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Storie di ordinaria cialtroneria

 

Ieri, dovendo ordinare olio di cannabis per una paziente, ho parlato al telefono con un farmacista. Un farmacista preparatore, che – come tanti suoi colleghi – mette impegno, passione e accuratezza nell’elaborazione di prodotti galenici utili a numerosi malati. Si parla di principi naturali, formulati secondo lo stile tradizionale, dove possibile avvalendosi di tecniche avanzate. L’esperienza con questo genere di trattamenti si era fermata decenni fa, con l’imporsi dei farmaci officinali secondo le regole della Medicina di BigPharma. Non è semplice ricostruirla, perché le risorse economiche nel ramo sono assai limitate e gli studi clinici hanno costi elevati. Si procede in modo empirico, sulla scorta dei dati aneddotici riportati dai singoli pazienti, metodo che, coi suoi limiti, non è poi così male. Il cortese interlocutore mi ha raccontato una vicenda che merita pubblicità. Premessa: la cannabis a scopo terapeutico è autorizzata in italia dal 2013. Il prototipo sono state le varietà commercializzate dall’azienda olandese Bedrocan, per alcuni anni le uniche disponibili, le cui caratteristiche hanno costituito una sorta di standard, cui in seguito anche altri produttori si sono uniformati. Sebbene la ditta orange possieda un know-how che va sicuramente ben oltre quanto pubblicizzato, e la pianta ne contenga centinaia, le diverse qualità sono distinte in base al contenuto in due soli principi attivi, il THC (tetraidrocannabinolo) e il CBD (cannabidiolo), e per la pianta d’origine, sativa o indica. Considerato che la richiesta superava la quota (pur privilegiata) prevista per l’esportazione in Italia, qualcuno pensò di avviare una produzione in loco. Volendo fare una cosa seria, l’unico possibile candidato a gestirla era un agronomo che da anni segue una coltivazione “sperimentale” in un centro del ministero dell’agricoltura in Veneto, forse la sola persona in Italia che se ne intende davvero. Essendo questo il paese di Pulcinella, l’incarico fu assegnato a chi non ne sa un piffero, segnatamente all’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze, ente che certo aveva un perché quando fu creato, precisamente nella prima metà dell’800 da Carlo Alberto di Savoia. Ma del cui senso ai nostri giorni ci sarebbe non poco da discutere. L’esistenza di un’officina di Stato, indipendente dalle corporations private, in grado di gestire preparazioni medicinali, non sarebbe in sé ingiustificata. E’ peraltro improbabile – in assenza di un’autorità pubblica di qualche peso – che il mercato le conceda spazi d’attività degni di nota. E se anche ne avesse, cosa c’entra con questo la medicina militare, che in un’epoca dove le guerre si fanno coi droni e le bombe autoguidate si potrebbe archiviare in blocco come memoria di tempi trascorsi? L’ente fiorentino vivacchia producendo qualche farmaco insignificante, caramelle, saponette, rotoli di garza, liquori vintage e poco altro. Ricorda certe vecchie pasticcerie, che indifferenti allo scorrere del tempo perpetuano un’arte fedele a gusti e sapori di cento anni fa, alcuni in verità più che apprezzabili anche oggi. Quel che realizza il Biochimico Militare è probabilmente troppo poco per giustificarne la sopravvivenza. Sarebbe lecito sospettare che per evitare la fine di altri istituti inutili i farmacisti con le stellette, fiutata l’aria e con qualche robusto patrocinio, si siano assicurati una produzione di grande immagine, che peraltro non gli somiglia per niente, quella appunto della cannabis. I risultati sono quelli attesi per chi si improvvisa in un mestiere: sia l’FM1 che l’FM2, i due tipi commercializzati, sono farmaci mediocri, che personalmente non prescriverei a nessun paziente, e che le farmacie più serie si rifiutano di trattare. Vista la crescente domanda, l’anno scorso è stata importata da noi una cannabis di origine canadese, la Pedanios Aurora, ricalcante gli stessi modelli e dimostratasi di qualità paragonabile alla capostipite olandese. Non identica, ovviamente, e per diversi malati anche più efficace.

Definito lo scenario, il farmacista di cui all’inizio mi ha detto di una sua cliente, una signora sofferente di più disturbi, tra cui un diabete mellito trattato con insulina. La paziente è anche in terapia con olio di cannabis ad alto contenuto di THC. Per tutto l’anno scorso ha usato quello ottenuto col prodotto canadese, ed era molto soddisfatta perché aveva osservato che servendosene regolarmente manteneva la glicemia in equilibrio con molta meno insulina di prima. Il preparatore mi ha spiegato che il beneficio sarebbe legato a un componente, il THCV (tetraidrocannabivarina), presente in considerevole quantità nella varietà nordamericana. Quest’anno l’Italia non ha aderito al bando d’importazione del Pedanios, e la signora è dovuta tornare all’olio di Bedrocan, e a spararsi molta più insulina, con ovvii delusione e disappunto (e danno per la salute). Indovinate un po’ chi è che gestisce le procedure di approvvigionamento? A mio avviso incredibilmente, non il Ministero della Salute. Ma proprio loro, l’Istituto Farmaceutico Militare! Facendo due più due, che abbiano voluto eliminare un concorrente non è così difficile da pensare. Tanto chi ci rimette sono solo i malati, che notoriamente non contano nulla. Ma lascio le conclusioni al lettore.

Tornare al Marlboro Country?

Marlboro Country

 

Come ogni inverno – anche se il fenomeno è ormai perenne – non si poteva guardare nessun programma tv senza essere inondati di spot vantanti le proprietà di questo o quel veleno farmaceutico da banco (cioè in libera vendita senza prescrizione), destinato a far guarire in men che non si dica da ogni comune disturbo affliggente la credula platea. Roba contro la tosse – grassa, rotondetta o del tutto secca –, il raffreddore, il mal di testa (distinto in normale, forte e ultimamente anche specificamente da cervicopatia), i dolori mestruali, le rachialgie. Per queste ultime, oltre i classici cerotti medicati, esaltano l’efficacia di cinture emettenti “calore terapeutico”! Evidentemente gli ideatori di queste réclame hanno incondizionata fiducia nell’imbecillità dello spettatore, che senza riserve dovrebbe farsi incantare da tali fesserie. Riguardo i testimonial, non si fanno mancare nulla: allegri fraticelli sodomiti, famiglie in attesa che cessi il male per riprendere a godere dell’abituale felicità (come ben noto al popolo degli assistenti sociali, inoperosi di default in un mondo così perfetto), cani pigri incavolati coll’atletico padrone, raffreddati asfittici come naufraghi sommersi del Titanic. Se questo propagandare porcherie, potenzialmente letali in singola dose, appare a tutti normale e lecito, perché non ampliare il campo a merci infinitamente meno tossiche, visto che di droghe – e di nient’altro – si sta parlando? La pubblicità delle sigarette è vietata in quasi tutto il mondo. Questo ostacolo formale ha da anni impegnato le multinazionali del tabacco in un continuo escogitare stratagemmi che consentissero di aggirarlo. Fino a non molto tempo fa la scritta “Marlboro” campeggiava su alettoni e fiancate delle vetture di Formula 1. Ferrari e Ducati in Motogp hanno avuto il tabaccaio americano come finanziatore principale dei rispettivi team. Quando il logo esplicito del prodotto è stato proibito, sono ricorsi a surrogati più o meno fantasiosi per suggerirne comunque l’immagine. La sponsorizzazione dura ancora. Per poter infilare una lettera M sia dritta che rovesciata nelle livree dei bolidi, ora hanno inventato un marchio, “Mission Winnow“, che non significa assolutamente nulla. Ma che evidentemente ottiene lo scopo. Riguardo i mass media, in Italia ad esempio la réclame delle sigarette è vietata sulla carta stampata dagli anni ’60. Sfruttando l’ambientazione di una fortunata campagna pubblicitaria statunitense, che associava i suoi prodotti allo stile di vita dei cowboys e ai meravigliosi scenari naturali dove quella si svolge, battezzati Marlboro Country, la Philip Morris creò una linea di abbigliamento sportivo-sofisticato, da contrassegnare liberamente col proprio marchio, che sfruttava le stesse immagini, con pullover e giubbotti al posto dei fatidici pacchetti di “bionde”. Quello del commercio di sigarette è un trionfo di ipocrisia. Insistono nell’attribuirgli una grossa fetta di tutte le malattie che possono affliggere chi le consuma, riempiono i pacchetti di foto e slogan terroristici, limitano sempre più gli spazi per chi vuole fumare. Ma continuano a venderle ovunque. Il solo e unico scopo del mercato è – come sappiamo – quello di autoalimentarsi in tutti i modi possibili. Che questi possano eventualmente creare un danno alla salute e alla vita della gente è per la sua logica del tutto irrilevante. Le regole sociali – come norme e principi dichiarati – sono solo fumo negli occhi. L’eroina era regolarmente in vendita nelle farmacie fino a circa la metà degli anni 1920. Chiunque poteva acquistarla con normale ricetta medica. Se in seguito è stata proibita, e inserita nelle tabelle internazionali degli stupefacenti, non è certo per ragioni di ordine etico. Questa è solo la facciata. La realtà è che il proibizionismo fa lievitare i prezzi, e moltiplica i profitti. Il discorso vale pari pari anche per sostanze molto meno dannose, come l’innocua quanto vilipesa cannabis, messa a suo tempo fuori legge per tutelare gli interessi dei petrolieri. Oggi – dopo tanti anni e grazie forse a un movimento d’opinione con solide basi scientifiche – possiamo prescriverla ai pazienti come sensato principio terapeutico in diversi stati morbosi. Sempre in tema di droghe, chi si sentirebbe di denigrare Sassicaia e Brunello perché l’alcool – e questo è sicuro – fa male alla salute? Ogni discorso sulla droga è viziato all’origine da pregiudizi, luoghi comuni e da una sostanziale diffusa ignoranza circa il concetto stesso sotteso al termine. E’ il male della società dell’omologazione di massa del pensiero, dove tutti ragionano con le idee di altri, disabituati a costruirsene di proprie. Tornando al tabacco, anche se nessun medico potrebbe in coscienza consigliarne il fumo per aiutare la salute di un paziente, non ci si deve scordare che si parla comunque di un principio naturale, la cui potenzialità lesiva per l’ambiente e il singolo individuo è relativamente modesta, rispetto agli ordinari veleni, ubiquitariamente seminati nel mondo del petrolio, delle sostanze radioattive e delle manipolazioni di Monsanto. Anche i farmaci possono ascriversi alla medesima categoria. Visto che ce li propinano in tutte le salse, senza nemmeno avere il buon gusto di stampare ossa e teschi di monito sulle scatole, che ci sarebbe di così anomalo e inaccettabile a riproporre le accattivanti immagini del Marlboro Man che si prende una pausa accendendosi la sigaretta sullo sfondo di sterminate, verdi praterie? L’attentato alla salute sarebbe infinitamente minore, e quanto meno gli occhi ne sarebbero appagati.

Perché combattiamo

Perché combattiamo

 

Come in più occasioni sottolineato, l’atteggiamento della Medicina imperante nei riguardi della malattia riflette una mentalità di stampo militare. Qualunque fenomeno morboso è pensato e descritto come un insidioso nemico, da combattere e annullare con tutti gli strumenti disponibili in un armamentario terapeutico costituito da farmaci, chirurgia demolitiva e mezzi fisici biolesivi (radiazioni ionizzanti in primis). Gli operatori di tutti gli ospedali e ambulatori medici del mondo sono quotidianamente impegnati in una guerra senza quartiere contro le forze del male, incarnate da ogni disturbo – piccolo o grande – che possa affliggere un essere umano. Sia intesa letteralmente come conflitto di eserciti, sia in modo esteso, come lotta contro qualunque elemento ritenuto ostile e nocivo, il significato della guerra è chiaro e univoco. Questo frammento, tratto da una serie tv tedesca, lo sintetizza efficacemente

 

Fiction a parte, è riportato (e non smentito) che aziende americane come Ford, General Motors, IBM e altre abbiano fornito i loro prodotti alla Wermacht e al regime nazista per tutta la durata del secondo conflitto mondiale. Questo è la guerra: un sanguinoso business, e la piega assunta dalla Medicina negli ultimi decenni sostanzia precisamente il medesimo concetto. Dietro l’ostentare enormi progressi – per mezzo di una sapiente propaganda che toglie ogni spazio al dubbio – e il vantare il possesso dei favolosi strumenti terapeutici che da quelli deriverebbero, c’è soltanto un bieco mercato, finalizzato a muovere l’economia (cioè impoverire le masse) e dare credibilità all’apparato che l’alimenta. Il ruolo del medico è ridotto a quello di un agente di commercio, spinto a vendere prodotti di cui in realtà sa poco o nulla, e sempre più scoraggiato dal pensare colla propria testa e prendere decisioni in modo autonomo. Le leve non mancano: oggi più che mai un clinico che si allontani dalle regole imposte dalle “linee guida” rischia la gogna, e anche il diritto di esercitare la sua professione. E di fronte al ricatto della fame, anche chi pensasse di trasgredire è quasi obbligato a piegarsi. L’omologazione delle idee ha la strada spianata dal sistema delle banche, dalla convenzione del denaro, imposto come unico requisito per la sopravvivenza: o obbedisci agli ordini, senza pensare e senza discutere, oppure sei fuori dai giochi, e vediamo come riesci a campare. Argomenti più che convincenti, in una logica – appunto – di stampo militare. Neanche per il paziente, bombardato di minacce inquietanti e privato di ogni informazione utile, esistono alternative all’accettare l’idea della guerra. Ignaro del significato della malattia, spaventato dal peso dei sintomi, piuttosto che viverli serenamente e cercare di dargli un senso, corre a cercare aiuto in chi – più o meno scientemente – non aspetta altro che di poter approfittare del suo male. Come i fanti spediti al macello nelle trincee della Grande Guerra, si lascia persuadere che non vi siano alternative al combattere sino al martirio contro il nemico che l’ha aggredito. Uscito dall’ambulatorio del medico con tutte le ricette pertinenti, si precipita nella farmacia più vicina per fare il pieno di veleni, convinto che brandendo quelle armi potrà sconfiggere l’avversario: l’antibiotico per uccidere i germi cattivi, le vitamine di scorta, l’antiinfiammatorio o il cortisone per cancellare la reazione, il “gastroprotettore” per neutralizzare lo stomaco, magari qualche insignificante integratore per confortare l’anima. Un repertorio di schifezze per lo più inutili e dannose, inflitto secondo un copione stereotipato in accordo coi sacri canoni di un’ortodossia indubitabile. Mio nonno, giovane ufficiale degli Arditi sul fronte del Carso, raccontava come durante le pattuglie notturne fuori le trincee gli accadesse di incontrare gli omologhi drappelli austriaci, e di essersi intrattenuto a mangiare e conversare in un clima di fraternità e amicizia con coloro con cui il mattino dopo si sarebbe scambiato proiettili. La guerra tra membri della stessa specie è contraria alla legge di Natura. E’ un’anomalia biologica che si verifica normalmente solo tra gli esseri umani. La logica del mercato antepone il singolo individuo alla specie cui appartiene, obbligandolo a sopraffare il suo simile per poter sopravvivere. E’ una dinamica folle, perché mette in pericolo l’intero gruppo, compresi i soggetti che la favoriscono per mantenere il dominio sugli altri. La via naturale alla sopravvivenza è quella della solidarietà. Ma per l’uomo è solo teoria. Anche far guerra alla malattia è una pretesa insensata. Non mi stancherò mai di ripeterlo: la malattia è una risorsa biologica essenziale alla sopravvivenza, pretendere di eliminarla è puro autolesionismo, come lo sono la xenofobia e ogni forma di odio verso i propri simili. Sarà perché da bambini ci regalano le pistole-giocattolo, fatto sta che non ci viene spontaneo vederla così. All’epoca del terremoto dell’Aquila vi fu una generale reazione di sdegno per il contenuto – diffuso dai media – di un’intercettazione telefonica dove due palazzinari si compiacevano di quanto accadeva, perché il disastro gli offriva l’occasione di lauti profitti. Superando l’istintivo senso di nausea che la cosa suscita, c’è poi tanto da meravigliarsi? Si potrebbe quasi apprezzare la sincerità dei due tizi. Questo è il sistema in cui viviamo, e a conti fatti quell’unanime indignazione è semplicemente il segno che la gente si ostina a non volerne prendere atto. Il cinismo di chi approfitta di una catastrofe naturale è niente, rispetto a quello di chi le catastrofi le produce ad hoc. La guerra è da sempre al primo posto in questa categoria E le devastazioni che i farmaci e le altre armi mediche creano all’organismo sono a buon diritto assimilabili a quelle prodotte nei conflitti dai proiettili dei cannoni. L’esito finale in questo genere di scenari è stabilito a priori: i combattenti – soldati o malati che siano – ne usciranno in ogni caso sconfitti. La vittoria sarà sempre, solo e comunque dei mercanti.

La giornata del nulla

 

Il primo dicembre è proclamato giornata mondiale contro l’AIDS. A parte il fatto che richiamare l’attenzione della gente una volta l’anno, su un problema – qual che sia – che esiste quotidianamente, non ha necessariamente un gran senso, nel caso specifico l’evento ha tutt’altri significati che quelli che ci raccontano. Tanto per cambiare, il primo intento è di ordine commerciale. Non ho dubbi che più di un’istituzione, accreditata dove più dove meno, approfitterà dell’occasione per provare a racimolare denaro, per la ricerca, per gli orfani africani, per le madri afflitte, per i reparti specialistici e per ogni più bieco pretesto. Si sollecita la solidarietà del popolo, per gestire problemi che andrebbero affrontati in tutt’altro modo, dove gli organi pubblici mostrano nei fatti la loro inutilità. Il solito teatrino, dove tutti fingono di impegnarsi a migliorare le cose, e lo scopo ultimo è in realtà di non cambiare nulla. Ma la giornata dell’AIDS ha obiettivi che vanno oltre la mera raccolta di soldi. Quello principale è tener alta l’attenzione collettiva su un fenomeno sociale che non può non generare apprensione, e che – parlando di una malattia – riguarda teoricamente chiunque. A livello di supermarket, i maggiori beneficiari della psicosi del disturbo sono stati i produttori di profilattici. Dopo trent’anni, ancora si vedono spot tv che ne raccomandano l’uso a scopo anti-contagio. Di molti ordini di grandezza maggiore è il giro d’affari in ambito di sanità, soprattutto per la diagnostica e i farmaci. Ma c’è un interesse che fa premio su tutti gli altri. E’ quello dei terroristi, cioè i promotori del terrore, che se ne possono infischiare del giro di soldi, perché quello che hanno da guadagnare ha un valore molto più grande. E’ la paura il maggiore strumento di controllo delle masse, l’arma più efficace del potere. Come chiarito nell’articolo sull’AIDS (che nel caso suggerirei di rileggere), la cosa più sensata che può fare chiunque abbia la ventura di ricevere tale diagnosi è stracciare i referti, dimenticarsi di chi gliel’ha fatta, buttare i farmaci antivirali nella pattumiera, e continuare a occuparsi dei problemi reali che certamente non mancheranno alla sua vita. Quello dell’AIDS è un gigantesco bluff, uno dei tanti con cui ci tengono in catene. Nessuno ha mai dimostrato l’esistenza di uno stato morboso con i tratti attribuiti a questo fenomeno, in barba a metodiche PCR di dosaggio virale e alle sottopopolazioni linfocitarie, cose ben note a quanti sono caduti nella rete dei mistificatori. Propaganda, nient’altro che aria fritta. La verità è da tutt’altra parte. Ma l’abbiamo detto: le parole creano il potere, ed è il pensiero che decide la nostra vita.

La regola del due più due

Di recente, parlando al telefono con un nuovo paziente, che mi aveva interpellato perché lo aiutassi a gestire un problema di salute (diagnosticato da altri come carcinoma pancreatico, dopo un iter diagnostico scaturito da un marcato, progressivo dimagramento), gli accennavo al mio punto di vista riguardo il curarsi. Gli spiegavo che il criterio alla base di ogni valutazione, e delle scelte conseguenti, è che in ogni caso due più due deve fare quattro. Il signore ha replicato che in medicina due più due non dà quasi mai quel risultato. Osservazione acuta e più che pertinente. Gli ho risposto che se per la medicina due più due non fa quattro, allora quella medicina è da buttare nella spazzatura. Si trattava di un contatto preliminare alla visita, dove cercavo di suggerire i presupposti perché l’interessato potesse valutare le cose in modo alternativo rispetto ai messaggi ricevuti nei reparti specialistici con cui aveva interagito. Perché non avesse sorprese, ho accennato alle mie idee colla massima franchezza possibile. Ma il punto che quel paziente ha sottolineato è di importanza davvero cruciale. Le storture di un percorso originato da certe posizioni ideologiche possono essere tali da condurre a conclusioni in aperto conflitto con la logica più elementare, sebbene quelle conclusioni siano perfettamente coerenti con le premesse, e ad un esame insufficientemente critico appaiano plausibili. Il discorso vale per molti settori delle attività umane. Ma in questa sede trattiamo di quello della salute. In realtà sono innumerevoli, in medicina, le letture dei fenomeni fisio e patologici perpetuate in base a concetti stereotipati – fissi e immutabili – che danno origine a scelte terapeutiche conseguenti in termini logici. Ma sovente in contrasto col più semplice buon senso. Pretendono che possa guarire ingoiando farmaci, senza spiegarti cosa devi mangiare, quanto devi bere, come devi muoverti. E senza dare un senso alla malattia. Tutto l’apparato ideologico sul cancro è emblematico in tal senso. Il paziente di cui dicevo ha visto esordire il calo ponderale che ha condotto alla nefasta diagnosi dopo la prescrizione di un farmaco – e l’incremento progressivo del dosaggio, vista l’assenza di effetto – per trattare un dismetabolismo glicidico di trascurabile entità, che poteva semplicemente essere ignorato senza speciali rischi. Ma non fia mai! I medici (gli “specialisti”) devono sempre proclamare una diagnosi, farci sopra ogni possibile terrorismo, e imporre farmaci che guai a non prenderli. Quello dato nella circostanza (un’autentica schifezza) riduce la risposta dei tessuti all’insulina, tanto da essere anche classificato come sostanza dimagrante. La sequenza dei fatti ne dimostra un più che probabile ruolo nella genesi del disturbo. Parlando di equilibri ormonali connessi alla glicemia, il fatto che il pancreas possa aver sviluppato una lesione come risposta all’alterazione indotta dalla “cura” è facilmente comprensibile. Agendo secondo buon senso, si sarebbe dovuto interrompere l’inutile avvelenamento, aspettandosi ragionevolmente che la ghiandola ripristinasse le condizioni normali, e che quindi il “cancro” sparisse. Così due più due poteva dare quattro. Non è andata così, perché la gente si affida agli “esperti”, disposta a farsi uccidere piuttosto che metterne in dubbio l’onniscenza, e in nessun caso a ragionare con la propria testa. Mi auguro che quella persona se la cavi, seppure ogni circostanza deponga in senso opposto. Ma l’episodio è esemplare di un’attitudine universalmente – niente affatto casualmente – diffusa. Ogni sforzo del potere è rivolto a plasmare la mente di tutti gli esseri umani, dal momento che vengono al mondo, abituandoli a costruirsi le opinioni sulla scia di idee precostituite – frutto del pensiero di figure illuminate, la cui veridicità non può in nessun caso esser messa in discussione – piuttosto che usare gli strumenti che sarebbero naturali, cioè esperienza e buon senso, e nient’altro. La propaganda crea un artificiale bisogno di certezze, sfruttando oculatamente certe vulnerabilità connaturate a ogni individuo, per poi servirsene offrendo quelle che fanno gioco al sistema (e terrorizzando in tutti i modi chi provi a metterle in dubbio). Genera così una vera e propria paura di usare la ragione di fronte alle verità rivelate degli “eletti”, costruendo i presupposti per fare accettare qualunque messaggio, per assurdo che possa essere. Assuefà al rispetto incondizionato dell’autorità, al timor di Dio, anche se è un dio falso che più non si potrebbe, inducendo a uniformarsi senza riserve a tutto ciò che proviene dall'”alto”. Struttura l’intelletto di quelli che potrà poi usare come schiavi per tutta la loro esistenza. Ci vuol poco a capire che anche menti brillantissime, che so, Socrate, Tommaso d’Acquino, Mark Twain, tra tante verità sacrosante possano averne sparate anche di grosse. E’ normale, è umano, solo i morti non sbagliano. E come si può imparare se non si fanno errori? In un contesto del genere, in una condizione di ipnosi generalizzata che umilia lo spirito di tutti gli esseri umani, difficilmente due più due potrà dar quattro. E la gente continuerà a lavorare per le briciole che il re si degnerà di concederle. A studiare una realtà truccata per restare nell’ignoranza. A andare a farsi uccidere negli ospedali del mercato. Siamo tutti in teoria in grado di affrancarci da questo giogo. Tutti abbiamo il cervello e possiamo servircene a nostro vantaggio. Riuscirci non è affatto semplice. Ma saper onorare la perfezione con cui siamo stati creati, far valere la virtù che possediamo, è nostra esclusiva responsabilità.

La réclame del veleno

Qualche giorno fa mi ha chiamato una paziente per chiedermi un consiglio riguardo la figlia, una ragazza di venti anni con predisposizione e pregressi episodi acuti di vasculite cutanea, a espressione orticarioide. Mi ha detto che la giovane, normalmente asintomatica e in complessivo buono stato di salute, da circa un’ora accusava una recidiva di orticaria-angioedema generalizzata. Indagando sulle possibili cause dell’episodio, la signora mi ha riferito di un esame universitario sostenuto il giorno prima, e felicemente superato. Per quanto fonte di stress, non appariva probabile un ruolo rilevante di quella circostanza nella genesi del fenomeno, essendosi già conclusa, e in maniera positiva. Mi ha anche segnalato che la ragazza aveva quel giorno accusato l’esordio di sintomi influenzali – questi sì correlabili all’impegno emotivo dell’esame – per cui aveva assunto una compressa di uno dei prodotti che la pubblicità pompa senza sosta nel periodo invernale (quasi a volercela “tirare” a tutti i costi), puramente sintomatici, privi di alcun senso terapeutico, e con potenziale di tossicità tutt’altro che trascurabile. In genere, come in questo caso, si tratta di un mix di antiistaminico, antipiretico-antiinfiammatorio e simpaticomimetico a scopo decongestionante. Un’associazione di schifezze inutili e dannosissime, di cui si può (e si dovrebbe) fare a meno, la cui disponibilità in commercio – tra l’altro come prodotti da banco, acquistabili da chiunque senza alcuna formalità – è chiaro indice di come gli enti preposti, che le autorizzano, si preoccupino della salute della gente. Un’ora dopo l’ingestione della compressa – il tempo medio dell’assorbimento e ingresso in circolo – la giovane aveva iniziato a accusare prurito, eruzione pomfoide e sintomi respiratori, con l’andamento ingravescente caratteristico di queste forme. Sebbene il disturbo si sia risolto con una tempestiva puntura di cortisone, reazioni del genere possono avere un esito fatale, per ostruzione respiratoria o shock. E quando accade – perché di certo qualche volta accade – sicuramente né l’ISTAT né le autorità di vigilanza puntano il dito verso queste infami merci, attribuendogliene esplicitamente la responsabilità. Morire per non voler sopportare un po’ di febbre e qualche starnuto, dando retta alle chiacchiere degli spot tv, non mi sembra una gran scelta. La massa è talmente avvezza a dar retta ai consigli del Grande Fratello – certamente proposti con grande studio e con la forza subdola quanto dirompente del mezzo – da farlo senza il minimo sospetto, con più convinzione che quando acquistano un cellulare o un detersivo, perché l’idea è “sono cose che fanno bene”.

Antidolorifici, “antiinfluenzali”, antitosse, sturanaso, antiacidi, antidiarroici, antimicotici, antiafte, antiacne: quella dei farmaci da banco, seppure minoritaria rispetto ad altre, è una voce rilevante del business delle “cure”. Tutte porcherie, per di più suggeriti con messaggi ingannevoli e falsi nella sostanza. Tanto pericolosi per chi li usa quanto scevri del minimo valore terapeutico. Eppure un sacco di gente si “cura” con queste cose. Perché non ha tempo di andare dal medico, o da quello non si aspetta granché, o per amore del fai da te. Sicuramente perché la superficialità e l’approssimazione cui è stata abituata dal sistema del mercato la porta ad agire senza l’ombra di una riflessione. I farmaci non sono caramelle. La regola generale sarebbe di non prenderne mai, per nessun motivo. In qualche caso se ne può discutere. Avendo però le idee chiare e la precisa nozione dei rischi implicati. Quella fatta sull’onda della réclame non può certo definirsi una scelta consapevole. Provo un immancabile senso di disgusto e di rabbia ogni volta che vedo in tv uno spot promozionale di farmaci. Ce ne sono di continuo, praticamente in ogni fascia pubblicitaria intercalata durante i programmi. Automobili, prodotti bancari e assicurativi, detersivi, merendine, profumi, medicamenti, cosmetici, profilattici: tutte queste cose sono proposte col medesimo linguaggio, colle stesse menzogne, con pari omissioni. Un trionfo di inganno e ciarlataneria, che fa presa grazie a immagini seducenti e slogan ben congegnati. Per alimentare un’omologazione di comportamenti, un’attitudine di faciloneria che – quando si parla di funzioni e necessità vitali – mostrano l’esatta misura della distanza esistente tra gli scopi del mercato e i bisogni reali, naturali delle persone. In un sistema civile di convivenza la pubblicità dei farmaci dovrebbe essere proibita senza eccezioni. Poi che la realtà è tutt’altra, occorre imparare a difendersi. Il consiglio è chiaro e tassativo: qualunque sia il male che vi affligge, un dolore, uno sfogo cutaneo, un malessere di qualsiasi tipo, non fatevi sfiorare dall’idea di provare uno dei rimedi suggeriti dalla réclame. Considerateli per quello che sono realmente, solo spazzatura, inutile e pericolosa, e statene alla larga. Meglio, molto meglio, tenersi il mal di testa. Se vogliamo curarci le strade sono tutt’altre, e di certo non sarà la televisione a indicarcele.

Mali di stagione

 

Qualche giorno fa mi ha contattato un paziente – giovane sano e robusto, senza particolari problemi di salute – chiedendomi ogni quanto tempo si dovesse prendere la Tachipirina 1000 per contrastare la febbre. Gli ho risposto che in nessun passo delle Sacre Scritture è sancito l’obbligo di assumere paracetamolo o roba simile per tale scopo, e che si tratta di veleni potenzialmente anche letali, che per di più non hanno alcun significato terapeutico, avendo il solo possibile effetto di ridurre l’intensità del sintomo per breve tempo. Svolgendosi il dialogo per sms (sic!), il ragazzo ha replicato che aveva 39 gradi di temperatura, ed era preoccupato per non sapere cosa fare se fosse ulteriormente cresciuta. Gli ho quindi detto che l’unica cosa davvero preoccupante era la sua preoccupazione per una fesseria come quella, e gli ho suggerito di adottare comportamenti sensati. Anzitutto, metter da parte il termometro, ché sapere se la febbre è a 38,7 o 39, 4 non serve a niente, se non a alimentare l’ansia che uno si porta da casa. Poi infischiarsene del malessere: la sindrome influenzale è una reazione banale e del tutto benigna, che assume importanza solo se noi gliela diamo, e per principio non bisognerebbe nemmeno farci caso. Se si è fiacchi, potendo si sta a letto, se non si ha fame non si mangia, nel caso si beve qualche tisana dolcificata col miele, perché l’acqua anche in questo caso è la cura più importante. Una pezza bagnata o una borsa del ghiaccio sulla fronte possono alleviare non poco il disagio. La pazienza fa il resto, e non ci sono altre cure da attuare. Guardando l’abominevole sequenza di pubblicità televisive emergenti come funghi in questo periodo, che spingono questo o quel farmaco, inutile e certamente tossico in misura più o meno grande, non riesco a non essere nauseato dal cinismo del mercato, che sfrutta i fastidi di stagione per fare un lucro e diffondere terrorismo, approfittando al meglio dell’ignoranza delle masse, che lui stesso ha creato con le menzogne della sua vile propaganda. Propongono inutilissimi fluifificanti, velenosissimi sedativi come oppiacei e antiistaminici, antipiretici che solo il termine è una follia. Se poi a ammalare sono i bambini, ansia e conseguente avvelenamento crescono esponenzialmente. Ai soggetti “a rischio” (più o meno tutti, pur di vendere) impongono i vaccini, come già spiegato deleteri in ogni caso. Pochi scampano il canonico ciclo di antibiotico, che può garantire mesi di disturbi, e quasi nessuno ha la lucidità di declinare. Quando si comincia a star bene, ricostituenti e integratori, utili solo a chi li vende. Possibile che siamo tutti tanto ipnotizzati da non cogliere l’essenza di falsità, l’insensatezza di tutto questo? Così in basso le banche hanno condotto lo spirito degli esseri umani? Per piacere, non fatevi usare, non svendete la vostra salute nel nome del business. Non fidatevi delle chiacchiere: anche se ha la parvenza di un discorso serio, di fonte autorevole, quello che vi fanno sentire è solo propaganda. Non sarà mai nel vostro interesse. E, prima o poi, finirà con l’uccidervi.

Il senso della misura

 

Uno dei più grandi equivoci che la medicina alimenta, e la gente automaticamente accredita, è che i parametri biologici possano essere misurati con assoluta precisione, e soprattutto che i risultati delle diverse misurazioni rappresentino indici indiscutibili dello stato di salute di chi ne è oggetto. Un minimo di considerazione delle funzioni in discussione permette di capire facilmente che si tratta di un concetto totalmente infondato, e gravemente fuorviante. La caratteristica fondamentale dei meccanismi che presiedono al mantenimento della vita, cellulari, tissutali, organici, è la flessibilità, la capacità di adattamento, manifestantesi nella perenne variazione dell’attività di ognuna di quelle funzioni. Questa modulazione è indispensabile per mantenerne l’armonia globale, consentendo agli innumerevoli, diversi componenti di agire in maniera ottimale. La logica, diretta conseguenza è che i fenomeni biologici non sono misurabili con i criteri con cui ad esempio pesiamo un chilo di pane o quantifichiamo l’ingombro di un mobile. Se controlliamo la pressione arteriosa di uno stesso soggetto per dieci volte di seguito senza soluzione di continuo, otterremo dieci valori probabilmente simili. Ma mai esattamente identici l’uno all’altro. La stessa cosa accadrà su campioni seriati di sangue, valutando il tasso glicemico o qualunque altro indicatore di laboratorio (ad esempio, l’innocuo quanto famigerato colesterolo). L’idea, insomma, è che la materia vivente richiede metodologie di valutazione specifiche, che – seppure in genere attuate con le stesse unità di misura – differiscono sostanzialmente da quelle utilizzate per la maggioranza dei fenomeni fisici. Siccome l’uomo è perennemente in cerca di certezze e di messaggi rassicuranti, accettare questo senso di imprevedibilità degli eventi biologici gli risulta facilmente ostico. Per un’impostazione mentale, piuttosto che per un’effettiva capacità destabilizzante del messaggio. In fondo, se la vita funziona così, non avremmo che da prenderne atto, e goderla per quanto possibile. Ma sarebbe troppo bello: sul pianeta Terra le regole le decide il mercato, non la natura. Figuriamoci se il mercato può accettare serenamente che gli esseri umani facciano qualcosa secondo quel che sono, piuttosto che secondo quanto gli è imposto di essere! Non fia mai. E giù con ogni sorta di menzogne, mistificazioni, ambiguità, orchestrate per sollecitare le debolezze che lui stesso ha in gran parte generato. “Tutto è misurabile e dev’essere misurato” (ovviamente, mai aggratis!), “i tuoi referti hanno tanti valori fuori range, bisogna fare accertamenti” (magari uno sta benissimo, e l’anomalia sta nel fatto che l’intervallo della normalità è stato fissato dal laboratorio in maniera arbitraria, cosa che accade molto più spesso di quanto potrebbe credersi). La cosa che la gente controlla più frequentemente è la temperatura corporea: tutti hanno in casa un termometro, e se ne servono tempestivamente, appena abbiano sentore di non stare benissimo. Il rialzo termico è una reazione normale dell’organismo, in risposta a un’infinità di stimoli differenti. In genere di quantificarlo non ce ne sarebbe bisogno, perché uno la febbre la percepisce, e precisarne accuratamente il valore non è granché utile. Il punto è che in moltissimi casi si crea una nevrosi del termometro, per cui lo si usa dieci volte al giorno, attribuendo ai valori riscontrati i significati più disparati, quasi mai quello vero. L’anomalia – anche se piccola e irrilevante – diventa la scusa per risvegliare ogni sorta di ansia sulla propria salute, qualcosa che ci si porta dietro da sempre. Diviene così impossibile dare un senso coerente al fenomeno, che è l’unica cosa che andrebbe fatta. Il secondo parametro più misurato è la pressione arteriosa. Quasi tutti hanno in casa uno sfigmomanometro elettronico, praticamente nessuno sa come servirsene. Anche in questo caso la rilevazione costituisce il pretesto per alimentare tutte le possibili inquietudini, mancando il giusto atteggiamento emotivo, e le più elementari informazioni sul valore da ascrivere al dato (quelle necessarie sono qui). Un indice che i più trascurano, ed è forse l’unico realmente utile, è il peso corporeo. Sarebbe buona norma verificarlo una volta la settimana, la mattina al risveglio, perché può riflettere abbastanza fedelmente lo stato di salute individuale: semplice e proficuo. La corretta interpretazione del valore richiederebbe un livello di conoscenza dei fenomeni biologici, generali e personali, che pochi possiedono. Tuttavia può valerne la pena, perché è comunque significativo. Quando illustro a un paziente il suo problema, con grande frequenza quello mi chiede se sia il caso di fare “accertamenti”, di laboratorio o di altro tipo. La risposta è quasi sempre no, e la spiegazione è che quelle indagini non potrebbero offrire informazioni rilevanti. Al contrario, rappresenterebbero un pericolo anche molto serio, perché i dati ottenuti – pur gravati da un margine d’errore non valutabile – potrebbero facilmente indicare situazioni patologiche del tutto inesistenti. Ma tali da generare preoccupazioni d’ogni sorta. D’altronde, perché i medici sembrano non saper far altro che richiedere esami? Certo per tradizione. Anche per una certa forma mentis. Ma soprattutto perché sono sempre a caccia di spunti per trovare una malattia, che ci sia o no, e non conoscono (non gliel’hanno insegnato) un’altra strada. Lo fanno in assoluta buona fede, per lo più inconsapevoli del fatto che stanno facendo un servizio al mercato, non certo al malato. A volte certe indagini sono opportune e raccomandabili. Ma sono casi eccezionali, la norma è che vanno evitate. L’unico vero motivo per cui se ne fanno tante è che rendono un’enormità, sia in termini economici diretti, rappresentando la maggiore voce di spesa tra tutte quelle della sanità (più di tre volte quelle dei farmaci, per dare un’idea), sia in prospettiva, perché sono il mezzo per trovare malati (non importa se reali o inventati) su cui lucrare, magari a vita. Come al solito, le banche ci tengono lontani dalla verità. La salute si protegge con modalità semplici, perché nasciamo già perfetti per questo scopo. Conservare e approfondire le nostre conoscenze sulla fisiologia degli esseri viventi è senz’altro utile. Ma servirsene in modo appropriato, fare un particolare tipo di esame – anche supersofisticato – solo quando serve, sarebbe antieconomico. La medicina, quella vera, quella utile alle persone, è un’attività eminentemente pratica, fatta di tante nozioni, di esperienza, di manualità e senso d’osservazione di chi la esercita. Di umiltà, ovviamente. Ne avete visto in giro qualche traccia?

Il tempo delle streghe

 

Storiografia e racconti popolari ci dicono che per svariati secoli gli esseri umani hanno creduto all’esistenza di persone schiave del demonio, che attuavano pratiche di stregoneria per gli scopi più malvagi. Ci raccontano – ed è più che verosimile – che tali soggetti, una volta smascherati, sono stati in gran numero uccisi, con l’atrocità del rogo. Analoga sorte sembra sia stata riservata a figure autorevoli di pensatori, che nel tempo osavano mettere in discussione le sacre verità, per lo più sostenute dalle istituzioni religiose. Giordano Bruno ne è l’esempio più celebre. Ammessa la veridicità di tutte queste storie, siamo abituati a vederle come il frutto di epoche remote, di secoli bui, e a sentirle come qualcosa di molto lontano dai tempi attuali, che ci hanno insegnato a ritenere di civiltà e progresso. E’ un punto di vista che in realtà richiede estrema cautela. Se, ad esempio, guardiamo alle efferatezze perpetrate dal potere, coi più varii pretesti, quelle che vengono commesse oggi non hanno niente di diverso dalle infamie del passato, se non eventualmente l’ordine di grandezza, assai più vasto grazie agli strumenti ora disponibili. Il pomposo ribadire degli organi di propaganda, a ogni piè sospinto, la sacralità dei diritti di tutti esseri umani è solo fumo negli occhi, pura demagogia. Nel mondo del mercato le singole persone non hanno – come tali – alcun diritto: ogni schiavo può essere impunemente sacrificato in ogni momento, senza dover render conto a nessuno. Il concetto di legalità – sbandierato di continuo per manipolare le masse – non è che un esercizio teorico: l’unica legge reale è che il potere può fare quel che vuole, schiacciando ogni principio di etica naturale perché l’unico suo scopo è di conservarsi, e il suo stesso esistere non ha niente di naturale. Per un singolo indemoniato arso vivo nelle epoche “buie”, oggi una sola bomba intelligente, o un cannone a microonde – strumenti utilizzati quotidianamente nei vari scenari di guerra messi in piedi con diverse menzogne qui e là nel pianeta – è in grado di produrre effetti altrettanto osceni, su ben altra scala. Questi i dati di fatto. Riguardo l’accettazione sociale di tali abominii, la loro giustificazione etica da parte delle masse, l’atteggiamento della gente che nelle piazze assisteva con l’animo in pace allo show dei loro simili assassinati nel supplizio delle fiamme è sostanzialmente identico a quello di chi oggi, nello spazio virtuale dei telegiornali, apprende che questo o quel malvagio terrorista, reo di ogni peggior nefandezza contro il superiore mondo occidentale, è stato tolto di mezzo dopo un’accesa sparatoria dai nostri eroici crociati. In entrambi i casi gli spettatori ammettono la necessità morale degli omicidi, come una sorta di legittima difesa delle persone perbene verso un pericolo effettivo e grave. Dov’è allora la differenza tra le due situazioni, tra la diabolica ignoranza di chi allora credeva alle streghe e l’ipotetica consapevolezza di chi – nei tempi odierni di luminoso progresso – crede all’esistenza delle oscure entità che ci minaccerebbero per puro fanatismo? Non c’è affatto. Un tempo come oggi, chi è ignorante non sa di esserlo, e chi è consapevole della propria ignoranza è molto più avanti sulla via della conoscenza. Purtroppo, sia presumibilmente nel passato che sicuramente ai giorni nostri, è una via che la gente è molto lungi dal percorrere. In teoria, per migliorare le cose non ci vorrebbe poi molto. Basterebbe riuscire ad affrancarsi un minimo dal condizionamento della propaganda, a ragionare con la propria testa. Il contadino del Medio Evo, succube del potere mediato dalle istituzioni ecclesiastiche, col semplice uso del buon senso poteva benissimo capire che la donna bruciata sul rogo non aveva nulla di diverso dalla propria moglie o sorella, e che si trattava di una crudele rappresentazione teatrale per alimentare la paura negli spettatori. Allo stesso modo, il cittadino occidentale del mondo post-industriale, dotato di laurea e di presunta rispettabilità sociale, ha tutti gli strumenti intellettuali per comprendere che un fanatismo così radicato da autorizzare l’uccisione di tanti innocenti e di se stessi non può essere una cosa tanto comune tra gli esseri umani di qualsiasi razza o credo religioso, come vorrebbero in tutti i modi fargli credere, e che il terrorismo globale è solo una messinscena attuata da quello stesso potere, mediato dai telegiornali. Non è facile uscire dall’ipnosi, ci vuole molto coraggio e una volontà adeguatamente motivata. Bisogna riuscire a mettersi in gioco, a smontare le convinzioni che strutturano la nostra visione del mondo, con tutto lo smarrimento che può derivarne.
Vale la pena compiere uno sforzo così grande per uscire da Matrix? E’ una libera scelta. Ma, se la posta in gioco è la sopravvivenza, l’evitare di essere schiacciati e uccisi prematuramente, quasi tutti sono disposti a attuarlo. Perché ipnotizzati è una cosa, imbecilli è un’altra. Pensiamo a come dicono che ci curano, quando esprimiamo una malattia. Una parte rilevante dei criterii fondanti della medicina non sono che ferrivecchi ideologici – stile dittatura del proletariato, seppure infinitamente più rozzi – che il percorso della conoscenza avrebbe spazzato via molti anni fa. Sennonché fanno comodo: rendono denaro, alimentano una falsa credibilità, servono a uccidere, che è uno degli scopi primari del potere. Assistiamo a obiettive follie, come l’avvelenamento dei malati con i chemioterapici, l’uso indiscriminato – e del tutto controproducente – di farmaci come antibiotici, antidolorifici, antipiretici, anti ogni accidente che volete. In uno scenario di guerra che nulla ha a che vedere coi meccanismi biologici, improntati a equilibrio e armonia. Ma molto coi trucchi del potere, che inventa conflitti da che mondo e mondo. Divide et impera. E tutti da secoli continuano a cascarci. Ci fanno credere che la conoscenza medica fa continui progressi, che scoperte rilevanti per la nostra salute vengono fatte quasi quotidianamente. Ma – nei fatti – dove si vedono i benefici che sarebbe normale attendersi? Propaganda, aria fritta. La verità è che ci avvelenano sempre di più, sia direttamente, coi farmaci e il cibo-spazzatura, sia indirettamente, devastando l’ambiente da cui traiamo vita e nutrimento. Si impegnano in aggressive campagne di sensibilizzazione delle masse, diffondendo ridicoli concetti sull’immunità di specie, per far accettare abominii come le vaccinazioni indiscriminate di tutti i bambini, che servono in realtà a garantirsi l’introduzione in ogni individuo dei nano-ordigni che già hanno o che stanno approntando. Promuovono la “prevenzione” per scoprire ogni sorta di malattia – di norma inesistente o di scarso rilievo – per avere clienti a vita nel migliore dei casi, per uccidere prematuramente nel peggiore. In tutto questo agire, la cosa che viene rigorosamente censurata è la verità. Un oceano di menzogne, dove cercano di farci navigare dalla nascita alla fine dei nostri giorni. Questo è il tempo che viviamo: cosa c’è di sbagliato a chiamarlo il tempo delle streghe?

Lo spirito del leone

 

Come ho spesso avuto modo di precisare, la maggior parte di quello che so l’ho appresa dai pazienti. Non soltanto dalla partecipazione delle loro personali esperienze di vita. Ma anche dal confronto delle idee, dal frutto del dialogo. E’ il concetto di scuola, nel suo significato più alto: tutti insegnano a tutti, e ciascuno ha qualcosa di utile da condividere con gli altri. Nulla a che vedere con quella che abbiamo frequentato, con un maggiore o minor grado di noia, per comprarci un pezzo di carta in cambio della nostra anima. Quella che ci ha reso ciò che siamo: la scuola degli schiavi. Non tanto tempo fa, parlando al telefono con una paziente, alle prese con una forma reumatica non severissima, che però la affliggeva col peso di frequenti recidive, mi son reso conto che il motivo principale del non riuscire a venire stabilmente a capo del disturbo era la scarsa fiducia in se stessa. Un difetto di autostima – non di ordine personale, piuttosto in termini che definiremmo “biologici” – che l’induceva a sottovalutarsi e a vedere la guarigione come una prospettiva lontana, un traguardo troppo superiore alle sue forze. Un perfetto esempio degli effetti della scuola di cui sopra, che ci insegna tutto salvo ciò di cui avremmo bisogno, e dei messaggi umilianti con cui la propaganda ci bombarda senza tregua. Se il primo presupposto per superare la malattia è – come più volte sottolineato – l’ottimismo, questo non può innescarsi senza una motivazione plausibile che lo giustifichi. Darsela sarebbe in teoria semplice, se ciascuno di noi fosse educato a riconoscere e apprezzare le infinite risorse di cui la natura ci ha dotati, che si può dire costituiscano il fondamento di ogni espressione di quel mirabile fenomeno che chiamiamo vita. In realtà siamo educati a fare l’esatto opposto. Ci abituano a disprezzarci, a ritenere normale mettersi in conflitto coi nostri simili e con le altre specie, ci fanno credere importanti i pretesti che fornirebbero una base etica al togliere la vita a qualcun altro. Ci allontanano dall’unica, vera morale che dovrebbe ispirare i nostri comportamenti, quella della natura, portandoci a violarne i principi con le scuse più meschine. Ma che fanno presa, perché vengono da chi ci educa: genitori, scuola, preti. Il conflitto tra l’istinto – presente in ogni individuo – e le regole che gli impongono, non è soltanto fonte di disagio personale e ostacolo insormontabile al progresso della specie. E’ anche il punto d’origine della malattia. Ovviamente non ne abbiamo nell’immediato consapevolezza: possono trascorrere decenni prima che un conflitto interiore si esprima come disturbo organico. Ma, nel momento che accade, il solo modo per rimediare, per superare davvero il problema, è fare un percorso a ritroso, tornare a quando ne son nati i presupposti, riconoscere le cause effettive. Errare è umano e prerogativa di tutti. Ma va detto che molti degli errori che commettiamo nella nostra esistenza non sono farina esclusiva del nostro sacco. Che il sistema dove nasciamo e cresciamo è strutturato proprio per farci sbagliare strada, per portarci dove lui ci vuole (in sostanza, come sappiamo, a essere perfetti sudditi-consumatori-schiavi). Ancor prima che un fatto individuale, la malattia è un fenomeno culturale, economico, sociale. Come ben chiarito, un fenomeno etico. Per venirne a capo ci vuole il coraggio e l’umiltà di ammettere e accettare i propri errori, anche se sopra le idee sbagliate ci si è costruiti un’intera esistenza. Essere disposti a perdonarsi e ricominciare su altre basi. Essere disposti a cambiare: una delle cose in assoluto più difficili per tutti. Ma è un obbligo: per uscire dallo stato morboso altra via non datur. Potrei fare infiniti esempi di pazienti che mi hanno raccontato dei conflitti vissuti nell’infanzia, coi genitori, coi fratelli, coi modelli di vita che gli offrivano senza alternative. Le loro storie, quelle che li hanno fatti ciò che sono, quelle dell’infelicità che li accomuna alla maggioranza degli altri, quelle che li hanno portati ad ammalare. Situazioni senza sbocchi? Non necessariamente: per quanto pesantemente condizionati, tutti hanno un margine di libertà di scelta, per sperare in un futuro migliore. Che dire allora, quale messaggio può offrire il medico a un’umanità così frustrata? Alla paziente dissi che aveva tutti i motivi per mantenersi serena. Che poteva, doveva sentirsi forte, molto forte, molto più forte di come era abituata a pensarsi. Che il sintomo era un’inezia, un intoppo trascurabile, e il suo organismo possedeva tutte le risorse per neutralizzarlo in un attimo. Che doveva continuare sulla strada intrapresa, sostanzialmente adeguata ai bisogni della cura della salute, con la fiducia che le funzioni che tutti siamo in grado di attivare l’avrebbero facilmente condotta a uno stato di stabile benessere. Quello che le mancava era questa attitudine, la consapevolezza delle proprie capacità, lo spirito del leone. E’ probabile che gliel’abbia trasmesso. Perché mi ha ringraziato in modo sincero, e la sua situazione sembra sia in effetti migliorata.

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