggere), la cosa più sensata che può fare chiunque abbia la ventura di ricevere tale diagnosi è stracciare i referti, dimenticarsi di chi gliel’ha fatta, buttare i farmaci antivirali nella pattumiera, e continuare a occuparsi dei problemi reali che certamente non mancheranno alla sua vita. Quello dell’AIDS è un gigantesco bluff, uno dei tanti con cui ci tengono in catene. Nessuno ha mai dimostrato l’esistenza di uno stato morboso con i tratti attribuiti a questo fenomeno, in barba a metodiche PCR di dosaggio virale e alle sottopopolazioni linfocitarie, cose ben note a quanti sono caduti nella rete dei mistificatori. Propaganda, nient’altro che aria fritta. La verità è da tutt’altra parte. Ma l’abbiamo detto: le parole creano il potere, ed è il pensiero che decide la nostra vita.

Il peso del pensiero

 

Quando concordo con un paziente un percorso terapeutico, sottolineo sempre il concetto che – qualunque siano la malattia e la strada che si decida di intraprendere per superarla – la prima cosa che va curata è comunque la testa. Non s’intende che debba recarsi da un parrucchiere di grido, perché gli confezioni un’acconciatura mozzafiato: parlo – ovviamente – di idee. Ogni cura inizia da un progetto. Quello prodotto dalla maggioranza dei malati consiste nel delegarne la realizzazione e la responsabilità all’esperto di turno, nella speranza di poter guarire semplicemente eseguendo con più o meno scrupolo quanto da quello disposto. E’ una pura illusione, perché la salute non è delegabile, e ognuno risponde della propria, senza alibi o filtri. Perciò, se si vuole ottenere qualcosa di buono, si deve entrare nel problema e costruirsene una visione realistica. Questa preliminare attività di intelligenza ha un peso determinante per l’esito finale della terapia. Si potrebbe anzi dire che la guarigione dipenda completamente dall’idea che ci si è fatti della malattia. Non c’è nulla di strano in questo. Siamo naturalmente portati a guarire, ed è quello che di norma accade, non appena le cause del disturbo regrediscano o si attenuino. L’ostacolo maggiore a tale processo naturale è costituito proprio dall’attitudine mentale che possiamo assumere su quanto ci accade, con ogni implicazione razionale e soprattutto emotiva che questo sottende. In primo luogo la paura, presente d’istinto, e alimentata oltre misura da pregiudizi e terrorismo, flagello ubiquitario del mondo del mercato. Può essere una barriera insormontabile, e precludere qualunque possibilità di una soluzione positiva. Va rimossa, e solo la ragione può farlo. Riuscirci è tutt’altro che facile. Perché la paura ce la portiamo da casa, ce ne creano di ogni genere da che veniamo al mondo, ed è lì che cova, pronta a palesarsi alla minima difficoltà che dobbiamo incontrare. Prendendo per buono quanto ci raccontano, di fronte ad esempio a una diagnosi di cancro non sarà possibile non farsi attanagliare dall’idea di una probabile morte imminente. Non ve ne sarebbe motivo: il cancro è un fenomeno biologico come tanti altri, la sua possibile evoluzione non può essere diversa da quella di ogni altra manifestazione vitale. Se tendiamo naturalmente a guarire dall’influenza, non c’è ragione di credere che lo stesso non debba accadere con qualsiasi disturbo. Ma coltivare questa idea significa ammettere che ci imbottiscono di menzogne, che quella che consideriamo scienza è un bluff, che non possiamo fidarci di chi ci si presenta come esperto autorevole. Che dobbiamo fidarci solo di noi stessi, e di quel Dio che il nostro essere rappresenta. Uscire dall’ipnosi, liberare il pensiero non è facile. Il mercato ci circonda di cattivi consiglieri, e non ci offre alternative al credere a questi. Assegna diplomi, lauree e master, illudendo chi se ne fregia di aver acquisito la vera conoscenza. Un inganno globale, che impedisce ogni speranza di progresso. Ci ammaliamo, ci dicono che non possiamo guarire, e così avviene perché ce ne convincono. La verità è altrove. Ma non sappiamo raggiungerla, perché la mente è plagiata irreversibilmente dal disegno del potere. Al di là di quanto la mia esperienza sia in grado di offrirgli, raccomando sempre ai pazienti di ascoltarsi, di imparare a cogliere i segnali che l’organismo gli manda, di provare soluzioni personali: tra tante, è possibile che ne trovino di valide, e sarà una risorsa per loro e per altri. Quello che impariamo da noi stessi ha un valore speciale, ci arricchisce e ci dà sicurezze dal valore incomparabile. Ci fa scoprire chi possiamo essere, imparando a sfrutttare le potenzialità con cui siamo nati. L’esperienza è la nostra più grande ricchezza. Ma quale scuola si sognerebbe di insegnare agli allievi che noi siamo quello che pensiamo? La verità è strumento di libertà, e non trova posto nella scuola degli schiavi. Le reazioni dell’organismo dipendono al 100 % dal modo in cui interagiamo con l’ambiente che ci circonda, da pensieri e emozioni che la realtà evoca in noi. La malattia è una di queste reazioni: dobbiamo sempre metterla in relazione con le circostanze che ne hanno giustificato la presenza, individuarne le cause ed essere tranquilli solo per esserci riusciti. Accettarla senza alcun timore, perché è lì per aiutarci, non certo per farci del male. Far proprio questo semplice concetto, crederci senza dubbi o riserve, è il modo migliore per mettersi nelle condizioni di superarla, di riprendere a star bene, quando dovrà accadere. A volte faccio ricerche su Google, riguardo certi stati morbosi, anche per vedere come sono indicizzati gli articoli di questo sito. Quello che vedo è desolante: ogni risultato evoca terrore solo nel titolo, e tutti nel complesso alimentano la visione della malattia come un flagello, un’insidia perniciosa che obbliga alla ricerca dei più sofisticati ordigni in grado di combatterla, dove il dubbio di non farcela aleggia inesorabile. “Trovata una nuova arma contro l’epatite B”, “Dalla ricerca dell’Università X una nuova speranza per i malati di cancro”, “Dieci consigli per vincere l’artrite”, “Presto in commercio un vaccino contro i funghi”, e cose del genere. Un fatale scenario di guerra, proclamata come l’unica soluzione possibile. I trucchi del potere sono sempre gli stessi, da che abbiamo memoria. Il divide et impera è tra i più utilizzati, a quanto pare dagli albori della storia. Incredibilmente, la gente ci è sempre cascata, fossero le rivalità tra Atene e Sparta, o i Galli ai tempi di Cesare, o gli infedeli che profanavano la Terra Santa, e poi Guelfi contro Ghibellini, e così via fino ai tempi attuali, dove ancora fanno presa gli odii religiosi, con gli arabi – civiltà rispettabile quanto e più della nostra – additati come fanatici e terroristi, pronti a farsi esplodere per affermare non si sa cosa. Per non dire dei conflitti sociali, che in ogni sistema di convivenza hanno suscitato morti e rancori insensati. Per convincere gli esseri umani a farsi ammazzare, il potere ha creato l’idea di patria, nozione di per sé aberrante e avulsa da ogni logica, imponendola come valore supremo attraverso gli strumenti consueti dell’educazione, scuola in primis. La guerra è sempre una follia. Eppure se ne sono fatte e se ne continuano a fare, grazie a una sorta di assuefazione mentale che impedisce alle masse di ragionarci sopra. E’ follia anche pretendere di far guerra alla malattia, a “germi e batteri” che mettono in pericolo i nostri bambini (mentre le merendine fatte con gli ogm della Monsanto vanno benissimo!). Facciamo strage di microrganismi con gli antibiotici, e poi li riintroduciamo con l’Enterogermina “perché ci fanno bene”. Siamo sicuri che sia proprio sapiens sapiens? L’ignoranza è il vero puntello del potere: la promuove, e fa di tutto perché gli individui non imparino mai a ragionare con la propria testa. A quanto pare, ieri con l’Inquisizione, oggi grazie a tv e Facebook, ci riesce benissimo.

La regola del due più due

Di recente, parlando al telefono con un nuovo paziente, che mi aveva interpellato perché lo aiutassi a gestire un problema di salute (diagnosticato da altri come carcinoma pancreatico, dopo un iter diagnostico scaturito da un marcato, progressivo dimagramento), gli accennavo al mio punto di vista riguardo il curarsi. Gli spiegavo che il criterio alla base di ogni valutazione, e delle scelte conseguenti, è che in ogni caso due più due deve fare quattro. Il signore ha replicato che in medicina due più due non dà quasi mai quel risultato. Osservazione acuta e più che pertinente. Gli ho risposto che se per la medicina due più due non fa quattro, allora quella medicina è da buttare nella spazzatura. Si trattava di un contatto preliminare alla visita, dove cercavo di suggerire i presupposti perché l’interessato potesse valutare le cose in modo alternativo rispetto ai messaggi ricevuti nei reparti specialistici con cui aveva interagito. Perché non avesse sorprese, ho accennato alle mie idee colla massima franchezza possibile. Ma il punto che quel paziente ha sottolineato è di importanza davvero cruciale. Le storture di un percorso originato da certe posizioni ideologiche possono essere tali da condurre a conclusioni in aperto conflitto con la logica più elementare, sebbene quelle conclusioni siano perfettamente coerenti con le premesse, e ad un esame insufficientemente critico appaiano plausibili. Il discorso vale per molti settori delle attività umane. Ma in questa sede trattiamo di quello della salute. In realtà sono innumerevoli, in medicina, le letture dei fenomeni fisio e patologici perpetuate in base a concetti stereotipati – fissi e immutabili – che danno origine a scelte terapeutiche conseguenti in termini logici. Ma sovente in contrasto col più semplice buon senso. Pretendono che possa guarire ingoiando farmaci, senza spiegarti cosa devi mangiare, quanto devi bere, come devi muoverti. E senza dare un senso alla malattia. Tutto l’apparato ideologico sul cancro è emblematico in tal senso. Il paziente di cui dicevo ha visto esordire il calo ponderale che ha condotto alla nefasta diagnosi dopo la prescrizione di un farmaco – e l’incremento progressivo del dosaggio, vista l’assenza di effetto – per trattare un dismetabolismo glicidico di trascurabile entità, che poteva semplicemente essere ignorato senza speciali rischi. Ma non fia mai! I medici (gli “specialisti”) devono sempre proclamare una diagnosi, farci sopra ogni possibile terrorismo, e imporre farmaci che guai a non prenderli. Quello dato nella circostanza (un’autentica schifezza) riduce la risposta dei tessuti all’insulina, tanto da essere anche classificato come sostanza dimagrante. La sequenza dei fatti ne dimostra un più che probabile ruolo nella genesi del disturbo. Parlando di equilibri ormonali connessi alla glicemia, il fatto che il pancreas possa aver sviluppato una lesione come risposta all’alterazione indotta dalla “cura” è facilmente comprensibile. Agendo secondo buon senso, si sarebbe dovuto interrompere l’inutile avvelenamento, aspettandosi ragionevolmente che la ghiandola ripristinasse le condizioni normali, e che quindi il “cancro” sparisse. Così due più due poteva dare quattro. Non è andata così, perché la gente si affida agli “esperti”, disposta a farsi uccidere piuttosto che metterne in dubbio l’onniscenza, e in nessun caso a ragionare con la propria testa. Mi auguro che quella persona se la cavi, seppure ogni circostanza deponga in senso opposto. Ma l’episodio è esemplare di un’attitudine universalmente – niente affatto casualmente – diffusa. Ogni sforzo del potere è rivolto a plasmare la mente di tutti gli esseri umani, dal momento che vengono al mondo, abituandoli a costruirsi le opinioni sulla scia di idee precostituite – frutto del pensiero di figure illuminate, la cui veridicità non può in nessun caso esser messa in discussione – piuttosto che usare gli strumenti che sarebbero naturali, cioè esperienza e buon senso, e nient’altro. La propaganda crea un artificiale bisogno di certezze, sfruttando oculatamente certe vulnerabilità connaturate a ogni individuo, per poi servirsene offrendo quelle che fanno gioco al sistema (e terrorizzando in tutti i modi chi provi a metterle in dubbio). Genera così una vera e propria paura di usare la ragione di fronte alle verità rivelate degli “eletti”, costruendo i presupposti per fare accettare qualunque messaggio, per assurdo che possa essere. Assuefà al rispetto incondizionato dell’autorità, al timor di Dio, anche se è un dio falso che più non si potrebbe, inducendo a uniformarsi senza riserve a tutto ciò che proviene dall'”alto”. Struttura l’intelletto di quelli che potrà poi usare come schiavi per tutta la loro esistenza. Ci vuol poco a capire che anche menti brillantissime, che so, Socrate, Tommaso d’Acquino, Mark Twain, tra tante verità sacrosante possano averne sparate anche di grosse. E’ normale, è umano, solo i morti non sbagliano. E come si può imparare se non si fanno errori? In un contesto del genere, in una condizione di ipnosi generalizzata che umilia lo spirito di tutti gli esseri umani, difficilmente due più due potrà dar quattro. E la gente continuerà a lavorare per le briciole che il re si degnerà di concederle. A studiare una realtà truccata per restare nell’ignoranza. A andare a farsi uccidere negli ospedali del mercato. Siamo tutti in teoria in grado di affrancarci da questo giogo. Tutti abbiamo il cervello e possiamo servircene a nostro vantaggio. Riuscirci non è affatto semplice. Ma saper onorare la perfezione con cui siamo stati creati, far valere la virtù che possediamo, è nostra esclusiva responsabilità.

Il potere del nome

 

Il modo in cui ci rappresentiamo la realtà ha un peso tanto grande da determinare sovente lo stesso realizzarsi di questa. La frase “siamo quel che pensiamo” non attiene a mere opinioni. Ma definisce fatti concreti, in ultima analisi anche il nostro stesso destino. Il concetto racchiuso in una determinata parola può avere una tale intima forza da decidere l’evoluzione materiale della situazione cui è riferita. Il fondamento della sofisticata arte della propaganda è proprio questo: fare in modo che la massa associ a questo o quel termine l’idea che più fa comodo. I fatti ne saranno la naturale conseguenza, in accordo al programma stabilito. Le parole, nella società globalizzata, sono uno strumento di potere molto più forte delle armi. Quello della salute è un terreno dove queste dinamiche si evidenziano in maniera molto spiccata. Ne abbiamo discusso riguardo il cancro, il cui solo remoto pensiero conduce automaticamente all’immagine della tomba. Ma tante altre sono le occasioni dove l’idea che si ha in testa di questa o quella malattia viene associata in via diretta all’eventualità delle conseguenze più nefaste. Un frutto felice della combinazione di menzogne e ignoranza, binomio obbligato della morte del progresso, del trionfo del mercato. Nel corso di tutta la mia attività ho potuto osservare la costanza con cui i pazienti che incontravo attendevano con terrore, come una condanna ai più gravi supplizi, la diagnosi che avrei fatto del loro disturbo. Indipendentemente dal grado di severità di questo – che gli era ovviamente ben noto, e spesso non era granché – gli scenari che erano pronti a prefigurarsi non appena avessi pronunciato il fatidico nome erano immancabilmente i più tetri. Mi è accaduto di rado col cancro, che non è stato il mio ramo specifico. Con gran frequenza con alcuni dei fenomeni di cui abitualmente mi occupo, quelli con l’etichetta dell’autoimmunità. Persone con forme lievissime di artrite reumatoide, con sintomi sporadici e quasi trascurabili, impallidivano al solo sentire la parola. Hai un bell’affannarti a spiegare, con gli argomenti più convincenti, che la definizione della malattia non ha niente a che vedere con la gravità di questa. Che porre una diagnosi serve esclusivamente a inquadrare a grandi linee il fenomeno, a capire il meccanismo fisiopatologico attraverso cui si esprime, in definitiva a aiutare il malato a conoscere meglio se stesso. Tutto vano: le idee preconcette – false quanto intimamente radicate – fanno premio su tutto, anche a costo di umiliare il buon senso. E’ questo il motivo per cui – al di là del fatto che vi è la diffusa tendenza a non farle, e quasi sempre a sbagliarle – ho un certo generale timore delle diagnosi. La diagnosi è uno strumento di conoscenza. Se non si ha confidenza con questa, se si vive di pregiudizi, delle idee ingannevolmente diffuse dalla propaganda, senza critica, senza riflessione, allora è meglio starne alla larga. Perché diventa strumento di terrorismo, e la paura è l’ultima cosa di cui si ha bisogno per guarire. Il pericolo maggiore che corre un malato, nel momento che si rivolge all’apparato della sanità – che sia ospedale, ambulatorio, servizio d’urgenza – non è tanto in quello che gli viene fatto. Ma assai di più in ciò che gli viene detto. Per carità, tutti in buona fede. Ma le funzioni biologiche sono influenzate prevalentemente dalle reazioni emotive. Basta una parola, un nome cui si è inclini a attribuire un significato spiacevole, per determinare una catena di effetti che darà un esito negativo alla malattia. Di fronte a un rischio del genere, come spesso dico ai pazienti, starsene a casa e gestire la cosa in altro modo è la scelta più saggia. La malattia serve a guarire, non a uccidere. Ma se la vediamo altrimenti, se subiamo le chiacchiere che ci allontanano dalla verità, se ci facciamo piegare dal terrorismo, i percorsi naturali ne saranno alterati in modo decisivo. Anche fatale.

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